Si fa presto a dire Londra. Perché è parecchio grande, la cara vecchia Londra. Dieci milioni di abitanti? Dodici? Ognuno dice la propria cifra, anche perché definirla non è facile, non esistendo nemmeno il comune di Londra – il turista si ferma al concetto di City of London e si perde gli altri trentadue council. Ma c’è chi parla (giustamente, a mio parere) della circonvallazione M25 come il vero confine londinese (dove M sta per Motorway, lunga 188 chilometri, dove il raccordo anulare di Roma ne conta appena 68), quindi se ci sei dentro sei a Londra, se la oltrepassi sei fuori e sei “semplicemente” in Inghilterra. Artisticamente, anche, e ci sono i pro e i contro. La M25 disegna un gigantesco cerchio attorno al nostro poliedrico paesello col Big Ben a mo’ di campanile. Spesso si sentono nomi che “lo straniero” potrebbe credere siano città ma invece sono comuni della capitale inglese. Wimbledon o Wembley sono due ottimi esempi, sportivi in questo caso.
Ma quindi cosa succede invece oltre la M25? Tanto, spesso molto bello e sotto comunque lo stesso cielo, con buona pace dell’amore/odio di chi sta dentro e fuori. Spingendoci a sud fino alla costa abbiamo Brighton, ma non c’è bisogno di arrivare così lontano. Infatti a ovest c’è Reading, e non solo per il celeberrimo festival o per l’imprevedibile pronuncia. Reading che, mi spiega l’autoctono-della-giornata, risulta essere la più grande town dell’Inghilterra, prima che entrino in campo le city (la differenza tra town e city? Nulla di numerico, in realtà, ma squisitamente storico). Perché sono qui, quindi? Perché a Reading questo weekend c’è il Radioactive Lemon, festival ufficialmente dichiarato di “Experimental prog, metal, psychedelia & art rock”, e giunto alla sua terza edizione. In soldoni una giornata bella intensa e piena come un uovo di musica prog e atletici surrogati della stessa. Arrivare a Reading è facile, Londra ha una dozzina di stazioni centrali che ti catapultano dove vuoi in tutta l’Inghilterra nel giro di un’ora o poco più. Reading è a una settantina di chilometri a ovest di Londra. Non ho scuse, e ci arrivo chiedendomi se la rotaia sia la più bella invenzione dell’uomo.
Mai sottovalutare quel che può celarsi dietro la porta di un pub in Inghilterra, soprattutto quando quel pub non ti aspetti che appaia lì, proprio in mezzo a un complesso residenziale che tutto suggerisce tranne che musica. Invece no, il Radioactive Lemon festival, perfettamente inscatolato in un doppio palco e un programma rispettato al minuto, fiorisce appena oltrepassata la linea di demarcazione tra il dentro e il fuori. Il palco principale sarà dedicato all’elettricità e al prog, mentre il palco acustico è per la più squisita eccentricità fatta a chitarra e voce (cosa accade al progressive rock se gli stacchiamo la spina e rimuoviamo la batteria?).

La giornata inizia con i Limes, freschi freschi appunto, da Winchester, che scaldano il cuore dell’anima progressive che probabilmente alberga nel cuore di ogni individuo lì nel pubblico. Dopotutto, c’è già il primo violino sul palco, per un luogo accogliente di metallari colorati. Due note della prima canzone e la gente non ci pensa due volte e riempe la sala – che bella sensazione. Prima la musica, poi la birra. Merito decisamente degli organizzatori Jack Brissenden e Harry Jones che, ben dentro la scena musicale underground più rock sperimentale prog essendo voce e chitarra degli Zenden Greenpurp, accoppiano alla grande una location adatta all’evento (si sente una meraviglia ed è facilmente raggiungibile) e una lista di artisti che centra in pieno l’entusiasmo per la musica indipendente (anche da etichette di genere), non solo nei tecnicismi strumentali ma anche nella bellezza della scrittura.
Il programma è serrato e sul palco salgono gli Sugar Darling, mia vecchia conoscenza, tutta muscoli e armonie (quattro musicisti, quattro voci). La loro tenuta da punk prog, se mai concepibile come etichetta, è sempre divertente e affascinante. Non so come facciano, probabilmente fanno molta palestra, ma io avrei il fiatone a suonare tutta quella roba complicata e a dimenarmi sul palco, sempre col sorriso stampato in faccia. Rimangono spettacolari, ovunque li si incontri e mostrano un seguito in continua crescita, tutto pazzescamente DIY. A seguire sale sul palco il concept di “The Sounds of Ursa”, da Bristol, tanta melanconia a volume alto. Densi, con ogni accordo deciso al millimetro.
Mi prendo una pausa e noto come tutto sia diventato un vero e proprio mini festival, una capsula con tutti gli ingredienti migliori. Un posto senza età e per tutte le età, a patto che un tempo dispari e una linea di basso atipica non rappresentino un problema. Ci penso un attimo, mentre osservo il pubblico “fuori a riposare un attimo le orecchie” e noto che il Radioactive Lemon 3 si presenta anche come un festival metal ma, saranno le chitarre saturate con dolcezza, non me la sento di annoverare i metal essenziali tra gli ingredienti della giornata – probabilmente l’ignoranza è tutta mia ma per me non basta una doppia cassa e questo fa bene all’apertura totale verso l’esplorazione, anche nel terzo millennio.
Rientro e arrivano i Mop Collective (“100% organic Kentish prog”): partono variopinti, cromaticamente coprono l’intera gamma di colori visibili all’occhio umano e forse pure un poco all’occhio alieno. Due chitarre, un basso, una batteria, tre voci. Il risultato va dall’inspiegabile al sorprendente, soprattutto nei passaggi più psichedelici e a cento all’ora.

A seguire è il momento degli Legs on Wheels, dritti dritti da Manchester, ma non quella da due accordi e via. Sembrano giovani, sembrano per metà dei metallari e per metà dei radical chic. Poi attaccano a suonare e non si fermano più. Succede di tutto: sperimentazione vera ma senza voler fare del male a nessuno, entusiasmo, tanto ritmo, tanti ritmi, un miscuglio sonoro ben ordinato ma mai tranquillo, sempre vivace. Mi sono piaciuti? Un sacco! Band come queste sono la ragione per la quale bisogna andare ad ascoltare il nuovo, lo sconosciuto. Affidarsi a un festival minore (solo sulla carta) e vedere quello che succede. La curiosità premia, spesso e volentieri.
Mentre esco dalla venue uno dei fotografi mi fa i complimenti per come ho suonato la batteria, ma andando di fretta non ho potuto fare altro che ringraziarlo, tanto poi magari mi cercherà tra le sue foto e non mi troverà, lasciandogli la mia immaginaria performance in uno strano alone di mistero.
Vado, il treno chiama. Da Reading, con treno preso al volo per fare anche io un po’ di sano movimento (e non solo gli Sugar Darling), e rientro a Londra che oggi ha passato il testimone a tanto altro, fuori dalla emblematica M25.





