Partiamo, come l’ultima volta, dallo spazio aereo di New York.
Sono passati cinque anni da quell’attacco terroristico che ha cambiato le sorti globali; al World Trade Center è appena stato inaugurato il nuovo edificio 7, mentre sul vuoto lasciato dalle Torri Gemelle si stanno ponendo le fondamenta per un nuovo grattacielo soprannominato “Torre della Libertà”; e c’è un ventottenne annoiato su un elicottero nel cielo di Manhattan. Sotto di lui, a centinaia di metri di distanza, immaginiamoci uno stuolo di giornalisti allibiti: hanno appena saputo che se proprio vogliono parlargli dovranno salire a bordo, perché l’intervistato ha letto dell’impatto imminente di un asteroide e non vuole saperne di scendere.
“Stavo cercando di avere qualche giorno libero” dirà poi Matthew Bellamy alla stampa britannica. Come nel 2001, i Muse sono andati a New York per promuovere il nuovo disco, ma stavolta senza alcun evento catastrofico a sconvolgerne i piani, e quindi il frontman ha deciso d’inventarsene uno. Oggi ci si dilungherebbe sulla genialità della mossa di marketing, ma negli anni Duemila i giornali, da Bellamy e soci, si aspettano di tutto. I fatti dell’11 settembre hanno scatenato un effetto domino anche a livello culturale e mediatico: tanto sulle dichiarazioni politiche – la War on Terror come questione di “difesa della libertà”, raccontata al pubblico secondo i termini di George Bush, Tony Blair e i rispettivi spin doctor –, quanto sulla percezione del mondo di tantissime persone, incluso un trio di amici nel frattempo diventati rockstar. Forti del successo di “Absolution”, concepito proprio sugli strascichi del disastro, i Muse sono convinti di essere destinati alla grandiosità, e di poter fare un po’ quello che vogliono; e mentre a Dom Howard e Chris Wolstenholme, trascinati da Rich Costey da castelli isolati in Francia a piste da ballo newyorkesi, piace sempre più l’idea di una magniloquenza sonora sulla linea di confine tra serio e faceto, Bellamy legge i giornali e pensa che non la raccontino giusta, che debba esserci qualcosa sotto. Come risolverà i suoi dubbi è una storia bizzarra; ma intanto ricominciamo da dov’eravamo rimasti.
Corrupt, you corrupt
Bring corruption to all that you touch
Hold, you’ll behold
And beholden for all that you’ve done
Quando viene chiesto a Bellamy se “Take a Bow” sia una canzone su Bush e/o Blair, risponde che potrebbe essere così: “In Inghilterra, tutta quella storia del dossier [del febbraio 2003, con cui il governo britannico giustificava la guerra sostenendo che l’Iraq possedesse armi di distruzione di massa, ndr] alla fine è passata per una presa in giro. La gente ne rideva, dicendo che fosse ridicolo che il governo potesse farla franca con quel tipo di manipolazione. A causa di ciò in Iraq sono morte quindicimila persone, ed è un crimine”. E qualcuno deve pagarne le conseguenze, come sostengono l’amarezza di chi è mandato a morire in guerra in “Soldier’s Poem”, la combattività violenta di “Assassin” e il più morbido incoraggiamento di “Invincible”. Non si fanno mai nomi e cognomi, perché le canzoni devono rimanere un invito universale alla resistenza: una tecnica già collaudata in “Absolution”, di cui “Black Holes and Revelation” riprende approccio e tematiche.

Se da una parte Bellamy non ha tutti i torti a diffidare dei comunicati che la stampa diffonde in questi anni, dall’altra il suo esponenziale scetticismo verso ciò che lo circonda trova rifugio nei libri di David Icke, ex cronista sportivo convertitosi a complottista. Icke è convinto che il genoma dei poteri forti sia “corrotto” da entità extraterrestri, per conto dei quali i potenti tengono il popolo ipnotizzato in una “matrice” con alla base la paura; e che i suddetti potenti siano rettiliani. Bellamy stavolta li fa, nomi e cognomi: non solo nelle interviste in cui parla di Icke (“il [suo] problema è che si scava la fossa da solo quando tira dentro i lucertoloni”), ma anche nel disco, popolato da politici-alieni chiamati Zeta che controllano le menti tramite satelliti (“Exo-Politics”) e ambientato in una realtà illusoria dominata dal pensiero unico (“City of Delusion”). Cosa di cui l’artista, in questo periodo, appare convinto, a giudicare dalle conclusioni che trae sull’11 settembre — “chiaramente una macchinazione”, a suo dire.
Far away
This ship is taking me far away
Far away from the memories
Of the people who care if I live or die
Questa storia è iniziata da una scena surreale, ma sarebbe potuta iniziare da un’altra più drammatica — Glastonbury 2004, subito dopo il primo concerto da headliner di un festival, quando il padre di Dom Howard si accascia nel camerino vittima di un infarto fatale. Tour cancellati, band messa in pausa per stringersi attorno al batterista, per il quale Glastonbury rimane “il giorno più bello e insieme più brutto della mia vita”. La tragedia li fa rivalutare le loro vite fuori dal palco, e porta Bellamy a scrivere uno dei suoi brani più vulnerabili e personali. Serve a poco mettersi il cappello di carta stagnola e impanicarsi per le sorti del mondo se non si parte da chi ci circonda, e dunque “Starlight” è “una canzone più personale su com’è essere in tour per un periodo di tempo molto lungo: ti senti come se stessi perdendo la cognizione di chi sei”. Così, ancora una volta, le questioni relazionali entrano a gamba tesa tra quelle esistenziali — come in “Supermassive Black Hole”, che sembrerebbe il brano più “spaziale” del lotto, ma in realtà non riguarda altro che litigi di coppia.
