“Fanculo a tutta questa merda, fai quel che ami!”. L’heavy metal mi ha salvato la vita [Miland “Mille” Petrozza]
Fondatori, insieme a Destruction, Sodom e Tankard, del thrash metal tedesco, i Kreator rappresentano una delle migliori espressioni del genere a livello mondiale, ancorché i momenti on fire sembrino fisiologicamente alle spalle. Lo scorso anno, per la celebrazione del quarantennio di attività del gruppo, venne proiettato nelle sale cinematografiche, diretto dalla regista Cordula Kablitz-Post, il documentario “Kreator – Hate & Hope” e, parallelamente, vide la luce l’autobiografia del leader, singer e ascia Miland Petrozza, scritta insieme al giornalista di Rolling Stone Torsten Gross. Al pari della pellicola, altresì il titolo del libro “Your Heaven, My Hell. How Heavy Metal Saved Me” – in originale Your Heaven, My Hell. Mein Leben, Heavy Metal Und Wie Das Alles Passieren Konnte – appare piuttosto banale, non sposandosi particolarmente bene con l’immagine reale di Mille, figura molto amata in patria dagli articolisti culturali, dal cosmo indie e dai conduttori dei podcast più à la page. In ogni caso, trattasi della vicenda personale di una leggenda da cui i lettori italiani, grazie alla meritoria azione della Crash Edizioni di Mariano Fontaine e alla traduzione di Giorgia Neumann, può suggerne i passaggi essenziali, fluidamente esposti in 275 pagine dal layout sobrio e corredate da foto d’archivio in fondo al volume.
La fabula segue un ordine cronologico capace di scandire con precisione gli stadi di crescita della futura star di Essen, avvicinandosi alla struttura del Bildungsroman europeo della coda del ‘700, tipologia letteraria che si concentrava sul percorso di formazione psicologica, morale e spirituale del protagonista. E dunque il biopic non si occupa soltanto della scalata al successo, dopo l’infanzia e la prima giovinezza trascorse nel quartiere operaio di Altenssen, del figlio di una profuga della DDR e di un minatore calabrese emigrato in terra germanica, ma anche in che modo il suo stile di vita attuale, alieno dall’utilizzo di bevande alcoliche e improntato al veganesimo e allo yoga, si accordi alle verità e ai cliché del mondo del metallo. In tale excursus, che raggiunge uno dei climax da sliding doors nell’esperienza rivelatrice dei Kiss, tappa obbligatoria per la generazione dei musicisti dell’epoca, Petrozza – a differenza di Scott Ian degli Anthrax in “I’m The Man” – non si sofferma molto sul mondo esterno ai Kreator, cosi come vivacchiano sullo sfondo, da semplice contorno alla portata principale, i rapporti con le formazioni della coeva scena thrash nazionale. Non mancano comunque delucidazioni e curiosità d’outremer, dal breve soggiorno di Mille nel carcere minorile di Werden alle lusinghe dei Celtic Frost per convincerlo a entrare nella loro line-up, dall’acerrima rivalità fra i Sodom e i Kreator stessi, che viene minimizzata rispetto agli accesi resoconti di allora all’utilizzo massiccio di droghe e sostanze psicotrope.

D’altro canto, l’artista alemanno delinea le contraddizioni della regione Ruhr degli anni ’80 – storico e fondamentale bacino industriale della Germania – con grande equilibrio, evitando sia di calcare la mano sulla degradazione e lo squallore del luogo sia di indulgere nella glorificazione degli opposti stereotipi. Siffatta descrizione costituisce uno degli apici d’approfondimento della prima sezione dell’opera, proprio perché esso riesce a restituire un contesto sociale e geografico senza trasformarlo né in una caricatura negativa né in un nostalgico paradiso perduto. Certo, man mano che la carriera dei Kreator prende slancio, gli aneddoti che li riguardano iniziano a suscitare maggiore interesse, ribaltando un’impostazione generale un pizzico monocorde. E non sorprende emergano in superficie quasi esclusivamente episodi connessi ai concerti e allo studio di registrazione, visto che nella vita frenetica dei giovani musicisti teutonici, naturalmente, non esistevano il tempo e lo spazio per qualcosa di diverso. Karl-U. Walterbach, proprietario della Noise Records, li sottopose a ritmi frenetici, portandoli a pubblicare addirittura cinque album nell’arco di sei primavere, strategia che, pur non entusiasmando spesso il gruppo, alla luce dei risultati non si rivelò affatto dannosa. Affiorano inoltre numerosi dettagli sul controverso patron dell’etichetta, con il quale parecchie realtà appartenenti al suo roster – i Celtic Frost in primis – finirono per rompere ogni legame.
Mille decide di arrestare la narrazione all’indomani della genesi di “Renewal”, probabilmente il lavoro meno amato della discografia dei Kreator. Il tour tedesco del 1993 con Morbid Angel e Motörhead risulta condensato in pochissime battute, prima che Petrozza liquidi la questione per mezzo di scabre, laconiche parole: “Poi, per i Kreator, iniziò un periodo di lieve ma costante declino: gli album non ebbero più lo stesso successo e, sul piano artistico, ci trovammo in una fase di smarrimento. Gli anni Novanta furono un periodo difficile per la maggior parte delle band della nostra scena. L’heavy metal attraversava una profonda crisi d’identità“. Il frontman e chitarrista preferisce non addentrarsi in un esame maggiormente analitico di quel periodo meno fortunato, dedicando, nei pressi della conclusione del racconto, rade righe tanto all’abbandono temporaneo del batterista e compagno di sempre Jürgen “Ventor” Reil quanto all’addio definitivo del bassista Rob. Nell’epilogo, si legge poi in tono pressoché lapidario: “Ancora oggi Mille Petrozza suona nei Kreator, continua a pubblicare regolarmente album con la band e a intraprendere tournée in tutto il mondo”. Come l’act uscì da una pericolosa fase di stallo compositivo rimane quindi fuori da un romance troncato in maniera improvvisa e frettolosa, con alcuni vuoti che la prevista seconda parte provvederà – forse – a colmare.
Paradossalmente, la relativa incompiutezza di “Your Heaven, My Hell. How Heavy Metal Saved Me” ha il pregio di non trasformare Miland “Mille” Petrozza in un’inespressiva statua di marmo, lasciandolo lì, nella penombra, ancora irrequieto, ancora con qualche scheggia sotto la pelle. E ancora umano, troppo umano.





