Venerdì 20 febbraio è uscito il nuovo album di Bologna Violenta, “Oblomovismo“, per Dischi Bervisti. Abbiamo avuto l’onore di chiacchierare al telefono con il fondatore e mastermind del progetto, Nicola Manzan.

Nicola Manzan caricatura

Ciao Nicola, benvenuto su Spaziorock. Come stai?

Ciao Alessandro, sto bene, grazie. Sto ripassando i pezzi, stasera facciamo le prove e domenica partiamo con il tour. Ci sono pezzi che non suono da due anni e ho dei buchi di memoria incredibili [ridiamo, ndr], poi quelli nuovi sono molto difficili, ma ce la faremo.

Venerdì scorso è uscito “Oblomovismo”, che tipo di risposta avete ricevuto finora?

Molto positiva. Noi ovviamente una volta finito il disco l’abbiamo girato ai nostri amici più stretti, anche a qualche fan, per tastare il terreno: riscontri entusiastici, sono molto contento. Quasi inaspettato, ecco.

Dici così perché credi che sia un disco tanto diverso dai precedenti?

Questo disco esce dopo tanti anni dall’ultimo. Ci sono pezzi all’interno che risalgono a prima di “Bancarotta Morale” [disco precedente uscito nel 2020, ndr], sono antichi, mettiamola così. Io e Alessandro [Vagnoni, batterista del gruppo, ndr] ci sentiamo quotidianamente, siamo molto amici, e ad un certo punto abbiamo fatto il conto e avevamo un disco quasi finito. Mancavano tre pezzi e li ha fatti lui, “somari”, “il vitello d’oro” e “mosche”, non era mai successo che scrivesse lui in questo progetto. Insomma, ci siamo trovati con in mano il disco ed era anche figo! Tutto molto inaspettato, veloce. Una discreta freschezza nell’aria dovuta proprio a questa frenesia.

Come hai accennato, sono passati 6 anni dal tuo ultimo lavoro. Cos’è successo in mezzo? E com’è stato rimettersi in carreggiata?

È successo un po’ di tutto. Nel senso che noi cerchiamo di fare i musicisti di professione e in Italia è un disastro, ai nostri livelli bisogna abituarsi a vivere con poco, anzi pochissimo. Abbiamo ricominciato anche ad insegnare, cosa che io non facevo da mille anni. Ale ha fatto dei dischi con i suoi progetti, Drovag, Dor, Bushi… Io ho fatto due dischi solisti, molto diversi tra loro e da quello che faccio di solito. L’ultimo giro dal vivo con Bologna Violenta l’abbiamo fatto due anni fa, quando uscì “tuk tuk extravaganza”, perché volevamo tornare sul palco e vedere com’era. Io all’epoca ero anche in giro con Pierpaolo Capovilla, facevamo brani di tutto il suo repertorio, dagli One Dimensional Man fino al suo disco solista “Finché galera non ci separi”, lui cantava, recitava, faceva le cose sue e io avevo un armamentario di strumenti con cui facevo tutto il resto [ridiamo, ndr]. Insomma era un anno in cui non si sapeva cosa si sarebbe fatto. Nel tour con Ale facemmo una cosa come 30/40 date, ci siamo divertiti molto e, quando ti diverti sul palco, vuol dire che stai facendo la cosa giusta.

Hai letto “Oblomov” durante la pandemia? Spero proprio di no…

Nono, l’ho letto molti anni fa.

E come mai lo tiri fuori adesso?

Molto semplice: sono lento a fare le cose. Faccio musica veloce perché sono una persona lenta [ridiamo, ndr]. Ho letto “Oblomov” nel 2007, al tempo stavo con una ragazza che lavorava in Russia. A me già piaceva la cultura russa, anche per via dei miei studi classici di violino, la grande scuola russa dei compositori, i poemi sinfonici… Ogni tanto penso che se faccio musica strumentale ed evocativa, deriva dal fatto che da bambino ascoltavo quella musica lì, che creava immaginari senza le parole. Comunque ricordo che quando iniziai “Oblomov”, quella ragazza mi disse “Ma dove vai a farti male con sto libro?”. Effettivamente per le prime 100/150 pagine lui non si alza dal divano, però poi ne rimasi affascinato. Forse perché un po’ mi ci rivedevo, io ho sempre mille cose da fare e se mi metto sul divano magari mi alzo dopo 4 ore, non avendo combinato nulla. Ricordo che già all’epoca pensai a fare un disco chiamato “Oblomovismo”, lei mi prese in giro: non ci vediamo da anni, ma le ho scritto che alla fine l’ho fatto, alla faccia sua [ridiamo, ndr]. Era il titolo perfetto per questo disco, siccome racconta di una società che dal divano commenta, scrolla, vive una vita sempre un po’ spostata da sé… “Ah ma io ho commentato, il mio l’ho fatto”. Guardare e non agire mai. Questo, unito alla gestazione lunghissima, rendeva il titolo azzeccato.