Mischiare i toni è una cosa che i Muse fanno con sempre più nonchalance, il che è constatabile sul piano sonoro: invettive epiche assieme a canzoni d’amore pop, tonnellate di sintetizzatori scintillanti e riff stile System of a Down, parentesi jazzate che strizzano l’occhio a Elvis Presley e tempeste ritmiche devastanti, arrangiamenti orchestrali e influenze dall’alt rock danzereccio in voga in quegli anni. “Map of the Problematique” fonde melodie à la Depeche Mode, un raro momento di protagonismo da parte di Howard (secondo solo ad “Assassin”) e “mappe di problemi” che potrebbero essere del mondo come della relazione di Bellamy (che modificherà il testo, dal vivo, dopo essersi lasciato); “Hoodoo” potrebbe parlare tanto di culti misterici quanto dello straniamento – sì, alieno – della rockstar sul palco, con una resa drammatica un po’ western e un po’ tardo-romantica (il pianista David Bennett ne ha sottolineato la somiglianza col “Piano concerto no. 1” di Tchaikovsky). Eppure è tutto estremamente coeso, e anche le canzoni concettualmente più “terra-terra” sono infuse di complessità e atmosfere cosmiche (da non perdere questa analisi di “Starlight” del produttore Rick Beato per approfondire).

Il tutto culmina in una cavalcata di sei minuti che aspira ad accompagnare un ipotetico film di Sergio Leone su Marte, cita il “Riccardo II” di Shakespeare (“don’t waste your time or time will waste you”), termina con cori degni di un film d’azione e un’outro che pare voler ricreare la propria “Bohemian Rhapsody”. “Knights of Cydonia” arriva accompagnata da un video che sembra la versione B-movie di un’opera space western ed è eccessiva, strampalata, il perfetto sunto di un disco che parla di guerra, manipolazione mediatica, alieni e amore. Detta così sembra un pasticcio; e invece funziona.
“Black Holes and Revelations” esce il 3 luglio 2006 e l’anno dopo vale ai Muse la prima e unica candidatura ai prestigiosi Mercury Prize; non che per i tre sia la priorità, dato che nell’estate del 2007 sono impegnati a battezzare il nuovo stadio di Wembley con i loro due concerti più grandi di sempre. Un successo di critica e pubblico, come probabilmente non ne hanno mai avuti. Entrambe le date si aprono con “Knights of Cydonia”, che in futuro chiuderà ogni concerto dei Muse, e tutto l’evento viene registrato e riproposto sotto forma di album, intitolato “HAARP” come il sistema di antenne in Alaska che, secondo altre teorie del complotto, influenzerebbe il cambiamento climatico; ma questa è un’altra storia.
Sul finire del 2008, prima di lasciare la Casa Bianca dopo la fine del suo secondo mandato, Bush ammette ai giornalisti che i fallimenti dell’intelligence sull’Iraq sono “il suo più grande rimorso”. Nello stesso periodo, Matt Bellamy ritratta le sue convinzioni complottiste, definendole “ciarlatanerie”, proprio mentre “Supermassive Black Hole” viene parodizzata dagli Elio e le Storie Tese (in un brano chiamato “Supermassiccio”) e finisce in un film di vampiri.
Oggi il il ricordo di “Black Holes and Revelations” del giovane pubblico generalista è perlopiù legato proprio a “Twilight”, ma l’eredità del quarto disco dei Muse nella cultura pop va oltre glitter e strane creature. È, accidentalmente o meno, un disco sulla mitizzazione dell’uomo comune, che cerca in qualche modo di darsi una risposta ad eventi più grandi di lui; è un album figlio del suo tempo e delle paure che attanagliano l’opinione pubblica, ma anche un’opera a cui oggi si rifanno i Muse moderni, perché estremamente efficace nel parlarci tuttora di interrogativi che non hanno epoca. Se c’è una causa ultima da incolpare per le crudeltà del mondo; se c’è un senso ai nostri drammi personali; se siamo soli nell’esistenza o se c’è qualcuno che, prima o poi, risponderà ai nostri segnali radio.
Riferimenti:
E. Binelli Mantelli, “Muse, Love is our Resistance: testi commentati”, Arcana, 2012
M. Kagler, “Muse”, Under the Radar, luglio 2006
A. Loundras, “We Blew Them All Off the Stage”, The Independent, settembre 2006
L. O’Neill, “A Brief History of Matt Bellamy’s Brushes with Conspiracy Theories”, luglio 2017
A. Petridis, “Earthbound Asteroids, evil lizards and fans disguised as gasmen…”, The Guardian, giugno 2006
CMU Music Network, “Muse Frontman Is a Conspiracy Theorist”, ottobre 2006





