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L’osservazione che centra di più il punto su questa giornata arriva da un ragazzo di quindici anni. Alla domanda di rito “perché sei qui oggi?”, risponde prontamente: “Perché i Cure sono un gruppo fondamentale. Hanno influenzato tantissime persone, tantissime altre band”.
Nel corso delle ore lo si capirà da diverse cose. Per adesso, dal fatto che gli altri presenti, nel pit dell’Ippodromo del Visarno – giunti alla venue fiorentina già nel primo pomeriggio, in barba al caldo e al sole che picchia senza ombra né pietà – rispondono a quella domanda coi racconti più disparati. Per alcuni questo è il primo live dei The Cure, per altri è l’ennesimo di una lunga serie; c’è chi ama “Disintegration”, chi “Pornography”, chi tutti gli album tranne quello omonimo; ci sono una millennial che aspettava questo momento da metà della sua vita e una signora che ha conosciuto Robert Smith et al a Londra, negli anni ’80, in un viaggio tra amici della scena dark. In giro per l’ippodromo si avvistano tanti ragazzi in pantaloni di pelle, corsetti e trucco goth, quanti spettatori di ogni età con magliette di band, tra cui spiccano per numero quelle dei Fontaines D.C. — perlopiù dal tour di “Skinty Fia” di qualche anno fa, a quanto pare.

Nemmeno il tempo di stupirsene che sono gli ex-opener di quello stesso tour, nonché connazionali di Grian Chatten e soci, ad aprire le danze. Giovani protagonisti della nuova scena irlandese, i Just Mustard sono ormai una garanzia per i Cure, che prima di portarseli in giro per l’Europa in queste date estive li avevano scelti per il tour sudamericano del 2023. Da lì è nata l’ispirazione per il terzo LP “We Were Just Here”, ma tutta la discografia dimostra che, se l’Irlanda ha mai prodotto della brutta musica, sicuramente non è su questo palco. Un po’ shoegaze, un po’ noise, un po’ un esperimento spettrale e fuori dagli schemi, il tutto, riproposto fedelmente in questo assaggio dal vivo, ricorda tra gli altri le distorsioni dei My Bloody Valentine e le atmosfere dei Portishead (sebbene la voce della frontwoman Katie Ball sia più eterea e sottile di quella di Beth Gibbons). A questo punto bisogna solo augurare loro di conquistare nuovi fan italiani — gli applausi scroscianti nel pit sono già un ottimo segnale.

È interessante come gli opening act successivi siano strettamente legati, oltre che dall’appartenenza territoriale (un’area specifica della Scozia), anche dal percorso artistico. Sui Mogwai, se si è appassionati di post-rock, non servono presentazioni: la band di Glasgow era attesissima da una grande fetta di spettatori, ai quale offre una buona selezione dalla propria trentennale carriera. Sul palco i quattro emanano tutta l’auctoritas da alfieri del loro genere (il post-rock, certo, ma anche la scena di Glasgow), che nel tempo si è estesa a progetti vari, dalle colonne sonore a un’etichetta indipendente, la Rock Action. Etichetta che produce proprio i The Twilight Sad (non di Glasgow, ma di Kilsyth — con gli scozzesi è sempre meglio specificare), sul palco prima dei Mogwai, così come per i tantissimi altri concerti in cui hanno suonato assieme. Certo, ci sono radicali differenze sul piano sonoro: prima ascoltiamo del post-punk misto a indie e incentrato su un vocalist, il carismatico e caotico James Graham, poi del post-rock dalle sfumature space, in cui i messaggi non verbali la fanno da padrone (sia per la musica, quasi del tutto strumentale, sia per la bandiera palestinese e quella transgender silenziosamente appese agli amplificatori). Eppure alla base ci sono sempre un amore per le melodie, una raffinatezza compositiva e un pathos malinconico che arrivano dritti con o senza parole. Tratti, questi, che caratterizzano i Cure in primis, e del resto da molti anni, tra la band di Robert Smith e i due gruppi scozzesi, si è instaurata una forte stima reciproca, concretizzata dai live e da una lunga lista di collaborazioni su disco.

Alle ventuno e trenta giunge infine il gran momento. Bastano due accorgimenti – il solito amp con la scritta “Bad Wolf”, in omaggio alla storica serie di fantascienza “Doctor Who”, e dei semplici visual attinenti allo spazio e alla natura – per riprodurre sul piano visivo il viaggio alieno ed esistenzialista in cui stiamo per immergerci. Nella lunga intro di “Alone”, Robert Smith percorre il palco del Firenze Rocks da un angolo all’altro, sorridendo agli spettatori in estasi, in un momento che sa di rito spirituale; poi si comincia, e per due ore e mezza non ci si ferma più.

