In un momento particolarmente ricco per la giovane band veneta — tra un tour europeo già in corso, una nomination ai Music Moves Europe e l’uscita del nuovo singolo “Romeo” — abbiamo incontrato Irene Moretuzzo, cantante e chitarrista dei Glazyhaze, per parlare di ispirazioni, percorsi e prospettive future. Tra introspezione, malinconia e una naturale vena di “disagio” che attraversa “Sonic”, la cantante ci ha raccontato come nasce la loro musica, cosa significa portarla all’estero e quali sogni coltivano guardando ai grandi festival internazionali.

Benvenuta tra le pagine di SpazioRock. Avere band giovani italiane tra le nostre pagine è sempre un piacere. Prima di tutto, come va? Come sta andando questo periodo? So che tra poco sarete in tour.

Siamo molto molto felici. In realtà siamo partiti già qualche giorno fa, abbiamo fatto un piccolo stop a casa, poi ripartiamo a breve. Per ora per ora è stata una bombetta. [ride, ndr.] Abbiamo suonato con delle band che ci piacciono molto, di cui abbiamo stima e sono cose che lasciano tanto sicuramente a livello umano e di ispirazione. Abbiamo un paio di date con i Soft Cult, che è un’altra band di cui abbiamo una stima enorme, quindi siamo proprio felici, felicissimi perché girare per l’Europa è sempre bello, e poterlo fare effettivamente con altri progetti che ami è una cosa impagabile.

Quali sono i vostri prossimi appuntamenti? Vedo che tra l’altro siete anche in arrivo in Olanda. Io vivo in Olanda! Però non passate per Amsterdam, corretto?

No, facciamo tappa ad Harlem con questo tour e poi andiamo a Groningen a gennaio.

Per ESNS, giusto? Poi ne parleremo perché anche questo è un capitolo su cui avremo modo di soffermarci. Nel frattempo, è uscito “Romeo”, il vostro nuovo singolo, che era una B-side del vostro ultimo album “Sonic” pubblicato lo scorso marzo. Come mai questa scelta di tirarlo fuori solo adesso e farlo diventare un singolo?

Allora, ha una storia un po’ particolare come pezzo. È stato scritto all’ultimo mentre stavamo registrando il disco. È stata una cosa un po’ improvvisata, però nel momento in cui abbiamo registrato tutto e mixato, ci eravamo resi conto che cozzava un po’ con il flow che aveva l’album, cioè avevamo trovato quei 10 pezzi che secondo noi dialogavano bene tra di loro e sembravano una cosa in più. Lo abbiamo quindi un attimo accantonato e messo da parte. Considerando che dovevamo partire per il tour e che avevamo sto pezzo che potenzialmente era già pronto da buttare fuori, abbiamo pensato che potesse piacere alle persone. Noi non ne abbiamo tantissime di canzoni allegre, penso che ci abbia fatto bene dal punto di vista del mood una canzone un po’ più spigliata, energica. In realtà non è stata una mossa calcolata.

Dal punto di vista musicale concordo, però, leggendo il testo, ho visto in realtà un po’ un contrasto da questo punto di vista. Non so se vi ispirate magari a Romeo and Juliet, dato che voi siete di Venezia. Quell’area lì sappiamo essere teatro di molte tragedie, insomma, di molte opere teatrali. Viene da lì la vostra ispirazione per questo pezzo oppure c’è dell’altro?

Il pezzo è nato in una maniera un po’ particolare, nel senso che l’abbiamo lavorato nella sessione di registrazione di Sonic, però era saltato fuori perché c’era questo video che avevamo registrato in un tour ancora nel 2023. Avevamo suonato in un garage di un tipo a Verona, c’erano tre o quattro persone nel pubblico e mi ricordo che c’eravamo un po’ messi a jammare e c’era questo video di questa jam che avevamo fatto durante il live, dove suonavo il riff principale del pezzo. Poi da lì si era chiusa la cosa e appunto qualcuno l’ha ritirato fuori mentre facevano la sessione di registrazione, e abbiamo deciso così di registrare intanto il riff ed è stato salvato sul telefono da Francesco, il nostro batterista, con il nome “Romeo”, semplicemente perché eravamo a Verona. Quindi abbiamo registrato la strumentale e io mi sono ritrovata appunto a dover scrivere il testo un po’ all’ultimo. Perché dovevo registrarlo. Non sapevo bene da dove partire. Ho detto “Boh, teniamo sto titolo che in realtà era giusto per salvare il progetto”. Ho detto Romeo e ho iniziato a scrivere da lì. Quindi sì, un pochino è collegato, magari non in una maniera profonda quanto ti aspettavi,

Ma infatti è bello che prendiate ispirazione un po’ dalla vostra zona, e da ciò che vi circonda. La vostra musica suona molto internazionale, e i richiami alle band più famose del genere ci sono tutti, anzi, secondo me “Sonic” è un album che non sfigura di fronte a ai grandi nomi. Avete in programma per caso di scrivere testi in italiano o di prendere magari un po’ in prestito il sound della musica italiana e portarla nei vostri dischi oppure non è ancora nei vostri progetti?