Oblomovismo

Il tuo divano immaginario sta su un balcone, come nella copertina? Quindi sei un ottimista alla fine, vedi la luce alla fine del tunnel?

Grazie per avermi dato la risposta alle prossime interviste che farò [ridiamo, ndr]. Allora, intanto io sono un inguaribile ottimista, Bruno Dorella una volta mi disse che riesco a vedere il bicchiere mezzo pieno anche quando è vuoto.

Secondo me è una grande qualità!

Anche secondo me. Se non l’avessi, non saremmo neanche qua a parlare, perché fare questo tipo di vita qua comporta un mare di sacrifici, e dire “No ma è una figata” quando vendi 10 copie, insomma… Per la copertina, io volevo metterci un divano, perché “Oblomov” = divano. Pensa e ripensa, fai un po’ di prove, finché il mio fotografo di fiducia non mi manda sta foto, dicendo: “È il terrazzo del mio vicino”. Ci rimasi di merda, perché c’erano talmente tante cose giuste in quella foto: il divano è sfasciato ma è fuori, guarda il mondo; la ringhiera con le piante, però piante grasse, che non hanno bisogno d’acqua e quindi vivono da sole. Si è creato un mondo perfetto con questa foto. Perciò, il tuo ragionamento è giusto.

Grazie! Ti piace molto la cultura di fascia alta, ma anche quella più popolare e spiccia, vedasi “il vitello d’oro”. In una linea che va dagli scrittori russi dell’800 ai meme, dove si posiziona Bologna Violenta?

Eh, bella domanda. Guarda, i campionamenti ormai sono un mio classico e la gente impazzisce per questo. Io sono un po’ ossessivo compulsivo, se trovo un disco che mi piace lo ascolto per un anno intero, nel mio Wrapped di due anni fa c’era un solo pezzo [ridiamo, ndr]. Io penso di essere esattamente in mezzo tra Bach e i meme, cioè io se sono a casa e metto Bach sto benissimo, mi aiuta a mandare via i brutti pensieri; allo stesso tempo, però, lo faccio mentre scrollo Instagram. Non sono appassionato di filosofia, non ho mai avuto grandi passioni al di fuori della musica. Di sicuro ho avuto un imprinting molto forte con la musica classica, che ascolto ancora, e mi piacciono le cose fatte molto bene: la musica classica ha tanto ragionamento dietro, tanta struttura. Mi piacciono i romanzi, appunto anche mattoni, che però evocano tantissimo, ti fanno capire perfettamente l’ambiente, l’atmosfera, il periodo storico… Mi piace anche vedere ciò che succede intorno a me e scrollare Instagram credo che rispecchi benissimo la nostra società. Io poi sono uno che si autosputtana l’algoritmo, magari voglio che mi esca solo certa roba, e non è mai roba particolarmente bella.

Per “il vitello d’oro” ti ripeto ciò che mi ha detto Alessandro, siccome l’ha scritta lui. Questo meme famosissimo è guardato da tutti ridendo di questa donna, no? Secondo me è un atteggiamento che assumiamo perché ci si sente migliori con la sfiga degli altri, ed è terribile. Non a caso la musica che abbiamo scritto per il brano è tragica, perché secondo noi c’era disperazione in quello sfogo, era una donna che stava male. E la risposta è che tutti ridono: è molto brutto, molto di destra. Un po’ di empatia dai!

Oppure “tuk tuk extravaganza”. Io scrollo, non guardo mai quelli che seguo. Un giorno mi esce sto video di indiani, che poi in realtà erano foto con filtri terribili e quell’audio strano sopra. Nel giro di un mese, Instagram mi proponeva SOLO contenuti con quella traccia audio; la mia ragazza arrivò a dirmi: “Io ti mollo eh, non se ne può più!” [ridiamo, ndr]. Poi gli indiani che iniziavano a seguirmi, a scrivermi, a chiamarmi… Il video della canzone l’ho realizzato selezionando alcuni di quei reel.

Per rispondere alla domanda, comunque, mi piace ciò che mi evoca qualcosa, che mi dà emozioni. Ho passato anni a guardare incidenti stradali su YouTube mentre ascoltavo “L’arte della fuga” di Bach [ridiamo, ndr].

