You’re always talking ‘bout the boys in the better land” sogghignavano, sei anni fa, cinque ragazzi di Dublino, facendo capolino in una scena alternativa in fermento con un progetto nato dalla passione comune per gli Strokes e per la letteratura irlandese. Non è chiaro chi fossero i “boys” nella terra migliore – se gli inglesi perché l’erba del vicino è sempre più verde, oppure i dublinesi stessi, trapiantati in terra britannica –, sta di fatto che, sei anni dopo, stiamo parlando tutti dei Fontaines D.C. Sono banali e derivativi? Sono la migliore rock band del mondo? Con l’ultimo album si sono “venduti” o hanno scritto un manifesto generazionale? Tante domande, discussioni sempre più accese, ma questa giornata si appresta a schiarirci le idee (nonostante certe difficoltà nei modi, come vedremo). 

Per chi c’è da anni, questo è un momento strano. Meno di un lustro fa la band suonava al Circolo Magnolia, ancora prettamente associata alla “nuova ondata post-punk”; lo scorso autunno passava di qui per la prima parte del Romance Tour, con i biglietti dell’Alcatraz andati a ruba poco dopo l’uscita del disco; oggi questo appuntamento della rassegna Unaltrofestival al Carroponte conta dodicimila presenze e il tutto esaurito da un mese. Chiedendo ai primi fan accorsi da quanto seguano la band, chi scrive si sente rispondere perlopiù “da quando è uscito l’ultimo album”. Come andranno le cose, adesso che una grossa fetta di pubblico è qui grazie a un quarto della discografia? 

Mentre aspettiamo risposte, a scaldare gli animi ci pensano gli Shame, direttamente da quel “post-punk revival” da cui provengono i Fontaines D.C. – il quarto album, “Cutthroat”, è in arrivo a settembre –, ma portato in scena con una personalità ben più esuberante. Al quarto live italiano dopo una data al Firenze Rocks e altre due con i Fontaines, gli inglesi stanno raccogliendo molti nuovi fan nel Bel Paese; d’altronde, tra pogo e battiti di mani, chi non li conosceva è presto coinvolto dalla carica travolgente del quintetto e in particolare del frontman Charlie Steen, che si lancia sul pubblico come uno degli Hives (con tanto di roadie a reggergli il cavo del microfono) e si prende la scena con sicumera a sufficienza per conquistare tutti. Un set breve ma intensissimo, e la promessa di tornare il prossimo autunno in veste di headliner suona più come una minaccia goliardica di non dimenticarselo.

Charlie Steen (Shame) al Rock In Roma 2025

In zona transenna, nel cambio palco, l’atmosfera è serena, di un entusiasmo che pare aver contagiato persino altri artisti (in fila per una birra, Venerus ci dice di ascoltare i Fontaines “da poco più di un anno, mi piacciono tantissimo”). Lo stesso, però, non si può dire delle retrovie, a causa di un settore pit che gli astanti sostengono non essere previsto. Tra le numerose lamentele del pubblico su volumi e visibilità limitata, la nota dolente è soprattutto la gestione degli spazi: vengono impediti accesso e uscita nell’area sotto il palco, con spettatori ammassati all’ingresso del pit e nel settore esterno. Si tenta di contenere la confusione e la calca che ne seguono con l’ingresso nel parterre della polizia antisommossa, e anche una volta stemperato il caos permane un clima di nervosismo e tensione. Il tutto, purtroppo, rende evidentemente difficoltosa la fruizione dell’evento a una grossa fetta di pubblico, che pure lo attendeva con trepidazione: la forte presenza di giovanissimi in un’audience comunque eterogenea è già indicativa di cosa significhi, oggi, questa band per la scena alternativa.

