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Yard Act – You’re Gonna Need A Little Music

3 di 3 anche per gli Yard Act. E non parliamo di sudati threesome marlenekuntziani, bensì del terzo centro per la band di Leeds, ormai tra le migliori realtà partorite dall’uragano crank wave.

Eppure di quest’ultima, in “You’re Gonna Need A Little Music”, rimangono solo spore: del post-punk pungente di “The Overload” c’è forse qualche chitarra aguzza, dell’eterogeneità teatrale del sophomore, invece, rimane quella voglia wave ormai diventata parte dell’abito della band di James Smith, ancora esuberante pivot – e one man show, se si guarda alla foga on stage – armato del suo spoken word ironico, cervellotico, analitico, vero.

Riflessività che da silhouette massiccia acquisisce ancor più carne che nei predecessori, permea pensieri e liriche sempre più dense e sempre più bisognose di fragore strumentale a lavorare sotto. Le sei corde di Shipstone si ingrossano e rovistano nei Nineties britannici, col britpop a divenire il generatore principale per il terzo in discografia: i coraggiosi all-in del cambio vita in “New Beginnings” paiono sgattaiolare dalle retrovie di “The Great Escape”, così come bluriana è una “Over The Barrel” che pare riunire Graham Coxon e Damon Albarn in uno stanzino umido con Al Green a dare consigli su come innestare un po’ di soul sussurrato ai chitarroni.

Al rock funkettone – più ballonzolante e vicino a “Where’s My Utopia?” quello di “Tall Tales”, più abrasivo quello di “Fiction” – si accoda un’attenzione spasmodica all’introspezione, tramutata in tensione musicale: il crescendo tamburellante – caligine post-punk che concede insolite aperture ariose – di “Empty Pledges” e il suo affrontare un ritorno in patria da quasi estraneo, i tonfi secchi e il groove oscuro di una “Redeemer” che tenta di scardinare col grimaldello la religione.

Le distensioni slow rock della delicata “Janey Said” mettono a riposo le asce dopo le arroventate “Cherophobe Rock” – Viagra Boys in cuffia e Henrik Höckert a insegnargli come distorcere i bassi al punto di farli friggere – e “Thrill of The Chase”, col suo furente rap-rock; la title-track, invece, fa da checkpoint salvifico tra le angosce e gli arrovellamenti, con quelle tastiere gingillanti e quegli ancheggiamenti new wave che ci catapultano tra Pulp, Talking Heads e LCD Soundsystem.

Mettersi perennemente in discussione non è sinonimo di debolezza, né tantomeno un limite: Smith e gli Yard Act più fanno passi in avanti, più si denudano psicologicamente, fornendo l’interpretazione più schietta di un’isola felice – la musica – su cui fuggire per prendere respiro dal logorio odierno.

Meno variegato e colorato del predecessore, più stratificato e fluido di “The Overload”, “You’re Gonna Need A Little Music” completa e mette la ceralacca a un trittico di album difficilmente replicabile.

Tracklist

01. Empty Pledges
02. New Beginnings
03. Tall Tales
04. Fiction
05. You’re Gonna Need A Little Music
06. Cherophobe Rock
07. Thrill Of The Chase
08. Janey Said
09. Redeemer
10. Talky Talky People
11. Over The Barrel