Se vincere l’impotenza che proviamo davanti a quello che succede nel mondo non è possibile, “Aurora Popolare” ci ricorda che non sappiamo cosa può succedere domani, che il giorno successivo può sempre stupirci. I Ministri tornano con un nuovo album profondo ed emozionato che ci mette a confronto con questioni che intercettano le nostre vite su tanti livelli: dal personale al collettivo.
In tutto questo, la musica può essere ancora uno spazio di confronto e di attivismo.
Ciao ragazzi, è davvero un piacere avervi di nuovo sulle nostre pagine. Innanzitutto congratulazioni per il vostro nuovo disco, “Aurora Popolare”! Come state? Come stanno andando queste giornate?
Federico: Un po’ incasinate, ma sono state più incasinate qualche giorno fa. Venerdì, insieme all’album, è uscito anche il video di “Piangere al Lavoro”, a cui teniamo molto. Siamo sempre molto coinvolti nella produzione dei videoclip sia a livello di idea, di creatività, sia facendo poi i runner stessi della produzione, dato che non abbiamo degli incredibili budget per fare i video. Abbiamo spesso dei registi bravissimi che si mettono a disposizione, ma poi in produzione siamo noi ad essere a loro completa disposizione.
Divi: Però è così da sempre, e questo forse ci ha abituati sin dalla prima ora a gestire tanti aspetti del nostro far musica e del delegare relativamente poche cose.
Federico: Ecco, quindi lo sbattimento poi è non riuscire a delegare più a niente a nessuno, quindi dobbiamo sempre curare tutto noi!
Veniamo al nuovo album. “Aurora Popolare” è un’analisi veramente lucida, ma anche molto emotiva ed emozionata della nostra interiorità in relazione al mondo in cui stiamo vivendo. Affrontate tematiche che intercettano tantissimi livelli delle nostre vite, dall’individuale al collettivo. Penso alla già citata “Piangere al lavoro”, ad esempio, ma è un po’ il filo conduttore di tutto questo disco. Avete approfondito tematiche forti che portano anche a scavare tanto dentro se stessi in un momento in cui l’individuo fa fatica a trovare un modo per intervenire e cambiare le cose, da cui un senso di impotenza. Quindi, quanto vi ha fatto male o bene scrivere questo disco?
Federico: Sicuramente sì, è stato un po’ terapeutico, come è sempre la scrittura per noi. Dici bene quando dici che è un disco molto emozionato. Emozionante, speriamo, lo lasciamo dire agli ascoltatori, però è sicuramente un disco molto emozionato e ti posso dire che è anche un disco che sto riascoltando molto, che è una cosa che non succede sempre. Ci sono due o tre brani che, è buffo, ma emozionano anche me. È come se stessi rileggendo una lettera che hai scritto per qualcuno e ti emozioni tu. Sicuramente, questo tratto che hai citato alla fine dell’impotenza è uno dei grandi punti dell’oggi, cioè avere l’impressione di non poter cambiare niente né nel piccolo né nel grande. Siamo arrivati a un momento in cui ci sono dei poteri enormi, più grandi di tutti noi individui, più grandi degli stati, più grandi del diritto internazionale, più grandi di tutto e non si sa che cosa ci possa essere al di sopra per arginarli. Quindi, se neanche gli stati riescono ad arginare delle cose, figurati come si sente l’individuo.
Michele: Questo che di cui parla Fede è un concetto di disillusione molto forte, molto presente nel disco, ma anche solo l’immaginario evocato dalla copertina con un sole che sorge e il titolo “Aurora Popolare” cerca di dare un po’ di consapevolezza, una nota positiva. I giorni finiscono e rinascono, e in questa rinascita potrebbe esserci sempre qualcosa che ci stupisce perché, l’umanità può stupirsi anche il giorno dopo.
Divi: Sono assolutamente d’accordo sul fatto che sia un disco molto sentito da parte nostra e che c’è anche una buona componente di terapia anche per noi, soprattutto in questo contesto che è veramente nero e oscuro, non è facile, soprattutto se hai anche come interlocutori ragazzi più giovani che comunque vanno in qualche modo incentivati, va garantito loro uno spazio di sogno e di speranza. Quindi è difficile avere un ruolo di pars construens così forte. E devo dire che oggi che abbiamo visto la fine di tutta questa genesi e la stiamo per raccontare, siamo ufficialmente risolti da questo punto di vista e riempiti.
