Dimmu Borgir Grand Serpent Rising cover 2026
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Dimmu Borgir – Grand Serpent Rising

Nel 2018 il ritorno dei Dimmu Borgir aveva interrotto un silenzio durato otto anni: “Abrahadabra”, pubblicato nel 2010, rappresentava, fino a quel momento, l’ultimo album in studio della formazione norvegese. Da allora sono cambiate molte cose, non soltanto nel panorama musicale ma anche nel modo stesso di vivere e consumare la musica, in un contesto segnato da continue evoluzioni del mercato e da eventi globali che hanno inevitabilmente rallentato tempi e prospettive. Un lungo periodo che la band ha sfruttato per lavorare con calma e precisione alla nascita del proprio decimo disco in carriera, “Grand Serpent Rising”.

Un album che segna anche una fase di transizione per il gruppo. La novità più evidente è, indubbiamente, l’assenza di Thomas Rune Andersen, in arte Galder, storico chitarrista che negli ultimi anni ha scelto di lasciare la band per concentrarsi completamente sui suoi Old Man’s Child; parallelamente, però, i Dimmu Borgir ritrovano qui una figura chiave del proprio passato: Fredrik Nordström torna, infatti, ad occuparsi di produzione, missaggio e mastering, dopo aver già contribuito in maniera decisiva alla resa sonora di album iconici come “Puritanical Euphoric Misanthropia e “Death Cult Armageddon. Una scelta che si riflette chiaramente nel sound di “Grand Serpent Rising”, attraversato da numerosi richiami alle atmosfere e alle soluzioni compositive che avevano caratterizzato una delle epoche più amate della band.

Ad un primo impatto, il titolo stesso dell’album potrebbe sembrare piuttosto enigmatico, ma il suo significato si rivela perfettamente coerente con l’immaginario del combo scandinavo. Il serpente, figura da sempre legata alla conoscenza e alla trasformazione, rappresenta bene anche il percorso della band: un continuo cambiamento, senza mai perdere la propria identità. Non è un caso che molte delle atmosfere e delle intuizioni del passato sembrino riaffiorare lungo il disco, quasi come parte di un ciclo destinato a rigenerarsi ogni volta sotto una nuova forma. Allo stesso tempo, il simbolismo del serpente si riflette anche nei testi dell’album, attraversati da temi legati all’evoluzione interiore, alla consapevolezza e alla trasformazione del buio in qualcosa di più elevato. Un concetto che finisce per descrivere perfettamente l’anima stessa del disco.

Tutto questo si riflette molto bene anche nei primi singoli pubblicati dalla band. “Ulvgjeld & Blodsodel”, interamente in norvegese, così come “Silk Minnes En Alkymist”, è sicuramente il pezzo più particolare da assimilare ad un primo ascolto: cupo, quasi ritualistico nelle atmosfere, lontano da ciò che molti si sarebbero aspettati come singolo di ritorno; eppure, dietro questa scelta apparentemente insolita, si intravedono chiaramente alcune reminiscenze della primissima era della band, specialmente dell’epoca di “For All Tid” (1994). Una sensazione che riaffiora anche in “Repository Of Divine Transmutation”, pezzo che sembra emergere direttamente da quelle sonorità degli anni Novanta.

“Ascent”, al contrario, è probabilmente il brano che molti si aspettavano fin dall’inizio: aggressivo, veloce, dinamico e con quel taglio epico e rabbioso che richiama i Dimmu Borgir dei tempi migliori, tra riff serrati ed orchestrazioni imponenti che richiamano apertamente il periodo più estremo della loro carriera. In mezzo a queste due anime si inserisce poi “The Qrytfarer”, uno dei momenti più atmosferici dell’album: un brano fortemente sinfonico, sorretto da melodie di pianoforte decadenti e da un’aura greve e malinconica che aggiunge un’ulteriore sfumatura all’identità del disco, un altro tassello che dimostra quanto il nuovo disco cerchi continuamente di muoversi tra anime diverse senza perdere coesione.

Nel complesso, “Grand Serpent Rising” si muove soprattutto su coordinate black metal sinfoniche rispetto al precedente album, che aveva invece un’impronta più sperimentale. Qui la band sembra voler rimettere al centro una scrittura più diretta, fatta di impatto, orchestrazioni evidenti ed una forte riconoscibilità. I blast beat sono frequenti così come la componente sinfonica, decisamente in primo piano, in un mix che a tratti può ricordare l’incontro tra i Nightwish più pomposi ed i nostrani Fleshgod Apocalypse. I Dimmu Borgir, quindi, pescano a piene mani dal proprio passato, rielaborandolo con un’enfasi orchestrale molto forte ed una spettacolarità che per alcuni può essere ricercata, per altri, invece, fin troppo plasticosa e costruita.

La durata, di circa 70 minuti, potrebbe far pensare ad un disco ridondante, ma complessivamente l’ascolto risulta più fluido del previsto. Non ci troviamo certamente di fronte ad un lavoro rivoluzionario, piuttosto ad un ritorno solido su territori familiari, ben scritto e coerente. Dopo il secondo singolo era già chiaro l’indirizzo del disco, ma sarebbe sbagliato aspettarsi uno “Stormblåst 2.0” nel 2026: la band è cambiata e con lei anche il contesto. In questo senso, il tempo sembra aver giocato a favore del duo Shagrath/Silenoz, che ci offre un album forse prevedibile, ma centrato e, per coloro che si avvicinano ora al gruppo, anche un buon punto d’ingresso nel loro percorso.

In conclusione, “Grand Serpent Rising” è un album che, pur dividendo inevitabilmente l’ascolto, convince per ambizione e solidità complessiva. Certamente non è un lavoro immediato né privo di rischi, ma si presenta come un ritorno strutturato e consapevole. Dopo otto anni di attesa, i Dimmu Borgir firmano un album destinato a far discutere, ma che conferma come la band abbia ancora molto da dire.

Tracklist

01. Tridentium
02. Ascent
03. As Seen In The Unseen
04. The Qryptfarer
05. Ulvgjeld & Blodsodel
06. Repository Of Divine Transmutation
07. Slik Minnes En Alkymist
08. Phantom Of The Nemesis
09. The Exonerated
10. Recognizant
11. At The Precipice Of Convergence
12. Shadows Of A Thousand Perceptions
13. Gjǫll