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Cielo grigiastro dalle intenzioni ambigue su quel di Roma, ma non rimane altro che uno sbiadito alone di presagio temporalesco. Elettricità soffocata dall’appiccicume dell’afa, un infrasettimanale addobbato a festa della domenica al Monk di Roma: i primi passi nella capitale per Aldous Harding sanno di asfalto rovente e assenza di sole, in quella che è la terza e ultima delle date italiane (oltre a quelle di Milano e Bologna) per la cantautrice neozelandese, assente dal belpaese dall’apparizione alla Santeria Toscana del 2023.

Sala Teatro quasi sold out, l’art rock dei Vera Ellen a scaldare ciò che è stato già ampiamente cucinato dalla calura romana e un’attesa che sgocciola (in tutti i sensi): fermento non appena la Harding e band calcano il piccolo palco del club romano, c’è una strana tensione che si mescola a un silenzio quasi liturgico, lo stesso che si ripeterà ad ogni cambio di canzone.

Aldous Harding è una creatura di chissà quale altra galassia, un meraviglioso ibrido tra una salamandra nel chill di una teca, una tizia che ha deciso di fare un mischione critico di erba e cocaina, un pesce pulitore in un enorme acquario. Eppure sembra che sia lei a scrutarci con attenzione intermittente da dietro a un vetro; come se di fronte, in realtà, avesse delle particelle luminose che appaiono e si spengono, degli ologrammi che si spostano irrequieti da destra a sinistra, e lei provasse ad acciuffarli tutti con le pupille spalancate. Per attimi, poi, compariamo, ci palesiamo come esseri umani. Sorride, salvo poi rintanarsi nel suo mondo.

Nel mezzo, una voce – ma che dico, almeno cinque, sei vocalità differenti in un’unica ugola – incredibile e un talento fuori da ogni logica: grandissima parte della scaletta dedicata all’ultimo, splendido “Train on the Island”, title-track come opener, “I Ate the Most” come groove di rullaggio per i rintocchi di “One Stop” e per la sua coda acustica che libera in volo le vocals.

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Aldous Harding al Locomotiv Club di Bologna

La Harding rimane seduta per gran parte del tempo, si morde le labbra e lascia che i pensieri (chissà quali) le contorcano il viso e le capovolgano gli occhi: in questo quadro surreale le delicatissime “Treasure” e “San Francisco” si insuano nel parterre, “Venus In The Zinnia” crea movimento e “If Lady Does It” fa rumore, come se jazz e folk volessero reincarnarsi sotto il concetto di fragore.

Si alza in piedi, solleva il microfono come se stesse ergendo il macigno più pesante della sua vita – e questo gioco di leve e ineffabile fatica andrà avanti per tutto il live – e genera dolce scompiglio: gli zampilli folk pop di “Passion Babe” e “Fever” animano un pubblico incantato – “Warm Chris” presentissimo in setlist, assieme alla title-track e alla quasi pastorale “Leathery Whip” – mentre “Coats” fa rombare le corde in elettrico.

Bis che guarda al passato: la toccante “Imagining My Man” coi suoi saltelli fanciulleschi nel refrain e chiusura affidata al gioiello art folk di “Designer”. Grandi assenti, manco a dirlo, “The Barrel” e “Horizon”, eppure la scaletta pare essere comunque satura, ricamata da una completezza che conclude un viaggio senza, in realtà, una fine precisa: un concerto che sembra traslarci nel sogno, un tracciato onirico alla Haruki Murakami, con le parole che scorrono veloci e docili disegnando strade cementate da un’inquietudine non terrena.

Fatevi un regalo: ovunque voi siate con lo spirito e con il corpo, concedetevi un concerto di Aldous Harding, almeno una volta nella vita. Siate il suo pesce, immergetevi.

Setlist

Train on the Island
I Ate the Most
One Stop
Treasure
Venus In The Zinnia
If Lady Does It
Worms
Passion Babe
Leathery Wip
San Francisco
What Am I Gonna Do?
Fever
Warm Chris
Coats

Encore
Imagining My Man
Designer

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