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Alzi la mano chi avrebbe mai immaginato di poter vedere una leggenda dell’heavy metal (e della musica più in generale) in luoghi tanto inusuali rispetto a quelli a cui eravamo abituati. Iron Maiden, Metallica, Megadeth, Rammstein, AC/DC: ogni volta che immaginiamo il tour di uno di questi big, le tappe sono quasi sempre in città del Nord, e quasi sempre le stesse, con rarissime eccezioni. Proprio sulla base di quanto ora scritto, è stato impossibile non sbalordire quando l’annuncio del Faithkeepers Tour 2026 dei Judas Priest avrebbe toccato città come Pordenone, Brescia, Roma e Bari; se le prime due sono mete inusitate, se Roma è quella capitale spesso snobbata e fuori dal giro che conta, era da tempo immemore che il capoluogo pugliese, nonostante una scena underground molto attiva, non ospitava eventi di questo calibro. L’aggiunta di un opening act del calibro dei Nevermore, poi, è quell’elemento che trasforma un grande concerto in un evento a cui non si può mancare.

Tra tutte le date menzionate, quella di Roma aveva senza dubbio un fascino ulteriore, garantito da una location iconica come l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone che, per una sera, dismette lo smoking per indossare chiodo, stivali e pantaloni di pelle. I frequentatori più assidui dell’arena la conoscono come cornice di tanti concerti di musica classica, con audience eleganti, composte e collocate in posti a sedere rigorosamente numerati; tuttavia, se è vero che la grande musica abbatte ogni convenzione, che ostacolo possono mai costituire delle semplici barriere di genere?

Alle 8 in punto si concretizza uno dei ritorni più attesi degli ultimi anni: quei Nevermore che tanti, troppi, rimpiangevano di non aver mai visto dal vivo, e che tutti credevano definitivamente tramontati con la scomparsa di Warrel Dane. Ebbene, bastano i riff di “Narchosynthesis” e “My Acid Words” per mandare in delirio una platea eterogenea, composta tanto da fan di vecchia data, quanto da ragazzi che, per ragioni puramente anagrafiche, avevano sempre solo sentito parlare della band di Seattle. Se Van Williams è una garanzia ritmica, se Jeff Loomis è un guitar hero che snocciola riff ed assoli di rara tecnica e gusto, l’attenzione era rivolta a Berzan Önen, colui che aveva il non semplice compito di sostituire il compianto Dane.

Nei circa 45 minuti a disposizione, il frontman turco dimostra una padronanza del repertorio capace di convincere anche il più scettico dei presenti, riuscendo a rendere giustizia a classici come “The River Dragon Has Come” e “Born” e calandosi nei panni di una delle voci più iconiche e teatrali dell’heavy metal. Le reunion, salvo rarissime eccezioni, non mettono mai tutti d’accordo, ed è presumibile che neanche questa nuova incarnazione dei Nevermore lo farà; tuttavia, se è vero che il carisma e la firma autoriale di Warrel Dane sono insostituibili, è altrettanto vero che, così come avvenuto con i Pantera, anche la musica dei Nevermore meritava di tornare ad essere eseguita dal vivo. Non è ancora chiaro quali saranno le prossime mosse di Loomis, Williams e soci, ma le emozioni del pubblico presente sono il miglior “bentornato” che gli statunitensi potessero desiderare.

Sempre più bandiere vengono ammainate, molte delle glorie del passato decidono di appendere gli strumenti al chiodo e godersi una meritata pensione, eppure i Judas Priest sono sempre lì, inossidabili come l’acciaio di Birmingham da cui provengono, facendo ciò per cui sembrano nati: salire su un palco e dimostrare che la vecchia scuola è ancora la migliore. In quasi 60 anni di carriera, Rob Halford e soci possono vantare un repertorio con tantissimi classici che hanno contribuito a plasmare il metal per come lo conosciamo oggi, attraversando almeno tre generazioni di fan che puntualmente si ritrovano a celebrare una delle istituzioni della musica e che si uniscono a cantare l’immortale “War Pigs” dei Black Sabbath, che costituirà la perfetta intro del concerto romano.

“You’ve Got Another Thing Comin’ “, “Metal Gods” e “Breaking the Law” sono tre inni che, in una manciata di minuti, rendono chiara la caratura dello show che è appena iniziato e che riesce a far passare in secondo piano anche una scenografia un po’ più limitata rispetto a quella sfoggiata negli open air esteri.

Chiunque abbia mai assistito ad un concerto di una band di questo calibro sa benissimo che il rischio principale è quello del “concerto greatest hits”, con una scaletta infarcita di classici che ogni appassionato vorrebbe ascoltare e che verrà riproposta ad ogni tour, con pochissime variazioni sul tema. Ebbene, il Faithkeepers Tour 2026 ci ha consegnato una scaletta con diverse sorprese, affiancando pietre miliari come “Turbo Lover”, “Electric Eye”, “Hell Bent for Leather” a chicche come “The Ripper”, “Delivering The Goods”, “Desert Plains” e “Steeler”; aggiungiamo anche pezzi recenti come “Panic Attack”, “Lightning Strike” e comprenderemo quanto i Judas Priest non si siano limitati a quel compitino che li avrebbe condotti ad una vittoria facile e priva di gusto, ma abbiano messo in piedi uno show che ripercorrere passato e presente di una band con pochi eguali.

Da un punto di vista strumentale, Ian Hill e Scott Travis rappresentano quelle fondamenta che non scricchiolano mai e che, anzi, scatenano scosse telluriche capaci di attraversare lo spazio ed il tempo, e che trovano in “Painkiller” la loro apoteosi, scatenando un moshpit forsennato. Se Andy Sneap e Ritchie Faulkner sono una coppia d’asce che uniscono la modernità alla tradizione, quello che continua a stupire è colui che è stato investito del titolo di “Metal God”. Nessuno può resistere allo scorrere del tempo, ma l’esperienza accumulata in anni di tour è un’arma che Rob Halford riesce a sfruttare come pochi altri, dosando la voce, lasciando il giusto spazio al pubblico e riuscendo così a toccare quegli acuti che sarebbero impensabili anche per colleghi più giovani. A quanto ora detto vanno aggiunti un’energia, un carisma ed una presenza scenica impareggiabili, che ci aiutano a capire quanto Halford sia un vecchio leone, che dosare ogni ruggito ed a cui basta uno sguardo per far capire la sua forza.

Le note dell’immortale “Living After Midnight” fanno calare il sipario su una performance maiuscola, a cui i Priest dovrebbero averci abituati negli anni ma che, invece, non smette mai di sorprenderci; d’altra parte, i Judas Priest sono la dimostrazione vivente che l’impresa più ardua per un gruppo non consiste tanto nel raggiungere uno standard elevato, ma mantenerlo nel tempo. Non è dato sapere per quanto tempo ancora riusciremo ad assistere a show del genere, non sappiamo quanto ci separi dal canto del cigno di Birmingham, ma una cosa è certa: quando anche questa bandiera sarà ammainata, il suo ultimo ballo si chiuderà tra gli scroscianti applausi di generazioni diverse per età ma identiche nella passione. Riuscite ad immaginare un finale migliore?

Judas Priest Setlist Roma

You’ve Got Another Thing Comin’
Metal Gods
Breaking the Law
The Ripper
The Sentinel
Desert Plains
Lightning Strike
Turbo Lover
Steeler
Delivering the Goods
Panic Attack
Victim of Changes
No Surrender
Painkiller

Encore:
Electric Eye
Hell Bent for Leather
Living After Midnight

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