I Fontaines D.C. con Charlie Steen al Sequoie Music Park 2025, Bologna

Se non altro, i cinque irlandesi si confermano sempre più una garanzia: l’impatto dell’ultimo anno di musica per i Fontaines D.C. parte dalla scaletta, composta per metà da “Romance” e dalla sua edizione deluxe. Vi è indubbiamente la sensazione che ci siano molti “spettatori casuali” – una pletora di telefoni alzati sugli ultimi singoli, diversi puntati verso le facce dei loro proprietari –, ma l’accoglienza rimane, a onor del vero, molto calorosa. Il sing-along collettivo è potente anche sull’altro versante del live, tra cui spiccano l’immancabile “Jackie Down The Line” e una “Big Shot” di cui si canta anche il riff. Sembra, insomma, che pur essendosi avvicinati al progetto tramite un disco dalle sonorità più morbide e “pop”, parecchi nuovi fan abbiano recuperato e apprezzato molto anche quelle più acide e grezze, e del resto la band non si risparmia su nessun fronte: brani come “Televised Mind” e “Hurricane Laughter” colpiscono distorti e nevrotici al punto giusto, mentre “Romance” e “Desire” sono momenti in cui l’uso dei sintetizzatori e le backing vocals di Conor Deegan ipnotizzano e reggono il muro sonoro con stile.

Grian Chatten (Fontaines D.C.) al Sequoie Music Park 2025, Bologna

La meraviglia dei Fontaines D.C. è che non hanno bisogno di interagire per catalizzare l’attenzione dal momento zero. Non è il carisma impetuoso degli Shame, ma nemmeno il savoir faire della classica band shoegaze. I dublinesi parlano, piuttosto, un altro linguaggio: quello della musica, certo, ma anche la gestualità, sé lo chiedete a Grian Chatten. Il cantante dirige la folla alzando le braccia e muovendo le mani come a racchiudere fisicamente l’anima delle canzoni; sale sul palco in calzettoni Adidas e una lunga gonna a quadri che sembra un oggetto di scena, fatta per evidenziare le ampie falcate con cui fa suo ogni metro quadrato di spazio fisico e mentale. 

È un magnetismo ricercatamente dismesso, quello dei Fontaines, volto a sminuire la costruzione scenica per esaltare quella poetica e musicale, vertere l’attenzione sui movimenti, sulla cadenza dublinese, sull’astrazione e il dolore infusi a pieni polmoni in quel capolavoro moderno (poco prima di una “Starbuster” esplosiva nel finale, con la partecipazione di Charlie Steen) che è “I Love You”. È anche il brano più politico, inizialmente scritto per la madrepatria, ma che in una sera segnata dalla bandiera palestinese appesa alla tastiera di Carlos O’Connell si presta a una causa più urgente. È allora che “selling genocide and half-cut pride” acquista un altro significato, che chi si è portato dietro le proprie bandiere e i propri cori urla con più fervore. “Israel is committing genocide, use your voice” è la chiosa, unicamente visiva, sugli schermi. In quest’attimo taciturno rotto solo dagli applausi, chi scrive capisce quanto sia triste che la serata di oggi sia stata guastata dai disservizi per così tanti spettatori: per questa band che è riuscita ad attirare così tanti neofiti, così tanti giovani, in un mondo fatto di territorialità e poesia, nostalgia e rivalsa, i giorni dei piccoli club sono certamente ormai lontani.

Carlos O’Connell (Fontaines D.C.) al Rock In Roma 2025

C’è chi dice, come sempre, che il rock è morto. Che i Fontaines D.C. vivono della sua rendita, trascinandone il cadavere in giro a suon di retromania; e chi dice che in realtà i dublinesi sono i suoi benefattori, coloro che da soli l’hanno rianimato dal torpore. La realtà, a ben vedere, è sempre più complessa. Una cosa è certa però: in live come questo qui – fatto di messaggi potenti, di gesti dall’impatto immenso e, al netto delle difficoltà incontrate, di un senso di comunità tangibile – il rock dimostra d’essere vivo come non mai. 

Setlist

SHAME

Tasteless
Concrete
Six Pack
Quiet Life
Cowards Around
Adderall
One Rizia
Cutthroat

FONTAINES D.C.

Here’s The Thing
Jackie Down The Line
Televised Mind
Boys In The Better Land
Roman Holiday
Big Shot
Death Kink
Before You I Just Forget
It’s Amazing To Be Young
Hurricane Laughter
Bug
Nabokov
A Hero’s Death
Big
Favourite
Romance
Desire
In The Modern World
I Love You
Starburster

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