Partendo proprio da questo senso di speranza, dal modo in cui si stia sdoganando il discorso sul lavoro e sul sistema in cui viviamo e anche alla luce della mobilitazione che sta avvenendo in queste ultimissime settimane per Gaza, secondo voi sta effettivamente cambiando qualcosa in questo senso? C’è più consapevolezza? Possiamo parlare di un risveglio collettivo da questo punto di vista?
Federico: Io penso che semplicemente, al di là di alcuni temi che ancora tengono attaccate in Italia compagini – chiamiamole semplificando – di sinistra e che su questi temi si stanno ritrovando adesso, la vera sfida prossima è che invece si ritrovi la gente in quanto gente, soprattutto sulle questioni che stanno succedendo a Gaza adesso. Dovrebbero essere al di sopra di qualsiasi bandiera o sistema economico di riferimento. Quello che è certo è che è tramontata, o che in qualche modo non ha più senso, quell’era durata una decina d’anni del populismo. Spero che tutta una serie di masse che ha votato per dei personaggi che sono dei banalissimi loschi figuri che a Gaza ci vedono un investimento immobiliare e che credevano invece di votare qualcuno che avrebbe fatto debunking e avrebbe scoperto in realtà i grandi complotti del mondo, si sentano quantomeno sconfitti e fregati oggi per ritornare in un mondo dove invece la fazione è da una parte la gente senza bandiera, e dall’altra parte una banda di farabutti e di criminali in alto.
Michele: Io credo che sia davvero tanto importante che questo cambiamento ci possa essere, la gente ci sta provando. C’è stato un momento in cui anche solo provarci poteva sembrare difficile. Quindi in questo senso io sono positivo: la consapevolezza di se stessi garantisce anche questo movimento verso il provare a cambiare le cose, perché pensare che le cose siano immobili è veramente molto peggio.
Divi: Aggiungo che un problema che riscontro e che mi fa purtroppo essere più negativo rispetto a certe cose, è che purtroppo anche le nuove generazioni si stanno abituando all’impossibilità di risolvere il problema. La nostra generazione sentiva che il proprio attivismo poteva realmente smuovere qualche cosa e fare qualche cosa. Mi sembra si percepisca una distanza dalla soluzione del problema. Anche se mostriamo il dissenso e lo facciamo sentire, sappiamo che partiamo già sconfitti, perché è tutto troppo grande, tutto troppo lontano e quindi le nostre battaglie diventano sempre più sterili. Ecco, io vorrei che forse migliorasse più la consapevolezza che invece questa distanza non c’è, ce l’hanno fatta credere,è tutto molto più vicino a noi di quanto in realtà ce lo fanno passare.
Federico: Questo che ha appena detto Divi è sempre stato un nostro principio. Ci siamo sempre esposti, cercando di essere concreti anche sulla questione Gaza con un concerto l’anno scorso al Magnolia. Bisogna cercare di applicare il cosiddetto Think Global Act Local, che ha molto senso: agisci partendo dal tuo territorio, da dove sei. Questo implica fare uno sforzo, perché l’attivismo, chiamiamolo così, ha senso se stai facendo fatica. Fare tutte le stories che vuoi sui social non richiede fatica. Di questo parlavamo già in “La pista anarchica”, un pezzo del 2013, in cui si parlava già del fatto che l’attivismo digitale, per quanto possa essere condivisibile, sano, naturale, fosse una reazione giustificabilissima. Ma se non richiede fatica, non è attivismo per quanto mi riguarda.

Come mi state dicendo, la politica è sempre stata profondamente intrinseca nella vostra musica. Già nel 2009 parlavate di “Tempi Bui”, sono passati circa 15 anni. Vi sentite che in qualche modo sia cambiato in questi anni il vostro modo di approcciare il tema?
Federico: Mi ricordo bene quel momento, abbiamo cercato di continuare a portare avanti le nostre idee senza però affidarci troppo allo slogan. Cerchiamo di fotografare la realtà come complicata, non semplificandola troppo. A volte negli slogan si semplifica gioco forza, perché se no si perde qualcosa e rischiamo di essere fraintesi. Nel nostro piccolissimo, il nostro fraintendimento, per così dire, era stato ai tempi con “Bevo”, mi ricordo bene, che era semplicemente un pezzo che analizzava la questione dell’alcol in Italia, ma che poi diventò un po’ un inno goliardico.