Guarda, non è una cosa che escludo. In realtà ne stavamo parlando proprio in questo periodo perché io prima di iniziare a scrivere con la band scrivevo così da sola nella cameretta ancora alle superiori. Al tempo scrivevo solo in italiano e poi con il progetto ci eravamo presi bene appunto con gli show, e avevamo presa un po’ la fascinazione. Allora abbiamo iniziato a scrivere solo testi in inglese. Sicuramente ora avendo un pubblico per lo più estero, per quanto piccolo sia il progetto, continueremo a scrivere in inglese. Tuttavia ci piacerebbe molto magari inserire in un futuro album una o due tracce in italiano. Se ci verrà naturale lo faremo, non lo faremo così per per dovere o perché c’è stato chiesto. Comunque siamo di qua, quindi se dovesse mai uscire qualcosa che ci piace, mi farebbe piacere. Non escludiamo la cosa, ecco.

GlayhazeBand

Non so se lo sapete, SpazioRock ha una rubrica mensile a Radio Rock che si chiama “Alta Fedeltà”, dove ogni mese pubblichiamo le top cinque sia delle news più lette sul sito, ma anche dei consigli musicali, e “Sonic” era in classifica quel mese. Se non sbaglio, al secondo o al terzo posto. Il disco presenta tante sonorità, però c’è anche un po’ di malinconia, non sempre, però è alternata a pezzi più allegri. Secondo me, anche questo fiammifero in copertina ne è un po’ l’emblema, dato che fa questa luce, però attorno è scuro perché comunque è una luce comunque di un fiammifero. Quindi ci sono tanti chiaroscuri. Da dove viene questa malinconia e che appunto si può riscontrare magari in alcuni pezzi?

Mi fa molto ridere perché in realtà questa noi la chiamiamo “la percentuale di disagio”, nel senso che comunque ci sono pezzi un po’ più allegri, e ce ne sono alcuni che sono magari un po’ più introspettivi, più profondi. Però c’è sempre un po’ quel leggero filo di disagio. Che poi ritroviamo anche nella musica dei DIIV. Ci sono diversi artisti che, nonostante i pezzi, comunque ti fanno sentire che c’è qualcosa che non va… Non saprei dirti cos’è. Penso che sia semplicemente come scriviamo noi, cosa ci esce. Non abbiamo delle valide ragioni per avere questa introspezione. Sicuramente scriviamo ognuno nel suo, è momento per affrontare le cose, processarle, trasformarle in qualcos’altro. Semplicemente è così. Non so se lo sarà sempre, per ora è così, e non ci dispiace. Siamo molto per riviverci le cose come sono nel momento. C’è un velo di disagio, però lo accettiamo [ride, ndr.]

Per descrivere “Sonic” a chi magari non lo ha mai sentito, come lo descriveresti a parole tue?

È una domanda un po’ difficile. Spesso comunque quando scrivi musica, scrivi un disco, non pensi troppo a come presentarlo a parole. Sicuramente è un percorso di 2 anni che abbiamo fatto con il gruppo. Quando pubblichi un album è sempre un po’ strano, perché, nel momento in cui esce, le persone scoprono la musica, però in realtà sono cose che macini già da 2 anni, 2 anni e mezzo. Sicuramente è un ritratto dei due anni che abbiamo passato insieme. Dal punto di vista musicale, è stato un po’ il momento in cui abbiamo iniziato a scrivere, a trovare uno stile più nostro. Abbiamo sperimentato di più con i suoni e con la scrittura e sì, se dovessi descriverlo, sicuramente sarebbe un disco introspettivo con un po’ di disagio, come dicevamo prima, malinconico. Nostalgico sì, ma a quel punto di vista là si discosta un po’ dai classici dello shoegaze dove tutti i layer sono impastati, magari pezzi con suoni fighissimi, ma che suonano più simili tra di loro. Secondo me il lavoro che è stato fatto ha cercato di dare più focus ad ogni traccia, magari con un approccio un po’ più rock o pop, però comunque traendo ispirazione da quel tipo di scenario sonoro. È sempre difficile descriverlo.

Grazie per aver fatto questo sforzo. Io concordo in pieno. Invece tornando all’esperienza un po’ internazionale, quella che avete avuto con Eurosonic, che lo ricordiamo, è una fiera del B2B per musicisti e artisti, dove i paesi che partecipano portano una delegazione di artisti emergenti a rappresentare la scena musicale contemporanea. Inoltre siete stati nominati per il premio Music Moves Europe. Cosa vi aspettate da tutta questa esperienza?

Eravamo molto felici di poter andare a suonare, poi quando è uscita la storia della nomination per i Music Moves Europe, è stata molto inaspettata. Eravamo molto felici e sicuramente siamo emozionati di suonarci, però altrettanto di vedere un po’ che aria tira là, conoscere gli altri artisti in contesti sicuramente molto internazionali e di scambio. Comunque ci sarà gente da ogni dove, quindi siamo molto curiosi di vedere cosa ci lascia sia a livello umano che musicale, perché sicuramente poi ci sarà la parte di conoscere gli addetti ai lavori. Quindi un po’ un misto di cose che sicuramente porteranno un contributo al progetto. Non pensavamo neanche che potesse succedere, non ci eravamo fatti questa aspettativa, quindi quando è arrivata la notizia eravamo soddisfatti.

