Il giro di boa del Sziget Festival è all’insegna di una forte ondata di caldo, e ciononostante il prato del Lightstage, nel primo pomeriggio, è una danza unica, un vero tripudio di euforia estiva e di comunità all’insegna dell’amore per la musica. Considerando che quando i Savana Funk erano arrivati sul palco all’estremità settentrionale dell’isola – quasi appannaggio esclusivo di artisti italiani, loro compresi – il potenziale pubblico era altrove, raccogliere così tanti spettatori partecipi è un risultato che la band accoglie con vivo entusiasmo. Trovarsi a conquistare nuovi spettatori partendo da zero è tipico dei contesti internazionali, ma è un’impresa cui Aldo Betto (chitarra), Youssef Ait Bouazza (batteria) e Blake Franchetto (basso) sono abituati, avendo un prolifico e multiforme repertorio di musica strumentale, tra blues, funk e afro-beat, che negli anni li ha portati su palchi lontani da casa, per destinazioni che neppure si aspettavano. Li abbiamo incontrati al termine del loro live di Budapest per farci raccontare qualcosa di più su ciò che amano di più del progetto Savana Funk — e anche qualcuna delle loro avventure in giro per il mondo.
Avete appena suonato al Sziget, siamo proprio qua dietro al Lightstage. È un festival dove tra l’altro siete già stati, quindi vorrei innanzitutto chiedervi le vostre impressioni: avete trovato qualcosa di diverso rispetto a quando siete stati l’ultima volta — e qual è il valore che ha per voi un festival come questo all’interno della scena musicale?
Aldo: be’, devo dire che due anni fa ci siamo divertiti da matti. Quando ci è arrivato l’invito anche per quest’anno eravamo felicissimi, infatti non a caso Blake e Youssef si fermano qui un giorno in più rispetto al concerto! [ride, ndr] Io dovevo purtroppo rientrare. Ma bellissimo, un festival dove si sta bene: per me la figata è che è totalmente inclusivo, da tutti i punti di vista – umano, musicale –, per me la cosa migliore del Sziget è quella.
Blake: Io posso dire – rispetto a due anni fa, che era bellissimo –, questa volta si commentava poco fa che la gente sembrava ancora più carica, ancora più partecipe, ancora più vogliosa, quindi insomma, dimostra che la musica dal vivo funziona, che la gente ha voglia di sentirla e che la nostra musica ha un bel riscontro, e noi ne siamo molto felici, molto grati.
Tantissima gente, sempre più partecipazione, quindi assolutamente d’accordo. Definire la vostra musica, stavo pensando, è abbastanza difficile: vi ho visti spesso caratterizzati in maniera abbastanza sbrigativa come “fusion”, ma se voi dovesse descrivere la vostra musica in tre parole, quali sarebbero e perché?
Blake: io ne userei due e direi “senza confini”.
Mi sembra corretto, perché non vi ponete nessuna barriera.
Blake: c’è qualità e comunicazione di qualcosa di sentito, di profondo, di umano, e può avvenire in mille modalità: l’importante è che quella cosa arrivi, non ci limitiamo a dire “siamo questo, siamo quell’altro”. Siamo quello che ci va.
Che poi ho letto – e lo trovo davvero interessante – che la vostra band è fondamentalmente nata da una jam session durata svariate ore, è vero?
Aldo: sì, sì! [ride, ndr]
Youssef: quella è la prima volta che ci siamo incontrati. Ci siamo beccati nella saletta dove noi proviamo e praticamente io ho conosciuto Aldo per la prima volta lì. Gli ho stretto la mano, poi… è stata una buona suonata. È per quello che, prima del live, ci stringiamo sempre la mano, ormai è diventato un rito, per noi. Ed è partito tutto da quella jam di otto ore.

E a proposito di sinergia: avete fatto qualche tempo fa un tour in Italia con Willie Peyote. Come è nata questa collaborazione e cosa credete di aver portato gli uni gli altri?
Aldo: con Willie ci hanno chiamato a Torino per un evento benefico e ci hanno chiesto di fare qualche pezzo insieme, e quindi è nata una cosa relativamente casuale; ma cavolo, siamo saliti sul palco e ci siamo divertiti subito da matti, è stato subito… sai, quando senti che le cose funzionano senza difficoltà, e così è stato. Quindi ci siamo detti “dai, cavolo, facciamo le cose fatte per bene” e abbiamo programmato un tour di cinque date per la primavera successiva, quella del 2023, dove però abbiamo detto “dai, non facciamo la solita scaletta dei tuoi successi, dei tuoi pezzi: facciamo una cosa diversa, suoniamo un po’ di brani nostri, un po’ di brani tuoi, li mixiamo, facciamo dei mashup, scriviamo soprattutto delle cose nuove.” Da quel punto è uscito un brano che è “Wa Zina”, ma ci sarebbero ancora altre cose, che chissà se un giorno vedranno mai la luce. Però è stata una figata, il tour, è stato molto bello. Anche l’anno scorso abbiamo suonato, tra l’altro: molto bello, molto. Con Willie è sempre bello — è tutto semplice, tutto fluido, tutto naturale.
Per concludere: siete stati al Sziget, siete stati anche in Francia di recente, e in generale suonate molto spesso all’estero: avete un paese o un posto dove vi piacerebbe suonare assolutamente, o uno dove siete stati che vi portate nel cuore?
Aldo: io devo dire che le due date a Londra sono state una figata: ognuno faceva le sue cose… è sempre bello, siamo stati in Indonesia e abbiamo vissuto un’esperienza straordinaria. Io personalmente vorrei, prima o poi, tornare a suonare a New York, mi piacerebbe tanto… però, insomma, è già stata una bella annata, questa qua. A Bruxelles, pure, si è stati bene, no?
Blake: sì, da dio, si è stati benissimo.
Aldo: a Londra è stato magico, ma in Indonesia, dall’altro capo del mondo…
Youssef: l’Indonesia è stata veramente una sorpresa incredibile. Infatti speriamo proprio di tornarci molto presto, perché il rapporto umano di quel paese è veramente bello. Ci ha un po’ destabilizzato, la gentilezza del popolo. È stato veramente forte, almeno per me personalmente, è stato spiazzante. Non ci aspettavamo niente, è invece è venuta fuori una cosa incredibile, la gente era carichissima.
Dall’altro capo del mondo, poi, magari uno non se lo aspetterebbe…
Aldo: dall’altro capo del mondo, veramente! Anche in Giappone, chissà, prima o poi…





