Per molti il Primavera Sound Porto resta il fratello minore dell’edizione di Barcellona, che quest’anno ha fatto registrare numeri da record. Guardando soltanto le cifre, il confronto sembrerebbe non reggere: 127 mila presenze contro le 287 mila della capitale catalana, cinque palchi anziché diciassette e una lineup decisamente più compatta. Eppure ridurre il festival portoghese a una semplice versione in scala sarebbe un errore. È nella sua semplicità che l’edizione portoghese del festival conquista i cuori dei partecipanti e si guadagna la propria identità.
A fare la differenza è innanzitutto la cornice del Parque da Cidade, un grande polmone verde affacciato sull’oceano dove si può assistere ai concerti seduti sull’erba, passeggiare tra gli stand di vinili, abbigliamento e merchandising oppure ammirare il sole tramontare alle spalle del palco principale, l’Estrella Damm Stage. Un’atmosfera rilassata e vivibile, lontana dalle lunghe camminate e dalla dispersione tipiche dei grandi festival europei, anche se il numero ridotto di palchi concentra inevitabilmente il pubblico nelle stesse aree.
La proposta musicale privilegia nettamente i concerti, lasciando uno spazio più marginale alla musica elettronica. Ma ciò che accomuna davvero Porto e Barcellona è la forte identità politica. Il messaggio pacifista attraversa l’intero festival, dall’insegna “No War” che campeggia di fronte al Vodafone Stage fino ai numerosi interventi degli artisti sul palco. Più che un semplice cartellone musicale, il Primavera Sound continua così a proporsi come uno spazio in cui la comunità e la condivisione diventano, a tutti gli effetti, un gesto politico.
DAY 1
La prima giornata del festival si muove costantemente tra intimità e spettacolo, trovando nei Big Thief uno dei suoi momenti più evocativi. La band americana riesce nell’impresa di trasportare il pubblico tra le polverose strade del Sud degli Stati Uniti attraverso un lirismo delicatissimo, fatto di arpeggi malinconici, riff appaganti e della voce magnetica di Adrianne Lenker. Quando la dolcezza lascia spazio a improvvise scariche elettriche più abrasive, la magia diventa quasi tangibile.
Se i Big Thief conquistano con la sottrazione, Ethel Cain lo fa con la forza emotiva. La sua voce è inizialmente una carezza rassicurante, capace di accogliere migliaia di persone in una dimensione sospesa. Poi cresce, si espande e travolge come un fiume in piena, trascinando una folla oceanica in uno stato di trance collettiva, al limite tra la ballata e il rock estatico.
L’attesa per il ritorno degli XX era enorme e il trio britannico la ripaga con un set fatto solo di hit. La pulizia sonora è impeccabile: il basso ipnotico di Oliver Sim, la voce malinconica e seducente di Romy Madley Croft e i paesaggi sonori cinematografici di Jamie xx trasformano il concerto in un film che nessuno vorrebbe smettere di guardare. Le transizioni tra un brano e l’altro sono di un gusto straordinario, merito della superba abilità di Jamie come regista dell’intera performance. La loro lunga assenza ha finito per amplificarne il fascino, e il pubblico risponde con un affetto che, come il trio britannico ci tiene a sottolineare, non è scontato, specialmente se si considerano i dieci anni di assenza dall’ultima volta che hanno pubblicato nuova musica.

© Francesca Sara Cauli
Tutt’altro registro per i Kneecap, che trasformano il festival in una gigantesca manifestazione danzante. Il trio di Belfast mescola elettronica e hip hop con un’intensità contagiosa, accompagnando la musica a messaggi politici accolti con entusiasmo da una platea che risponde compatta ai richiami di solidarietà verso la Palestina e alle cause sostenute dalla band. Il nuovo album “Fenian” dal vivo suona aggressivo e oscuro allo stesso tempo, contribuendo a dare vita a una performance su di giri e decisamente emozionante.
A chiudere la serata ci pensa Gelli Haha, protagonista di uno spettacolo che sfugge a qualsiasi definizione. Tra performance art, teatro dell’assurdo e concerto pop, l’artista costruisce un universo surreale e coloratissimo che richiama l’estro visionario di David Byrne in salsa katebushiana. Un finale volutamente eccessivo, dove il principio del “more is more” diventa manifesto artistico dell’artista americana.
DAY 2
La seconda giornata del festival oscilla continuamente tra eleganza, furia e spettacolo. Ad aprire uno dei percorsi più interessanti è Baxter Dury, che porta sul palco il suo consueto spoken word venato di cinismo britannico. Tra groove sintetici e toni elettrici perennemente sul punto di esplodere, il cantautore inglese conferma di essere una presenza unica nel panorama contemporaneo, spesso non facile da comprendere.
Poco dopo è il turno degli Slowdive, che trasformano il palco in una dimensione parallela. Le loro chitarre stratificate e il basso pulsante costruiscono un muro sonoro capace di trascinare il pubblico in una sorta di ipnosi. Le ginocchia tremano durante le sferzate più intense, mentre le melodie avvolgono i sensi. Solo le parti vocali sembrano aver perso lo smalto di qualche anno fa, senza però compromettere il potere catartico dell’esperienza. Durante i classici “Allison” e “When The Sun Hits” sembra di essere trascinati via verso la deriva da una marea in piena. E il naufragar ci è dolce in questo mar.