Divi: Abbiamo avuto degli strani sold out in Veneto, soprattutto (ride). Queste cose non sono colpa, tra virgolette, della gente, no? Le parole sono dei significanti che possono avere conseguenze inaspettate, bisognerebbe cercare di calcolarle un po’ di più. Mi ricordo che era capitato a suo tempo anche a Caparezza che “Fuori dal tunnel”, che era diventata una canzone poi con l’effetto opposto, e quindi lo stesso Capa non la suonava più in concerto proprio perché non gli piaceva come fosse stata recepita dal pubblico.
Federico: Poi noi ci reputiamo una band che fa politica tra virgolette. Ci sentiamo semplicemente una band che da sempre ha scelto, probabilmente anche per il retaggio che abbiamo e il contesto in cui siamo cresciuti musicalmente muovendo i nostri primi passi da Ministri, di porsi delle domande e offrire degli strumenti per decifrare una realtà che – e qui ci si ricollega un po’ a che cosa è successo in questi 15 anni – è diventata sempre più ipocrita. Credo anche che però ci stia riuscendo molto bene, perché la musica, essendo libera per definizione, ha come missione quella di prendersi carico di certi messaggi e di trasmetterli a più orecchie possibili, ma anche questo aspetto si è un po’ addormentato. Noi siamo cresciuti in un contesto in cui gli artisti erano veramente dei cani sciolti, erano dei ribelli, dei drogati, ma erano veri. Erano persone che dicevano tutto quello che pensavano e pensavano giusto. Oggi invece vediamo degli artisti giustissimi, tutti quanti nella loro formina compiacente delle discografiche, che fanno gli spettacoli che gli dicono di fare. Le scelte alternative e anche un po’ estreme non succedono mai. Credo che soprattutto le nuove generazioni che fanno musica dovrebbero, anziché etichettare noi come dei dinosauri del passato che fanno musica politica, pensare a cominciare a farla per davvero, perché fanno veramente musica debole oggi.
Venendo all’aspetto prettamente musicale, come vi siete approcciati alla produzione?
Michele: Abbiamo concepito il tutto cercando di rendere semplici delle cose un po’ complesse, anche dal punto di vista dell’arrangiamento. Nel disco si sente che siamo noi tre: chitarra, basso batteria, e ha senso che sia così. Poi, ci sono pochissimi abbellimenti esterni. La base è stata pensata musicalmente insieme al testo e alle melodie, in modo tale che arrivasse semplice. Questo forse è un twist rispetto al passato, quando a volte magari non riuscivamo a far girare delle cose come volevamo e mettevamo, non so, degli strumenti in più, per dare al pezzo un sapore diverso.
Federico: Sì, è vero, ma perché semplicemente se nella preproduzione di una canzone risolvi delle questioni subito, dopo puoi andare via dritto come siamo andati in questo cas, mentre se non le risolvi, ti trovi più avanti nella lavorazione a dover coprire dei buchi, risolvere dei problemi. La produzione artistica è nostra come praticamente da sempre e il nostro braccio armato è Ivan Antonio Rossi, con cui abbiamo cominciato a lavorare da “Cronaca nera e musica leggera” e con cui ci troviamo molto bene. Siamo andati a registrare in un bellissimo studio in Toscana, registrando i dischi un po’ come si registravano una volta, ecco, semplicemente.
Divi: C’è stata un po’ la filosofia nel rock del “suonare male da Dio”. Ecco, quella cosa purtroppo è una di quelle che ci piaceva tanto fare, e invece no, abbiamo deciso un po’ anche noi di omologarci al presente, e quindi di far suonare bene i dischi.
Grazie mille ragazzi, è stato un piacere. Vi va di lasciare un messaggio ai nostri lettori?
Federico: Dato che c’è ancora uno spazio per il rock, insomma, se non andate su SpazioRock, che ha comprato addirittura il dominio su questa cosa, dove altro dovreste andare?
Divi: Leggete SpazioRock e ascoltate “Aurora Popolare”!
I Ministri torneranno in tour a partire da fine ottobre:
24 Ottobre – New Age – Roncade (Tv)
25 Ottobre – Viper – Firenze
4 Novembre – Alcatraz – Milano
6 Novembre – Hiroshima – Torino
7 Novembre – Hiroshima – Torino – SOLD OUT
15 Novembre – Estragon – Bologna
21 Novembre – Hacienda – Roma
22 Novembre – Eremo – Molfetta (Ba)
I biglietti sono giá disponibili a questo link: https://www.locusta.net/ministritour2025





