DopamineChamber
NUOVE USCITERECENSIONI

Fontaines D.C. – Dopamine Chamber

C’è un momento preciso, nella carriera di una band, in cui la scelta di chi essere diventa impossibile da rimandare. Scegliere quale strada prendere, se tornare ai vecchi fasti del rock da pub irlandese, caciarone e sbarazzino, oppure se virare verso sonorità più pop, melliflue e canticchiabili, non deve essere stata una scelta facile per i Fontaines D.C. durante la scrittura del nuovo album, “Dopamine Chamber”. Meno di due anni ci separano da “Romance”, il lavoro che ha consacrato il quintetto di Dublino ben al di là dei confini del rock di nicchia, valendo loro due nomination ai Grammy e portandoli a riempire palchi sempre più grandi in tutta Europa, tra cui due trionfali passaggi in Italia, senza mai rinunciare all’utilizzo della loro piattaforma per il sostegno alla causa palestinese, doveroso da menzionare nel circuito mainstream. Tutto questo mentre il prossimo disco già prendeva forma.

“Dopamine Chamber” nasce in movimento, tra un paese e l’altro, in tour, seguendo un processo creativo “irrefrenabile” a detta del frontman Grian Chatten. Al suo fianco il collega e produttore James Ford, non solo artefice del precedente lavoro della band, ma anche membro dei Last Shadow Puppets e dietro ai mixer di lavori importanti degli Arctic Monkeys, Blur e altri grandi nomi della scena britannica e irlandese. Era già chiaro ai tempi dell’uscita del primo singolo, “Marianne”, che le due strade delineate più sopra non erano percorribili dal quintetto di Dublino. Se ne delinea invece una terza: il compromesso artistico tra le rassicuranti melodie della musica commerciale e le tenebre dell’introspezione, per un disco dal sapore psichedelico, sontuoso quanto gelido.

Dunque via gli abiti un po’ smessi delle rockstar, e dentro le tute acetate, i grossi Schnellbrille in stile rave e i massicci synth anni ‘80. La già citata “Marianne” traccia le coordinate di questo cambio di rotta, aperta da un’intro che la incastrerebbe bene nella colonna sonora di una serie tv à la Midnight Caller. Si passa poi a “Mimesis”, che con l’intreccio di basso e batteria dialoga con la tradizione inglese del post-punk (Depeche Mode, Joy Division), ma che non brilla per audacia. Appare chiaro che i ritmi uptempo che caratterizzavano l’era di “Dogrel” appartengono al passato. La quinta fatica dei cinque di Dublino è un album dai bpm medio-bassi; la varietà ritmica si assottiglia e per lunghi tratti il disco scivola sul suo stesso ghiaccio. “One Man” tenta di riprodurre chitarre ariose in stile The Cure, con archi ben incastonati ma dal risultato volutamente soporifero. “Tongue” rimarca quella caratteristica distintiva dei Fontaines D.C., la forza ossessiva della ripetizione, che in “Skinty Fia” trovava il suo apice, ma che in questo caso tende al posticcio.

Sono tre le tracce che spiccano sull’intero lotto per struttura, arrangiamento e forza emotiva. L’opening “Six Shot Morning” è un’istantanea che ci catapulta nei titoli di testa di un film post-futuristico à la Blade Runner, mentre la voce cavernosa e solenne di Grian Chatten sembra ispirarsi alla melodia e al savoir-faire dell’ultimo David Bowie di “Girl Loves Me”. Alle sue spalle l’arrangiamento cresce e si smonta a comando in un gioco di dinamiche coinvolgente quanto turbinoso. L’omaggio agli Oasis in salsa irlandese arriva inaspettato con Demolition («We can make it okay, live forever this way»), che mostra i vari colori di una formula che, lungo il lotto, si compone solamente di neri e grigi. Qui i chiari si mostrano tanto nelle parti vocali quanto negli arrangiamenti, che inseguono la ricerca, si proiettano verso l’alto nel ritornello e osano con stacchi e crescendo, il tutto su un testo finalmente diretto e malinconico. Dulcis in fundo, la magia di “Where Is Gone?”, dove la voce di Chatten si intreccia con quella di Rosalía come le mani di due amanti: si cercano, si toccano, si danno piacere senza mai sopraffarsi. La lirica nasce dal calore di Palermo, dove lo stesso Chatten ha trascorso buona parte della composizione, con un occhio all’universo poetico di Mina. Il calore di questo duetto scioglie il gelo del resto del lotto, regalando un momento di puro trasporto e suggellando uno dei pezzi migliori della carriera della band.

Dopo aver toccato la vetta, si può solo scendere. L’avvio verso la chiusura termina senza colpo ferire, con “Intimate” a fare da epilogo e che non rende giustizia a una band che, almeno in passato, aveva tanto da dire. “Dopamine Chamber” è un disco ben costruito, con arrangiamenti curati e una produzione di qualità indiscutibile, ma togliendo gli orpelli, cosa rimane di molte tracce? Il rimando alla musica albionica degli anni Ottanta è nitido e interessante, l’evoluzione verso la post-new wave calza loro sorprendentemente bene e merita di essere indagata più a fondo. Ma le buone idee galleggiano in un lotto di brani solamente ben confezionati, e la differenza tra le due cose non è sottile. Il merito principale dell’album è quello di aver evitato il peggio: l’involuzione compiaciuta, il rifugio nel format sicuro. I Fontaines D.C. scelgono di sperimentare, anche senza inseguire la perfezione. Rimane però l’amaro in bocca per una band che potrebbe avere il mondo ai suoi piedi, se solo sapesse come prenderselo.

Tracklist

01. Six Shot Morning
02. Marianne
03. Mimesis
04. Happy for You
05. Demolition
06. Tongue
07. One Man
08. Where Is Gone? (feat. Rosalía)
09. You Miss Me
10. Japan
11. Intimate