“Ho iniziato a scrivere musica a circa 15 anni. Ho passato davvero tanto tempo nella mia stanzetta a scrivere canzoni tristi”, racconta Tom Smith, il frontman degli Editors, che oggi pubblica il suo primo album solista “There is Nothing in the Dark that isn’t There in the Light”. Una parentesi solitaria, nata da una riflessione spontanea sulle relazioni e sulla loro importanza nell’affrontare le difficoltà della vita in un mondo veloce che sembra porcene davanti sempre di più. E sono queste, per Tom le ancore al presente, al reale, che anche nell’oscurità riescono a dare speranza.
Photo credit: Edith Smith
Ciao Tom, è davvero un piacere essere qui con te per parlare del tuo primo lavoro solista “There is Nothing In The Dark That isn’t There In The Light”. Come prima cosa vorrei chiederti com’è evoluto il tuo rapporto con la scrittura a livello personale, quindi brani che non necessariamente dovessero essere poi lavorati con gli Editors, e cosa ti ha portato a decidere di pubblicare questo disco proprio ora.
Ho iniziato a scrivere musica a circa 15 anni, ho passato davvero tanto tempo nella mia stanzetta a scrivere canzoni tristi, quindi è una cosa che ho sempre fatto. Ovviamente, è capitato più spesso che quei brani diventassero canzoni degli Editors, che grazie al lavoro con la band diventano qualcosa di ancora più grande. Con questo disco ho pensato che fosse il momento di registrare alcune canzoni e di mostrare il mio songwriting nel modo più fedele possibile a come suonano i brani per come li scrivo io. Il mio desiderio era quello di fare un album acustico, un po’ più onesto e personale. Anche le canzoni degli Editors che sono più elettroniche e complesse nascono in modo simile, “Papillon”, per esempio, è nata da me e una chitarra acustica. Poi i brani intraprendono un viaggio che le trasforma, e, ecco, volevo pubblicare dei brani che non avessero fatto “meno strada”.
In che modo ha impattato sul processo di scrittura il fatto che i brani non sarebbero stati pubblicati con la band? Ti ha portato a lavorare in modo diverso?
In realtà non ha fatto molta differenza. Il modo in cui nasce una canzone, per quanto mi riguarda, è un momento sempre abbastanza solitario. Non decido a priori se un brano che sto scrivendo sarà per gli Editors o per me, scrivo e basta. Dopo un po’ quei brani o quelle idee iniziano a sviluppare una connessione, una personalità. Questo insieme di idee che avevo iniziato a buttare giù a un certo punto ha iniziato a prendere una piega molto riflessiva, ho pensato alla mia età, alla mia gioventù, alle persone che popolano il mio mondo, mia moglie, i miei figli e i miei amici più stretti, a tutte queste cose che ovviamente erano molto personali e oneste, che mi riguardavano molto da vicino, quindi ho capito cosa stesse succedendo e ho deciso di assecondare questa inclinazione, sviluppando sempre di più il progetto. Con gli Editors, invece, le cose possono diventare più criptiche e ambigue, ma anche più divertenti, ma non era quello che volevo in quel momento.
Come hai già detto, questo disco è molto intimo ed evocativo, è un viaggio solitario, introspettivo. La musica, in termini propriamente di scrittura, ma anche gli arrangiamenti, insieme alle scelte che hai fatto a livello visivo, come l’artwork e i videoclip, suggeriscono un approccio più essenziale. Sembra che volessi tornare un po’ al cuore della faccenda, cioè la musica. In che modo hai gestito la collaborazione con il tuo produttore Ian Archer in questo contesto?
