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AURORA – What Happened To The Heart?

Se lo chiedete ad Aurora, questo non è il suo quinto album in studio. In primis perché i due album “Infections of a Different Kind – Step 1” e “A Different Kind of Human – Step 2”, usciti a un anno di distanza l’uno dall’altro, sono considerati un progetto unico; in secundis perché, più che album, per lei sono “figli”, che ha come “partorito”. 

La cantautrice norvegese ci ha da tempo abituati ai suoi punti di vista decisi e talvolta insoliti, da cui del resto traspare un amore incondizionato e vocazionale verso la musica come mezzo d’espressione. Spesso paragonata a Björk – associazione alquanto impegnativa –, Aurora Aksnes è una delle maggiori ispirazioni di nientedimeno che Billie Eilish, grazie al suo art-pop venato di elementi nordic folk e caratterizzato da un cantato alto e sospirato. Vi è una differenza non da poco, tuttavia, nell’approccio alla scrittura: se i brani di Billie Eilish esprimono sensazioni crude e viscerali, quelli di Aurora, specie i più recenti, sono quasi filosofia — e quest’ultimo lavoro non fa che alzare l’asticella.

What Happened To The Heart?” è un dilemma etico che s’interroga su una possibile perdita di amore ed empatia umana (“che ne è stato del cuore?”, per l’appunto). “Prima che sapessimo la sua precisa collocazione e funzione, si credeva che il cuore fosse il centro dell’intuizione. Dell’emozione. Dell’intenzione e dell’interconnessione” spiega l’artista su Instagram. “E con il tempo e una maggiore comprensione dell’anatomia, abbiamo deciso che quelle fossero qualità della mente. Da allora, abbiamo fallito nei confronti del pianeta su cui viviamo. La nostra unica casa”.

L’album si apre con “Echo of My Shadow”, una melodia che inizia placida come una ninnananna e cresce in un turbinio di sintetizzatori insieme agli acuti angelici delle vocals, mentre le parole del brano alludono alla caducità della vita (“If my life is just a moment and this world is ancient/Then the light through my window will fade/Young mountains, old rivers, I let them become me”). Ci ritroviamo subito catapultati in un piccolo mondo a parte — e non possiamo che esserne già intrigati.

Il disco, infatti, affronta quelli che in una canzone sono forse i temi più inflazionati di sempre – l’amore, i sentimenti, le emozioni –, ma attraverso le lenti analitiche, spirituali e profondamente riflessive dell’autrice, essi s’infondono di nuova vita, ritornando dibattiti per cui vale ancora la pena lottare. “What is life worth living for/if you don’t bleed for anything?” si chiede Aurora a questo proposito nel synth-pop anni ‘80 di “To Be Alright”. L’amore che sgorga dai testi è amorfo, è universale: si passa con estrema fluidità dalla sfera personale, caratterizzata da un affetto che sovrasta, aliena e che non si sa bene dove voglia dirigersi (“The Conflict of the Mind”, “The Essence”), a quella più propriamente umanitaria, che esprime preoccupazione per il sentire comune, assuefattosi all’apatia di fronte a guerre e calamità devastanti. L’intero album è costellato di riferimenti alla natura, tema su cui – come del resto i conflitti nel mondo – l’artista si esprime nel dettaglio da anni, con un trasporto cui è alquanto difficile non credere. 

Per quanto concerne il lato strumentale, stupiscono l’attenzione e l’approccio sperimentale. Da questo punto di vista, l’album decolla soprattutto verso la metà della tracklist (di certo non breve, con i suoi sedici brani). In “When The Dark Dresses Lightly” ci sono Florence + The Machine e tocchi di western, in “A Soul With No King” ispirazioni celtiche; “Starvation”, forse il migliore tra i singoli, è un misto di sonorità tribali ed EDM, mentre “The Blade” ricorda persino certi brani post-punk (Aurora non ha mai nascosto le sue influenze più “heavy”, come dimostrano la raccolta “For The Metal People” e la recente collaborazione con i Bring Me The Horizon). Sensazionale, poi, “My Body Is Not Mine”, in cui vi è lo zampino di Tom Rowlands dei The Chemical Brothers, con cui già Aurora aveva collaborato nel loro album “No Geography” (2019). 

Anche nel range vocale prevale la sperimentazione, puntando molto sui bassi e sui belting, oltre che sui cori “eterei” che la contraddistinguono. Ciò si può notare in tracce come “Do You Feel?” e “Some Type of Skin” – l’urlo catartico “My God! It’s a lot” vale già da sé tutto il brano –, ma la sua tipica voce sopranile continua a dare i brividi in “Earthly Delights”, che definire “trascendentale” sarebbe un eufemismo. In questa traccia Aurora prega a un’entità divina di rimanere con lei alla fine del tutto; tuttavia, alla fine, sembra rinnegarla, onorando la propria natura mortale ed effimera e ritenendola più fortunata di quella di un Dio (“There is no God/In here without me, my dear/When everything dies/Will you be lonely?”). Quasi come un “Dialogo della natura e di un islandese” al contrario, il brano mette in luce la filosofia del disco, ed è indubbiamente tra i più affascinanti del lotto.

Potrebbe essere, Aurora, la Björk della nostra generazione? Probabilmente è ancora presto per dirlo, e forse oggi non è nemmeno così importante; ma a prescindere dai paragoni, la cantautrice norvegese ha tirato fuori una perla con cui si è senza dubbio superata per intensità. “What Happened To The Heart?” avrebbe forse tratto beneficio da qualche brano in meno, e ciononostante rimane un ottimo disco — un concentrato di pop sperimentale che unisce produzioni raffinate a una sensibilità toccante, ancor più dal punto di vista testuale. Difficile, molto difficile, non venirne catturati almeno un po’. 

Tracklist

01. Echo Of My Shadow
02. To Be Alright
03. Your Blood
04. The Conflict of the Mind
05. Some Type of Skin
06. The Essence
07. Earthly Delights
08. The Dark Dresses Lightly
09. A Soul with No King
10. Dreams
11. My Name
12. Do You Feel?
13. Starvation
14. The Blade
15. My Body Is Not Mine
16. Invisible Wounds

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