È molto facile definire i Cure come “la band di Robert Smith” (lo si è già fatto più volte in questo articolo), essendo lui l’unico membro fisso della formazione sin dalle origini, ma questa espressione, in effetti, rende poca giustizia al contributo magistrale di Simon Gallup, le cui mitiche linee di basso, dal vivo, sono ancora più vorticose e propense a colpire nell’animo. Chi scrive sta per chiedersi come si faccia, ascoltandolo, a non avere voglia di prendere immediatamente un basso e imparare a suonarlo come lui, quando parte “Just Like Heaven” – il cui unico difetto è che non dura almeno dieci ore – e le tastiere di Roger O’Donnell si prendono immediatamente la scena. A sorreggere ulteriormente questo incredibile comparto sonoro gli irreprensibili Reeves Gabrels e Jason Cooper, cui si è recentemente aggiunto Eden Gallup, figlio di Simon, in sostituzione del compianto Perry Bamonte.
Eppure, per buona parte del live, è difficile distogliere gli occhi dal frontman. Sarà perché Robert Smith è iconico davvero, con quel look, passato alla storia della pop culture come “goth”, che indossa identico da decenni, nonostante non si riconosca nella definizione. O magari sarà perché è lui il fulcro poetico della band, colui che detta legge sulla direzione creativa, sulla gamma di narrazioni ed atmosfere che attraversano la lunga storia dei The Cure di capitolo in capitolo, qui riassunte in una scaletta piacevolmente curata ed eterogenea. Non è scontato dare coerenza a una discografia che spazia da brani lunghi e inquietanti a radiofoniche canzoni d’amore; e tuttavia nei Cure tutto sembra nitidamente legato da un filo conduttore, quella viscerale melancolia che Smith sa interpretare in maniera inconfondibile, con un trasporto che ti sconvolge e non ti lascia più.

Il pubblico, infatti, canta e apprezza tutto, specialmente le chicche inaspettate (ad esempio l’esordio in scaletta di “A Fragile Thing”, che si aggiunge ai due pezzi dell’ottimo “Songs of a Lost World”). Certo, ci sono sempre gli occasionali spettatori intenti a farsi riprendere per un ritornello e poi uscire dal settore vip, ma la quasi unanimità degli spettatori è entusiasta tanto dei grandi successi quanto dei brani più di nicchia, a prescindere dall’età. Anni fa Smith disse che interpretare sé stesso in un cartone satirico in cui il suo personaggio sconfigge un robottone con le sembianze di Barbara Streisand (e se non avete mai visto questo episodio di “South Park”, urge rimediare) era stata l’unica cosa grazie alla quale i suoi nipoti l’avevano finalmente riconosciuto come lo zio cool, quello figo e al passo coi tempi. Sarebbe curioso sapere se oggi ha cambiato idea; se pensa che ci sia stato un altro evento mediatico che l’ha consacrato agli occhi delle nuove generazioni. Magari è successo poco tempo fa, quando il videoclip di “Just Like Heaven” è stato inondato di commenti che chiedevano “Chi è qui per Olivia?”, raccontando di aver saputo grazie alla popstar dell’esistenza di quella canzone? Chissà. Nel frattempo il concerto è finito, i 40mila spettatori stanno formando un’unica coda verso l’uscita, e nell’attesa a chi scrive torna in mente un ricordo.
Qualcuno, dentro una mostra che si chiama come una delle più struggenti canzoni dei The Cure, definisce la loro musica “il disorientamento esistenziale che diventa istruzioni per l’uso”. Forse il punto è proprio quello struggimento così umano, quella tendenza dolceamara a desiderare ciò che non tornerà più, a volere un amore così grande e così pervasivo da annullarci (o meglio, disintegrarci). È un malessere disorientante, se non sappiamo come esprimerlo; ma una volta che le parole le abbiamo, e che diventano di tutti, allora è anche più facile sentirsi meno soli. I The Cure hanno saputo dare forma a un sentimento universale, che trascende le generazioni — i fan della prima ora, le band che in questi quarant’anni hanno pensato “voglio farlo anche io”, fino all’adolescente di quindici anni che aspetta in transenna. E se non è cool questo, cos’altro lo è?
Setlist:
JUST MUSTARD
Seven
Endless Deathless
Silver
Pollyanna
Deaf
Frank
Dandelion
We Were Just Here
Still
Seed
THE TWILIGHT SAD
DEAD FLOWERS
Designed to Lose
VTr
ATTEMPT AT A CRASH LANDING – THEME
Last January
There’s a Girl in the Corner
Waiting for the Phone Call
MOGWAI
Yes! I Am a Long Way From Home
Hi Chaos
Friend of the Night
New Paths to Helicon, Pt. 1
How to Be a Werewolf
Take Me Somewhere Nice
Ritchie Sacramento
God Gets You Back
Mogwai Fear Satan
Auto Rock
Fanzine Made of Flesh
Remurdered
We’re No Here
Lion Rumpus
THE CURE
Alone
Pictures of You
High
A Night Like This
Lovesong
Secrets
Just Like Heaven
Treasure
Want
A Fragile Thing
Burn
Fascination Street
alt.end
Push
In Between Days
Play for Today
A Forest
Trust
From the Edge of the Deep Green Sea
Endsong
Lullaby
The Walk
Let’s Go to Bed
Mint Car
Friday I’m in Love
The Lovecats
Close to Me
Why Can’t I Be You?
Boys Don’t Cry





