Per il grande pubblico, la musica da cinema esisterebbe solo ed unicamente in funzione delle immagini; il suo posto naturale sembrerebbe quindi essere tra le quattro pareti di una sala o, oggi, di un salotto, ma sempre accompagnata alla pellicola a cui appartiene. Questo preconcetto ha accompagnato le colonne sonore per decenni, relegandole a “musica classica minore” e che solo in tempi recenti sono state riconosciute come forma d’arte autonoma.

Ma che cosa succede se trasportiamo queste musiche fuori dallo schermo? Cosa accade se un rinomato compositore di Hollywood, insieme ad una delle orchestre tra le più prestigiose d’Italia, interpreta alcuni dei suoi temi più celebri in una cornice mozzafiato?

Per trovare una risposta a questa domanda, ci siamo recati presso la Basilica di Massenzio, nel cuore archeologico della Città Eterna, dove Alexandre Desplat ha diretto l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, eseguendo quei pezzi che lo hanno consacrato come uno dei compositori più apprezzati degli ultimi 30 anni.

Varchiamo i cancelli e, improvvisamente, abbiamo la sensazione di essere sospesi in un limbo tra passato e presente; rimanere indifferenti dinnanzi al fascino millenario della Basilica di Massenzio è praticamente impossibile e mentre cala il sole, l’incanto visivo si fa sempre più intenso. I nostri occhi sono già colmi di meraviglia, e questa è già un’ottima premessa.

Prendiamo posto e rimaniamo sorpresi dall’eterogeneità del pubblico: spettatori di tutte le età riempiono l’arena, a prova del fatto che il cinema e la musica che lo accompagna sono due arti capaci, ancora oggi, di appassionare generazioni completamente diverse tra loro. E se anche un Maestro del calibro di Nicola Piovani è venuto ad assistere alla serata, non possiamo che prendere atto che l’evento di stasera non sarà un concerto come gli altri.

Sono da poco passate le 21, l’orchestra prende posto e, dopo pochi minuti, Alexandre Desplat sale sul podio e, dopo un primo applauso, inaugura la serata sulle note di “The Tree of Life”, opera capolavoro di Terrence Malick, e de “Il curioso caso di Benjamin Button”, le cui melodie avvolgono l’arena. La prima parte del concerto comprende ben due suite tematiche, entrambe colme di significato per il compositore francese.

La “Suite Royale” comprende brani di tre film che hanno posto al centro della loro narrazione, seppur in maniere diverse, la famiglia reale inglese. Stiamo parlando di “The Queen”, “Il Discorso del Re” e “The Lost King”, i cui temi riescono a mettere in mostra l’abilità della sezione di archi dell’Orchestra di Santa Cecilia, rendendo alla perfezione le atmosfere nobiliari e tipicamente britanniche di ciascuna delle pellicole menzionate, richiamando le sensazioni e l’intimità della musica da camera.

Alexandre Desplat concerto Roma

Riassumere la carriera di Alexandre Desplat è impresa ardua. In poco più di 30 anni di attività, l’autore parigino ha firmato le musiche di più di 130 film, conquistando due premi Oscar; il suo stile poliedrico gli ha consentito di esplorare diversi stili musicali, stringendo duraturi sodalizi con almeno due grandi registi: Wes Anderson e Guillermo Del Toro.

Ed è proprio nel segno del cineasta statunitense che si apre la seconda suite della serata, con brani provenienti da “Fantastic Mr. Fox”, “The French Dispatch” e “The Grand Budapest Hotel”, pellicola che frutterà la prima statuetta dorata a Desplat. Se questo trittico lascia trasparire il colore, l’allegria e la sottile ironia onnipresenti nei film di Anderson, è con “La forma dell’acqua” che si tocca uno dei momenti più emozionanti della serata. I suoni della fisarmonica e dei violini suggeriscono il tono fantastico e malinconico dell’opera di Del Toro, quasi si trattasse di una fiaba dai toni più oscuri.

Sotto l’aspetto prettamente tecnico, Desplat dimostra di vivere il podio in maniera estremamente personale. La sua direzione non si limita a scandire tempi e dinamiche, ma ricerca costantemente il dialogo con i musicisti attraverso una gestualità ampia, istintiva ed estremamente espressiva, capace di trasmettere con immediatezza il carattere di ogni brano. Lo stesso atteggiamento emerge anche nel rapporto con il pubblico, coinvolto a più riprese dai sorrisi, dalle battute di spirito e dalle brevi introduzioni che il compositore francese dedica ai pezzi in programma, contribuendo a creare un’atmosfera informale e partecipata.

Dopo una breve pausa, si riprende con le sonorità delicate di “Piccole Donne”, per poi cedere il posto ad “Harry Potter e i Doni della Morte”, le cui musiche fanno salire in cattedra la sezione degli ottoni, che esaltano i toni drammatici dell’opera, comunicando un forte senso di azione, accompagnando i combattimenti ed i momenti più concitati dei due film di David Yates.

Le note del pianoforte a coda ci introducono alla colonna sonora di “The Imitation Game”. Se fino a questo momento abbiamo spaziato dalla musica da camera di stampo sinfonico ad un folk fiabesco e malinconico, fino ad esplorare territori quasi mozartiani, i pezzi che accompagnano il film di Morten Tyldum sono contraddistinti da un approccio più minimalista ed introspettivo, senza però rinunciare al ritmo, ponendosi come obiettivo quello di trasportarci all’interno della mente complessa e quasi isolata di Alan Turing.

Un ritmo tribale ed esotico ci introduce alla sezione dedicata a Godzilla. In questo caso, le percussioni la fanno da padrone, mettendo in scena un ritmo lento e quasi marziale che suggerisce l’incedere inesorabile del kaiju per antonomasia. L’utilizzo di sonorità più cupe riesce a farci percepire la fisicità quasi solenne della creatura preistorica.

Lo spettacolo sembra essere terminato, ma il maestro torna nuovamente sul podio per concedere ben tre bis: “L’uomo nell’ombra”, “Birth – Io sono Sean”, di sicuro uno dei brani più sinfonici in scaletta, ed il tema principale de “La ragazza con l’orecchino di perla”, opera che ha aperto al Maestro le porte di Hollywood.

Le circa due ore di concerto a cui abbiamo assistito ci hanno mostrato parte delle musiche di un compositore poliedrico, capace di confrontarsi con registi e film molto diversi tra loro, ma mantenendo un marchio di fabbrica che lo rende immediatamente riconoscibile: quell’eleganza orchestrale e quell’intelligenza emotiva con cui, una nota alla volta, l’ascoltatore riesce a ricostruire la scena, venendo quasi trasportato in prima persona sul set, lì dove tutti i sogni diventano realtà.

E sempre a proposito di sogni, il fascino millenario della Basilica di Massenzio ha senz’altro contribuito a trasportare un’intera audience in una dimensione a metà strada tra il reale e l’immaginario, lì dove solo le emozioni possono condurci.

Non possiamo che fare il più grande degli “in bocca al lupo” all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia per il prosieguo del suo calendario estivo, rigorosamente nella cornice del Parco Archeologico del Colosseo.

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