Certo, immagino. Poi i vincitori di Music Moves Europe verranno rivelati durante ESNS, a gennaio. Giusto? E come dici può essere un bel trampolino di lancio, quantomeno per la circuitazione internazionale, proprio perché il festival tende a favorire questo aspetto del live e sicuramente questa dimensione internazionale fa gola. Avete già pensato a quali possono essere i posti in cui vi piacerebbe suonare più di tutti, se vincerete il premio?

Sicuramente ci sono tante situazioni in cui ci piace poter trovarci a livello di festival, di venue, e di aperture ad altre band. Magari il Primavera Sound. Sai il nome più piccolo in fondo? Quello lì sarebbe bellissimo. Poi Glastonbury, o Pitchfork. Ma anche il Rock en Sein. Ci sono diverse situazioni in cui ci piacerebbe suonare. Vediamo come va, noi andiamo avanti predisposti ad accettare quello che arriva e a conoscere. Poi sarà quel che sarà. Noi incrociamo le dita e comunque penso che proseguendo, lavorando sempre, prima o poi le cose arrivano se ci si mette impegno e dedizione. Quindi noi non abbiamo fretta, in realtà facciamo il nostro e vediamo cosa ci torna.

Come avete detto, siete stati un po’ in giro e continuerete a essere in giro per l’Europa. Hai visto delle differenze, o magari un’accoglienza un po’ più calorosa, all’estero rispetto all’Italia o viceversa?

Quando una persona è fan di un progetto è sempre mega caloroso. Però sicuramente dal punto di vista delle persone che vengono al nostro live la prima volta e non conoscono il progetto, invece c’è un po’ la differenza. Non voglio generalizzare troppo su questa cosa, però almeno in Nord Europa le persone che vanno a sentire un concerto sono più predisposte ad ascoltare la cosa nuova o la band underground che non conoscono. Ma secondo me proprio per un fattore culturale, cioè se una persona abita in Inghilterra può scendere sotto casa e avere quattro venue nella via dove abita, è ovvio che è abituato a sentire cose nuove. Secondo me in Italia siamo un po’ più trattenuti da questo punto di vista. Lo vedo anch’io su me stessa, cioè è un discorso che riguarda anche noi. Magari c’è meno apertura e curiosità al nuovo qua. Nel momento in cui uno si prende bene, però l’affetto in Italia è sempre a modo nostro: molto molto caldo e sì, forse c’è solo uno scalino da affrontare in più all’inizio.

C’è una cosa che mi incuriosisce rispetto al genere così emozionale come quello che fate voi dello shoegaze. Cosa solitamente percepite quando suonate dal vivo? Cosa percepite, tra voi stessi e magari dal pubblico? Che energie vi arrivano?

È una cosa su cui scherziamo molto quando andiamo in tour. Quando suoniamo, ognuno si fa il suo trip in realtà, cioè siamo assieme, però secondo me ognuno è un po’ perso nella sua dimensione. Sicuramente non siamo di quelle band che interagiscono tanto, si muovono assieme, e così via. Secondo me siamo ognuno un po’ nella sua dimensione. Ogni tanto ci diciamo: “Cavolo, però dovremmo guardarci di più, dovremmo calcolarci di più”, però secondo me è come magari ti aspetteresti del genere, cioè sicuramente molto persi in quello che facciamo, nel suono che stiamo avendo in quel momento. Dal pubblico ti direi la stessa cosa. Secondo me è anche il genere che porta a sentire questo tipo di musica live, a perdersi nella vibe, nei suoni. Poi magari è nei pezzi un po’ più spigliati che ci si diverte di più e anche il pubblico lo sente. Sicuramente sì, ci sono feedback positivi, però è sempre molto introspettiva.

Questa era l’ultima domanda e non so se magari ti va di aggiungere qualcosa o c’è qualcosa che non ho toccato che ti va di aggiungere per i nostri lettori, e per i tuoi fan.

Noi ringraziamo ovviamente tutte le persone che hanno ascoltato Sonic e voi per i feedback positivi, anche per questa intervista. Fa sempre molto piacere sentirsi visti anche da realtà qua in Italia perché non è scontatissimo e lo apprezziamo molto. Per chi vuole sapere un po’ cosa ci aspetta ora, appunto, finiamo questo tour a novembre. Siamo molto carichi anche all’idea di tornare in Italia. Abbiamo un paio di eventi in programma tra dicembre, gennaio e febbraio, e sì, poi cominceremo a pubblicare cose nuove.

Ci possiamo aspettare qualcosa nel 2026?

Sì, sì. Speriamo che piacciano. Noi siamo molto molto felici di cosa sta uscendo ora.

Ottimo, non ti chiedo di più perché non ti voglio compromettere. Siamo arrivati alla fine e io ti ringrazio per il tuo tempo e per questa partecipazione, e ci vediamo ai prossimi live. Un saluto a tutto il resto della band da parte di SpazioRock e a presto!

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