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RECENSIONI

Stone Temple Pilots – Stone Temple Pilots

Nostro malgrado, i nostri corpi gettano ombra, come ciò che facciamo ha conseguenze nel tempo che quasi mai sappiamo prevedere. Credo che i fratelli DeLeo abbiano pensato qualcosa del genere, decidendo di porre mano ancora una volta all'antico progetto, varando per la terza volta gli Stone Temple Pilots negli infidi mari del Ventunesimo secolo, che insieme al giubilo dei fan storici, ha portato loro frutti assai amari: i decessi a breve distanza dello storico singer Scott Weiland (2015) e del nuovo, benchè temporaneo sostituto, Chester Bennington (2017), che ha cantato in "High Rise", avrebbero scoraggiato chiunque non avesse il cuore ormai secco. Ma le apparenze spesso ingannano.
  Così, ecco a voi "Stone Temple Pilots", un disco di classic rock (se l'alternative/grunge è ormai da considerarsi classic rock) che, senza rinnegare le origini e tradire la formula, emana classe ed energia. Determinanti, a nostro sentire, la professionalità e l'ispirazione del chitarrista Dean DeLeo, il quale regala alla band un suond inconfondibile, così come l'apporto del nuovo cantante Jeff Gutt che, raccogliendo una sfida non facile (ovvero prendere il posto di un frontman dal timbro così personale come Weiland, senza snaturarne né clonarne l'apporto), taglia con classe e personalità il traguardo, senza spingere la musica della band lontano da quello che sa fare meglio. 

"Middle Of Nowhere" effettua una rilettura in chiave grunge di una struttura rock che più classic non si potrebbe, mentre il singolo apripista dell'album "Meadow", subito dopo l'incursione southern di "Guilty", presenta Jeff Gutt – ex talento di X Factor e del gruppo NU metal Dry Cell – ai seguaci del combo con un mid tempo accattivante e radiofonico che mette le cose in chiaro sulla versione 3.0 di sé stessi. Il metalrockblues "Just A Little Lie", lento come si faceva nei Nineties, è una leonessa che si sdraia di fronte a noi in attesa di divorarci; "Six Eight" oppone un'apertura e refrain degni dei Black Sabbath (e dei Black Crows) a strofe che navigano come farfalle psichedeliche i deserti marziani. "Thought She'd Be Mine" è una ballata sognante e volatile, emozionante nelle progressioni di chitarra, che si dichiara grunge senza troppe riserve, mentre "Roll Me Under", secondo singolo del disco, infuocata come un ferro da marchiatura nel suo incedere southern, si sostiene al pari di tutto l'album in equilibrio tra spasmo e decollo, ora carezzando ed ora schiaffeggiando le aspettative dell'ascoltatore.

 

"Never Enough" sarebbe un blues schietto schietto appena corretto dalle terze maggiori del grunge, se il refrain non aprisse a una corsa verticale all'oro del cielo. Neppure il tempo di riaversi, che "The Art Of Letting Go" ci avvolge con la dolcezza della chitarra acustica e della calda voce di Gutt in un abbraccio Seventies da lasciarci con pantaloni a zampa, basettoni e boa di struzzo. "Finest Hour" abbacina con la meraviglia delle settime maggiori mentre "Good Shoes" corregge subito il tiro riportandoci a casa di zio Rock; "Reds & Blues", malinconica e autunnale, sigilla un disco dalla produzione ricca e potente che non intende stravolgere le coordinate che la band ha percorso nei suoi momenti migliori e si muove con gusto consueto nel sentiero tracciato dai recenti lavori.
 

Tracklist

01. Middle Of Nowhere
02. Guilty
03. Meadow
04. Just A Little Lie
05. Six Eight
06. Thought She'd Be Mine
07. Roll Me Under
08. Never Enough
09. The Art Of Letting Go
10. Finest Hour
11. Good Shoes
12. Reds & Blues