Sì, è esattamente così. Quando si tratta di lavorare a un disco con una band le cose diventano più complesse, si tende a fare scelte “sopra le righe”, ed è bellissimo, ma non mi sembrava adatto a questa situazione. Avevo bisogno di cose semplici, che mi rispecchiassero. La foto in copertina è stata scattata da mia moglie, e mi sembra che si capisca subito. Lei passa molto con me, mi conosce in modo profondo. Solo lei poteva riuscire a catturare un’immagine del genere. Per quanto riguarda i video, sì, ci sono solo io che canto, cosa che non richiede troppi ragionamenti oltre all’estetica e a come risulta il video a livello visivo. Sul suono del disco, c’è una semplicità e una naturalezza che è esattamente ciò che cercavo. Quando mi sono seduto con Ian per iniziare a lavorare al disco, abbiamo iniziato a pensare a come suonino gli album acustici e a quante cose abbiano in comune, ma dall’altro lato la varietà di modi in cui può suonare è molto ampia. Volevo qualcosa di più “legnoso”, alla Nick Drake o a qualcosa di più moderno come Adrien Lanka, al modo in cui il suo album solista suoni, sia percepito, e viva e respiri, e puntavamo a quel tipo di qualità, a quel tipo di natura ariosa, legnosa. E sì, Ian è stato molto importante in tutto questo.

Questa è anche la prima volta in cui devi affrontare tutta la parte di promozione da solo. Che effetto ti fa?
A volte fa davvero un po’ paura. Ora sto parlando con te dopo averlo fatto per una settimana, ma il primo giorno pensavo “Oddio, sono da solo a fare tutto qui”. Il fatto di dover parlarne, pensarci, spiegare le decisioni che ho preso, e tutto il resto.
Nonostante sia un disco introspettivo, profondo, a tratti cupo, quello che rimane alla fine è comunque un senso di speranza. Quali esperienze ti hanno portato a scrivere questo disco?
Di fatto questo disco parla delle relazioni e delle persone intorno a me che mi danno forza e che mi aiutano nei momenti in cui affronto delle difficoltà, delle paure. E com’è possibile non provare queste cose in un mondo come quello in cui viviamo oggi? Ma il senso di rassicurazione e speranza che mi dà il fatto che domani il sole comunque sorgerà di nuovo e le persone che mi circondano mi aiutano ad attraversare momenti terribili, pensieri terribili… ma lo si fa reciprocamente, è una battaglia condivisa. C’è una battaglia, ma è condivisa, ed è da qui che arrivano l’ottimismo e la luce.
Quali sono le cose che ti danno ancora speranza?
A volte ci si sente sopraffatti, da com’è il mondo, da quanto sono divise le persone. Ma anche dal modo in cui esperiamo questo mondo, in modo implacabile. Come prima cosa bisogna prendere un minimo le distanze da tutto questo e ancorarsi a ciò che ci è davvero vicino. Per me, sono ovviamente mia moglie, i miei figli… a volte basta anche una frase dei miei figli mentre siamo seduti a tavola a fare colazione che mi sorprende, mentre li guardo crescere e diventare giovani uomini. Ma anche nelle tempeste peggiori, quando il tetto vola via, la mattina dopo è tutto calmo, il sole è sorto ancora. È una sensazione di redenzione, devi continuare ad andare avanti e focalizzarti su ciò che sta intorno a te, ed essere grato di ciò che hai. È un sentimento che sembra quasi una purificazione. Crescendo, amo sempre di più svegliarmi presto, quando la casa è ancora silenziosa e siamo solo io e il mio cane (ride, ndr).
C’è un altro concetto che ho apprezzato molto e che è racchiuso in “Life is for living”, ha un che di saggio. È una cosa di cui sei sempre stato consapevole o è maturata con il tempo e le esperienze? Lo vorresti dire al te più giovane se potessi?
Allora, non sono una guida spirituale. Non sono un terapeuta. C’è un pezzo in più in quel verso: “Life is for living any way you want”. È una parte importante, insieme a “live it till it’s gone”. Mi ha fatto sentire molto forte dirlo. C’è un senso di bellezza e di onestà in quella frase che mi ha molto colpito. Io e Ian ci stavamo lavorando su insieme, e nel momento in cui è venuta fuori, abbiamo pensato “Ok, è davvero potente”. Toccava delle corde profonde dentro di me. Ma non venite da me per consigli sulla vita perchè sono fottuto come chiunque altro.
