Abbiamo pogato con i cani. Come glielo spieghiamo a quelli con la maglietta sdrucita dei Manowar che no, non è stato un brutale incontro con dei rottweiler? Come glielo spieghiamo a quelli che «la musica è morta negli anni ’80» che tutto ciò non è un modo dispregiativo per descrivere i compagni di spallate sotto a un palco? Come glielo spieghiamo che quel simposio di anime inebriate, sudore sgocciolante e lividi postumi si può apparecchiare anche dinanzi alla band che più di tutte ha rivoluzionato l’indie pop a livello nazionale?
Complicato, se non impossibile. Eppure Niccolò Contessa, vuoi o non vuoi, ha sempre accorpato, come il cerchio più ampio di un diagramma di Venn in cui pullulano e si intersecano le fragilità di un’intera generazione, l’ironia, la malinconia laterale e dolceamara, il più spudorato realismo che sentiamo pulsare tra le mani.
Ed il raduno a Roseto degli Abruzzi, messo su dal frontman romano e dai ragazzi di Transumare Festival – ormai fiore all’occhiello agostano della costa abruzzese – è uno di quelli difficili da dimenticare.
Tour invernale praticamente sold out dopo un ritorno dal nulla con “Post Mortem” e una nuova scia di date estive a tappezzare tutta Italia: la rinascita di Contessa e compagine si propaga nella terra «forte e gentile» dopo quasi dieci anni dall’ultima apparizione, con l’afa e l’attesa smorzati prima dall’alt-rock degli Atlante e poi dagli scorci rurali di provincia, trafitti da sciabordii shoegaze e schiarite dream pop, dei Satantango e del loro bellissimo debut – props per la splendida, struggente cover di “Washer” degli Slint.
Ma ecco che, con accompagnamento liturgico, si rivela al popolo la risurrezione de i cani, ore ventidue in punto on stage e subito a celebrare “Post Mortem”, acidità electro-rock con “buio”, impulso industrial e retrogusto funk con “buco nero”, rock seghettato e ossessivo con “nella parte del mondo in cui sono nato”.

Scaletta che aggancia il perimetro caliginoso dell’ultimo platter ai guizzi hyperpop e alla concretezza pop dell’intera discografia: i synth riverberati di “Wes Anderson” si sparano un siringone di adrenalina e innalzano i BPM (“Asperger”), il pop anthemico di “Questo nostro grande amore” apparecchia per la doppietta “Come Vera Nabokov”/ “Hipsteria”, carburante da moshpit che continua la combustione con “Le coppie” prima dell’inevitabile slow down ossigenante di “un’altra onda” e dell’inedita “squalo balena”, presentata da Contessa in solo.
“Post Punk” riprende a far sgocciolare la platea, prima di una distensione – “Aurora”, “Corso Trieste” e l’immancabile singalong malinconico de “Il posto più freddo” – che chiude il primo troncone della setlist.
E se si può parlare di encore, dato il numero spudorato di pezzi che rimettono in moto, questo si carica dall’indie-rock solare di “colpo di tosse” e dal funky ancheggiante di “Non finirà”. “I pariolini di diciott’anni”, “Velleità” e “FBYC (s f o r t u n a)” frantumano il parterre, “Calabi-Yau” e “Sparire” lo fanno piangere a dirotto, prima che “Lexotan” suggelli lacrime, cazzotti e sudore di un’intera serata nell’ultimo, grande abbraccio.
È il live set, tra elettronica nordeuropea e percussioni mediterranee, di Cellini a rimettere in piedi i pensieri, le ossa rotte, i bicchietti volati e inghiottiti dal cemento: ciò che è accaduto lì sotto non è un rituale, bensì una festa. Gli invitati? Tutti quelli che con i cani sono diventati grandi, quelli che hanno forgiato la propria adolescenza coi capricciosi sogni degli altri buttati nel cesso, quelli che ormai la tachicardia sulle strade trafficate l’hanno sconfitta, quelli che hanno perso i capelli, ma non la vigile sensibilità e lucidità verso tutto ciò che ci circonda, nonostante i paradossi si siano triplicati, i pariolini siano ormai sulla soglia dei trenta e Instagram abbia inglobato avidamente tutte le belle foto in bianco e nero.
Contessa è la fenice, noi siamo stati gli splendenti brillantini sprigionati dalle sue ali: è l’infinito bagliore dell’indie, qualunque cazzo di cosa voglia significare, a riaccendersi ancora una volta.
Setlist
buio
buco nero
nella parte del mondo in cui sono nato
Wes Anderson
Asperger
carbone
Questo nostro grande amore
Come Vera Nabokov
Hipsteria
Le coppie
un’altra onda
squalo balena
f.c.f.t.
Post Punk
Aurora
Corso Trieste
Il posto più freddo
colpo di tosse
Non finirà
I pariolini di diciott’anni
Velleità
Calabi-Yau
FBYC (s f o r t u n a)
Sparire
Lexotan