Sono curioso, i dialoghi o estratti vari che si trovano nei brani sono sempre veri? Faresti invidia ai Public Service Broadcasting, non so se li conosci.

Ah sìsì, ho presente. Purtroppo, ci sono grossi problemi di diritti per chi ama il campionamento. Io nel dubbio alla SIAE dico che sono tutti finti [ridiamo, ndr]. La mia ragazza mi dice sempre che ho la collezione di dischi più brutta del mondo, e ha anche ragione; molti di questi non sono depositati, non si trovano in giro, sono magari pezzi di documentari, interviste… Il campione all’inizio di “uomini sottosviluppati” è una registrazione di Albert Schwarz, un antropologo che era in Africa e ha registrato questa ragazzina che cantava. Ho anche una collezione di flexi disc, ne avrò più di 100, alcuni degli anni ’50, avevano poi delle copertine incredibili, tipo uno con la pubblicità del farmaco contro il mal di testa. Ecco, questo tipo di campionamenti, non mi faccio problemi a farli; coi film preferisco non rischiare, piuttosto faccio reinterpretare i dialoghi dagli amici.

In questo disco hai inserito anche diverse lingue: c’è l’ebraico, ma nessuna lingua araba. Si può entrare nell’argomento o preferisci evitare?

Ah cacchio, ma sai che non ci avevo pensato? Vedi che mi serve fare le interviste… No è totalmente un caso. Quel brano è di Alessandro e quella frase in ebraico è di Hitler, l’ha detta ad un comizio ma non ricordo di preciso cosa dica. E Alessandro, che è un figlio di puttana, ha fatto ripetere la frase all’intelligenza artificiale in lingua ebraica. È un po’ la presa per il culo di tutto il mondo, perché la frase è una cosa tipo “Abbiamo fatto delle grandi cose, sbagliate, ma le abbiamo fatte per il popolo”. Io cerco sempre di tenermi informato sul mondo, sono abbastanza sensibile per quanto riguarda guerre e disgrazie, ma ho l’ottima abitudine di non scrivere un cazzo su Facebook, siccome mi sembra una latrina. Se la gente vuole sapere come la penso, mi contatta e glielo dico. Non penso che scrivere su Facebook “Netanyahu figlio di puttana” cambi qualcosa, che qualcuno reagisca tipo: “Ah, l’ha detto Manzan, allora attenzione…”

Adesso parte il tour. Cosa dobbiamo aspettarci da questi concerti?

Ci saranno brani vecchi e una parte dei brani nuovi, non tutti perché alcuni sono veramente insuonabili [ridiamo, ndr]. I nostri pezzi non partono mai in maniera convenzionale, tipo da un riff. Da sempre, io parte dalle batterie, che non so suonare, quindi cerco campioni e tento di creare un pezzo di sola batteria che sia sensato. Adesso ovviamente c’è Alessandro e si occupa lui delle batterie. Insomma, cerchiamo di creare qualcosa che abbia un senso, nonostante sia solamente un ritmo semplicissimo. Le chitarre arrivano dopo e tante volte sono registrate battuta per battuta, proprio per enfatizzare la base di batteria. Tutto spesso senza provini. Quindi, quando devi impararle per suonare live, tante cose non sono proprio suonabili. Poi in media facciamo una quarantina di pezzi a concerto, tutti così folli, è già complesso di per sé [ridiamo, ndr]. In questo tour ci saranno come al solito dei visual, di cui mi occupo sempre io, tranne quello di “multiscolor” che ha fatto Ale.

Siete molto DIY devo dire.

Sìsì, tutto il progetto è così. Figurati che per questo disco non ho contattato nessun’altra etichetta, usciamo solo con Dischi Bervisti, che è la mia. Ho Audioglobe che mi distribuisce, ho Kizmaiaz che mi fa l’ufficio stampa e tutte le edizioni, ho una buona struttura alle spalle da anni. Il resto è tutto do it yourself. Le registrazioni le facciamo a casa nostra da soli, anche perché abitiamo a 5 ore di distanza l’uno dall’altro. Siccome è il tuo lavoro, la tua passione, fai tutto quello che riesci; magari fai un po’ di meno, comunque le giornate sono di 24 ore e ogni tanto bisogna dormire, mangiare e cagare [ridiamo, ndr], però almeno quello che hai fatto sai che l’hai fatto. Non stai lì in balia di qualcun altro. Faccio autoproduzione perché negli anni ho visto veramente tanti sogni di gloria svanire nel nulla.

Quindi, se volessi lasciare un messaggio ai tuoi fan, potrebbe essere “Chi fa da sé, fa per tre”?

Assolutamente. Magari non tre, facciamo due e mezzo [ridiamo, ndr].

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