Quando un musicista che fa parte di una band pubblica un album solista può generare tendenzialmente due reazioni: da un lato suscita curiosità e dall’altro può creare panico nei fan che possono pensare che stia succedendo qualcosa. C’è qualcosa che vuoi dire ai fan degli Editors su questo?
Molti di loro, così come la band stessa, non ne erano per nulla sorpresi, anzi la reazione è stata più “sono stupito del fatto che non l’avessi fatto prima”. Se vi state impanicando, vi dico: non fatelo. Ho passato tutta l’estate con la band, stiamo lavorando su materiale nuovo che uscirà probabilmente il prossimo anno. Questa è una cosa che sto facendo solo per me, non mi sto separando dalla band. Ci siamo divertiti molto quest’estate, è stato molto produttivo. Sono davvero curioso e impaziente di vedere cosa riserva il futuro in questo senso.
Hai già fatto un tour in UK e parte del tour in Europa, sei passato anche da Milano, per lo showcase a Voce, in Triennale, e a Parma. Come sta andando l’aspetto live?
Questo tipo di show rispecchia perfettamente e in modo molto spontaneo la natura essenziale e fragile di questo disco. Siamo due musicisti su un palco e un sacco di silenzi imbarazzanti. Le persone non sanno bene come comportarsi, me compreso. Ma è tutto magico, assolutamente stupendo. Ovviamente oltre ai brani del mio album ho suonato anche brani degli Editors, è stato tutto molto coeso. E, cosa che mi ha colpito molto, ho incontrato davvero tantissime persone che volevano dirmi quanto la band fosse stata importante per loro negli ultimi 20 anni. È una cosa che forse ho dato per scontata e alla quale non ho pensato più di tanto, ma è stato bello misurarmi con questa cosa, ascoltare quelle storie, parlare con le persone. È stato molto emozionante, come lo showcase in Triennale. Ci sono stati silenzi imbarazzanti in cui mi chiedevo se dovessi cantare o no. Lo adoro. Amo davvero quel tipo di tensione perché è bellissima. Le persone sono lì a vivere quel momento che spero sia memorabile e che quel sentimento duri di più di quanto non succeda con uno show normale. È diverso vedermi cantare in questo modo e ascoltare quelle canzoni in questo modo.
È sicuramente un tipo di esperienza a cui non siamo più abituati. Gli show così sono sempre più rari.
Nella maggior parte dei casi i concerti diventano sempre solo più grandi. Gli artisti suonano praticamente solo negli stadi e nei palazzetti, e questa cosa è orribile. Sono molto preoccupato per lo stato dell’industria, soprattutto per gli artisti più giovani, per le nuove band che non hanno modo di crescere, non viene dato loro il tempo di farlo. È davvero un problema questo. Bisogna reindirizzare i soldi verso il basso nella filiera. Alcuni lo stanno iniziando a fare. E bisogna mettere un tetto al costo dei biglietti. È immorale. L’industria live fa più soldi che mai, ma solo perché ci sono tantissimi mega-eventi. Ma una volta gli artisti crescevano: suonavi per 200 persone, poi 400, poi 1000, poi magari una piccola arena dopo 10–15 anni. Oggi se non arrivi lì in un paio d’anni… impossibile. Ed è triste.
E non incoraggia a fare musica.
No. Non puoi essere coraggioso, né onesto. Devi aspirare a entrare in una certa categoria. Ma non è così che funziona la grande musica. La grande musica nasce dai rischi, dall’istinto, non dal pensare “questa canzone ci farà fare un’arena”. È l’opposto della creatività. E così tutto diventa uguale, e la vera unicità è sempre più rara.
Vieni spinto a essere come tutto il resto, qualcosa che vende, invece di qualcosa che ha un significato.
E non credo sia ciò che la maggior parte delle persone vuole in ogni caso.
Un’ultima domanda: che messaggio vorresti lasciare ai nostri lettori?
Spero che stiate bene e che siate felici. Spero che il disco vi piaccia, che ci troviate qualcosa. E se capita, venite a un concerto. Tutto qui.