© Francesca Sara Cauli
L’energia cambia radicalmente con i Viagra Boys. La band svedese incendia il Vodafone Stage con una performance di matrice sismica, fatta di ritmi ossessivi, ironia e caos controllato. Il sax si conferma un’arma segreta devastante, come a voler dire di non sottovalutare la band per il suo carattere scansonato, e durante “Sports” la festa sembra davvero non voler finire mai. Non a caso, come altri artisti del festival, il gruppo trova spazio anche per lanciare messaggi politici e cori a sostegno della Palestina.
In serata arrivano i Gorillaz. Lo spettacolo visivo è imponente, e il nuovo album “The Mountain” aggiunge un capitolo importantissimo alla storia della cartoon band. Damon Albarn resta un frontman magnetico, capace di tenere insieme musica e riflessione sul difficile clima politico contemporaneo attraverso le celebri animazioni. Non tutte le nuove canzoni convincono quanto i classici, ma momenti come l’apparizione di Joe Talbot per “The God Of Lying” ricordano perché il progetto continua a essere una delle realtà più ambiziose del pop moderno.

© Hugo Lima
A chiudere una giornata già densissima ci pensano i Melt-Banana. Il duo giapponese scatena una tempesta di rumore, velocità e melodie stridenti che sulla carta sembrerebbe destinata a implodere. È un caos organizzato, una collisione continua tra thrash, noise e follia hard rock che lascia il pubblico disorientato ma affascinato. Non sappiamo dire bene se funziona o meno, ma mentre cerchiamo di capirlo, ci facciamo un pogo sotto palco.
DAY 3
Ci sono concerti che intrattengono e altri che costringono a guardare il mondo negli occhi. I Massive Attack appartengono senza dubbio alla seconda categoria. Sul maxischermo scorrono immagini che nessuno vorrebbe vedere: guerre, crisi umanitarie, un presente che assomiglia sempre più a un film dell’orrore. Poi la musica prende il sopravvento e trasporta il pubblico in un’altra dimensione, lontanissima eppure inquietantemente vicina alla realtà. Le canzoni vengono smontate e ricostruite, assumendo forme nuove senza perdere un grammo della loro forza. L’ingresso di Elizabeth Fraser sposta definitivamente il concerto verso territori quasi mistici, mentre Horace Andy continua a essere una presenza magnetica. Il momento più emozionante arriva però con Deborah Miller: la sua interpretazione di “Unfinished Sympathy” è semplicemente da brividi, uno di quei rari istanti in cui un festival sembra fermarsi per qualche minuto.

© Hugo Lima
Se i Massive Attack ipnotizzano, gli IDLES fanno l’esatto contrario: scuotono, travolgono e non concedono un attimo di tregua. Il quintetto di Bristol divora il Vodafone Stage con una sicurezza impressionante, infilando i propri inni senza perdere tempo. “Mother”, “Never Fight a Man With a Perm”, “Danny Nedelko” e “Gift Horse” trasformano il concerto in una gigantesca esplosione collettiva, tra mosh pit, cori e una partecipazione totale del pubblico. La band appare ormai nel pieno della propria maturità artistica e dal vivo raggiunge una dimensione impressionante: per impatto, carisma e capacità di coinvolgere una platea sterminata, gli IDLES sembrano ormai aver conquistato un ruolo che nel rock britannico contemporaneo è simile a quello dei Foo Fighters per il rock americano. Un concerto che conferma definitivamente la loro statura internazionale.
Nel complesso, il Primavera Sound Porto lascia un’impressione decisamente positiva. È il festival ideale per chi cerca grandi concerti senza dover fare i conti con folle ingestibili, distanze infinite tra i palchi o ritmi estenuanti: qui c’è ancora il tempo di bere una birra sul prato con gli amici mentre la musica scorre. Chi invece desidera un cartellone incessante, ricco di elettronica e di proposte sempre nuove, potrebbe trovarlo meno appagante. Come la splendida città che lo ospita, il suo fascino risiede nella semplicità: bisogna arrivare senza grosse pretese e lasciarsi avvolgere dalla sua atmosfera autentica, globale e allo stesso tempo accogliente, per portarselo nel cuore per sempre. Al resto, ci pensa la musica.





