Estremismo variopinto per il mese più floreale dell’anno.

Black Cilice – Votive Fire (Iron Bonhead Productions)
Dal 2009 in avanti, la one man band Black Cilice si è fatto strada sino a diventare una delle forze maggiori del panorama raw black metal. Oltre a una lunga serie di split, demo ed EP, il solo project portoghese non ha mai lesinato impegno nella pubblicazione dei full-length, tanto che “Votive Fire” ne rappresenta il settimo sigillo in studio. L’artwork, al tempo stesso austero ed evocativo, mostra delle candele accese su uno sfondo nero inchiostro e le cui fiamme tremolano, ma rimanendo fisse, mentre la cera fusa cola lungo i loro lati al pari di lacrime pietrificate. L’immagine emana sia un certo potere rituale sia una sorta di immobile atemporalità, aspetti capaci di allinearsi perfettamente alla musica medesima e a delle liriche che si muovono nella zona d’ombra tra introspezione e trascendenza, con motivi come l’isolamento e la conoscenza di sé e un approccio quasi esoterico al tempo e all’energia a dominare la scena. Malgrado il sound resti molto grezzo, una produzione più aperta e dalle suggestioni post-rock/shoegaze e riff dal bagliore ipnotico rendono il disco un’esperienza fluida e avvolgente, nel quale i brani assumono una veste addirittura accessibile e l’autenticità nera cede spesso il passo a gradevoli ed eretiche escursioni. Ardenti.
Tracce consigliate: “Released By Fire”, “Into The Inner Temple”, “Deconstruction Of All Realities”

Frozen Soul – No Place Of Warmth (Century Media Records)
Lo scorso “Glacial Domination” (2023), passato sotto le cure di Matthew K. Heafy dei Trivium, presente nel ruolo di co-produttore e di ospite vocale, vedeva i Frozen Soul esplorare territori decisamente più catchy rispetto al debutto “Crypt Of Ice” (2021), benché il trademark restasse comunque quello di un death schiacciasassi, allo stesso tempo onesto e derivativo. Nel nuovo “No Place Of Warmth”, gli statunitensi continuano non soltanto a combinare le ritmiche e le melodie dei Bolt Thrower con il flavor epico degli Unleashed e la pesantezza di Obituary e Mortician, ma anche a insistere, a livello di liriche e artwork, sul ghiaccio, la neve e a tutto ciò che attiene al freddo, creando volutamente un forte contrasto con Fort Worth, loro città natale e uno dei luoghi più caldi della Terra. Il quintetto pensa dunque ad affinare il proprio sound, incorporando in maniera molto equilibrata le influenze hardcore e groove metal che in passato non sempre riuscivano ad amalgamarsi al resto, mentre la presenza al microfono di Rob Flynn dei Machine Head, Devin Swank dei Sanguisugabogg e Gerard Way dei My Chemical Romance aggiungono ulteriore sapore a un album davvero ottimo. Il migliore, per ora, della carriera della formazione texana.
Tracce consilgiate: “No Place Of Warmth”, “Absolute Zero”, “Dreadnought”

Jesus Crustus – El Crustadore (Autoproduzione)
Che i Jesus Crustus, dopo il glorioso EP di debutto omonimo (2021), esordissero sulla lunga distanza non sembrava un atto così ovvio. Se già allora si trattava di un act che sfidava ogni convenzione presentandosi senza chitarre, ma soltanto con voce, basso e batteria, oggi i tedeschi riescono forse a portare quell’anticonformismo strumentale al massimo grado. Nati dalle ceneri di Nekyia Orchestra e Reptiloid, l’idea di Chris, Jan e Keksgrinder era chiara sin dall’inizio: ridurre tutto all’essenziale e renderlo il più sgradevole possibile, sintesi raggiunta da “El Crustadore”, un colosso sonico che si disintegra e ricompone a ogni nuovo cambio di tempo. A metà strada tra crust punk, death, doom, grindcore sludge e una buona dose di “non mi interessa come si chiama”, i brani erigono un wall of sound che non si limita a colpire duramente, ma pensa a corrodere le viscere peggio del tetano. Alternando ritmi lenti capaci di attecchire alle orecchie quale catrame denso ed improvvise esplosioni di ruvidezza in cui pare che la carta da parati stia per staccarsi dal muro, il trio berlinese ci costruisce su liriche intrise di ironia, provocazione e amara serietà, per un platter sporco, cattivo e altresì difficile da digerire. E proprio per questo maledettamente attraente.
Tracce consigliate: “The Crust Is Alive”, “CopPorn”, “Objectophilia II”

Lair Of The Minotaur – I Hail I (The Grind-House Records)
Una creatura deforme, allampanata e pericolosa un tempo vagava per i vicoli e i meandri di Chicago a caccia di prede, e il suo nome era Lair Of The Minotaur, una bestia vorace che si dedicava a un mix di crust, sludge e thrash metal capace di liquefare l’epidermide, grezzo per il gusto della crudezza e abbastanza pesante da schiacciare un autobus pieno di incudini. Contando su membri di Nachtmystium, Serpent Crown e Vanishment, i musicisti dell’Illinois si proponevano di polverizzare l’universo attraverso la proposta di un sound selvaggio e criminale, eppure, dopo il rilascio dell’eccezionale “Evil Power”, su di loro è calato il silenzio, a parte il fugace EP “Dragon Eagle Of Chaos” (2016). Ma a volte ritornano, e così ora ci troviamo al cospetto del nuovo “I Hail I”, in cui il trio statunitense mostra di non aver dimenticato la propria caustica e abrasiva cifra stilistica, per una mezzora madida di terribili abusi acustici. Un disco che vaga in posti dove non dovrebbe, saltellando tra immondizia ed escrementi fusi, con Steven Rathbone, Chris Wozniak e Sanford Baker che suonano come dei babbuini sotto effetto di metanfetamine, laddove la produzione riesce a rendere in qualche modo appetibile ai sensi questo cratere di rumore e caos. Sventranti.
Tracce consigliate: “I Hail I”, “Saturnus Reign”, “Tartarus Apocalypse”

Yoth Iria – Blazing Inferno (Metal Blade Records)
Gli Yoth Iria rappresentano una delle formazioni più intriganti della scena melodic black metal e questo grazie al bassista Jim Mutilator, il fondatore di gruppi leggendari come Rotting Christ e Varathron, il che si traduce in esperienza e competenza, due aspetti fondamentali per la riuscita degli scorsi lavori “As The Flame Withers” (2021) e “Blazing Inferno” (2024). Il nuovo “Gone With The Devil”, composto da dieci tracce per una durata totale di quarantaquattro minuti, costituisce un gioiello di puro metallo nero ellenico, nel quale l’aggressività dialoga con le melodie del classic heavy, tingendosi, anche grazie ai chorus femminili, di un’atmosfera ritualistica. Velocità e blast beat non sono al centro dell’attenzione ritmica a vantaggio dei mid-tempo, mentre il giusto rilievo viene concesso agli strumenti folk, complici nel regalare al tutto una patina mediterranea, e agli assoli di chitarra, che infondono colore e fluidità a ogni singolo pezzo. Oltre alle influenze delle band citate sopra, si aggiungono quelle di Kawir e Necromantia, per un full-length greco sino al midollo, ricco di pomposa oscurità e di rivendicazioni pagan nella lotta contro gli oppressori. Trionfali.
Tracce consigliate: “The Blind Eye Of Antichrist”, “I, Totem”, “3am”





