Articolo a cura di Danilo Giuseppe Acinapura – www.blackmaria.it
E’ il 1974.
Il glam rock, raggiunto il suo apice, è adagiato su di una popolarità pronta a scemare. Il suo menestrello, David Bowie, ha già abbandonato la sua maschera prediletta, l’alieno bardato di pailettes Ziggy Stardust, per volgere la sua attenzione verso suoni e contaminazioni diverse. Nel frattempo, l’hard rock vive un momento di popolarità prima della massificazione totale nel decennio successivo, tanto che i Black Sabbath nella loro formazione originaria mietono successi ad ogni dove, successi che li porteranno ad essere uno dei gruppi più osannati del panorama hard musicale, nonché pionieri dell’ heavy metal.
Sul piano musicale, è un periodo di fermento e sperimentazione. Contemporaneamente, i cineasti della New Hollywood ri-creano da capo stili e stilemi facendo vivere un’epoca d’oro per la capitale del cinema americano.
Tra questi, un trentaquattrenne Brian De Palma, che ancora si porta dietro le inutili polemiche di plagio per il precedente Le Due Sorelle, ha quella che lui stesso definirà un’idea prepotentemente geniale: fondere in un’unica storia elementi de Il Fantasma dell’Opera di Gaston Lereoux, del Faust di Goethe e de Il Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde per creare una perfetta parabola di amore, dannazione e morte da declinare in chiave musical.
Nasce così il mitico Il Fantasma del Palcoscenico, feroce disanima del sistema musicale declinata in chiave rock. Pellicola che, purtroppo, si rivelerà un flop ai botteghini, tanto da costringere il grande autore del New Jersey a tornare agli abituali lidi del thriller appena l’anno successivo, ma che nel tempo è divenuto un cult della prima ora e che ha anticipato di un anno la deriva post-moderna del musical di The Rocky Horror Picture Show.
Il lavoro di De Palma è qui semplicemente esemplare: ripensare il classico musical in chiave moderna, relegando il ballo in secondo piano, usando la musica per convogliare pensieri ed emozioni dei personaggi ed immergendo il tutto all’interno dello stesso panorama musicale. L’abituale doppio sguardo dell’autore si fonde in un’unica vis celebrativa/distruttiva: la musica è narrazione e al contempo oggetto narrato, mezzo comunicativo e destinatario di omaggio, talvolta scherzoso, sempre però appassionato.
Il musical classico diviene così dapprima opera rock nella sua struttura, dove la canzone non è mai narrazione pura e quest’ultima è affidata quasi esclusivamente alla prosa nei momenti essenziali; per poi colorarsi delle note della modernità: nel corso del film assistiamo all’evolversi dei gusti musicali in una vera e propria antologia che ripercorre le tappe dei precedenti due decenni.
Si parte con la musicalità “da spiaggia”, colorata e disimpegnata, dei JuicyFruits, sorta di Beatles ancora più pop. Si prosegue con i Beach Bums, parodia dei Beach Boys elevata a vero e proprio sfottò. Si arriva poi alla musicalità cupa e squisitamente pop degli Undead, omaggio agli albori del metal.
In mezzo, le magnifiche canzoni composte da Paul Williams ed eseguite, assieme a lui, dagli altri due coprotagonisti Jessica Harper e soprattutto William Finley, sorprendente interprete dello sfortunato Wislow, attore il cui talento camaleontico ed ecclettico avrebbe meritato davvero più attenzione.
De Palma riesce con abilità incredibile a fondere il registro musicale con quello drammatico, venandolo con l’horror classico e qualche punta di commedia. Un lavoro di post-modernizzazione totale e totalizzante dal quale, come sempre, emerge un nuovo stile, totalmente personale, questa volta decisamente più asservito alla storia.
Storia che fa degli archetipi letterari, riletti in chiave rock, il suo nodo centrale. Il satanico Swan è al contempo Mefistofele e Faust, un Dorian Gray dell’epoca dei pantaloni a zampa d’elefante che incarna il ruolo del produttore-demiurgo assetato di potere e soldi. Wislow, il creatore, l’artista sfigato eppure geniale, è la vittima prediletta, un sacrificio umano al Moloch che si danna corpo ed anima per amore, sia della musica che della bella Fenix. E quest’ultima è la diva nascente, la star ambita da eroe e villain, dove il primo è un mostro solo all’esterno, mentre il secondo è un demone terreno.
La metafora sul potere corruttivo della fama viene evitata. De Palma vuole più che altro dissacrare lo star-system (musicale, ma anche cinematografico) che distrugge ogni possibile velleità artistica per il mito del successo. Il suo eroe, il fantasma, è così vittima e carnefice, angelo e dannato che può redimersi solo con un, in fondo vano, sacrificio finale.
Il suo sguardo, acuto, viene celato dietro alla sua macchina da presa come sempre viva e tangibile. I suoi movimenti di macchina sono ancora più vorticosi, la costruzione della scena di una dinamicità insostenibile e sempre perfettamente ancorata al commento musicale, in un connubio semplicemente perfetto.
De Palma non rinuncia neanche al suo caustico citazionismo cinefilo. Troppo facile scomodare Hitchcock ed il suo mitologico Psycho, che si diverte a parodiare sostituendo il coltello con un buffo sturalavandini. Più pregnante è invece l’omaggio ad un’altra pietra miliare del cinema di genere, il Frankenstein di James Whale, rievocato nella scena della morte di Beef, drag queen proto glam metal travestita da mostro distrutto dal fulmine che lo avrebbe dovuto creare.
In un vortice di musica, sperimentazione visiva e narrativa e sorprendenti anticipazioni di mode e gusti, De Palma colpisce nel segno: il suo Fantasma è una perfetta icona rock, un idolo che si autodistrugge per amore in un crescendo quasi rossiniano ai limiti dell’emblematico.











