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Intervista – Wardruna (Einar Selvik)

Lo scorso 10 giugno il collettivo prog folk norvegese Wardruna ha pubblicato “Kvitravn: First Flight Of The White Raven”, un doppio album comprensivo dell’ultimo omonimo lavoro in studio e della registrazione della performance live nel 2021. Per l’occasione abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con il mastermind del progetto, Einar Selvik, che ci ha raccontato il legame indissolubile con cultura norrena, nonché la sua collaborazione nelle colonne sonore di “Vikings” e “Assassin’s Creed: Valhalla” ed il ritorno sui palchi dopo la pandemia.

Ciao Einar! Benvenuto su SpazioRock.it. Innanzitutto come stai? Come stanno andando le cose ultimamente?

Ciao! Il piacere è mio. Sto bene, un po’ stanco perchè è cominciato il tour. Per me, così come immagino per molte altre persone su questo pianeta, sono stati anni strani e impegnativi, ma le cose stanno andando davvero bene in questi giorni.

Sei appunto nel bel mezzo di un tour europeo che diventerà mondiale, fino al 2023 incluso, senza sosta. Come stai rivivendo l’ondata di energia del pubblico e le emozioni dei live?

Ovviamente è fantastico entrare di nuovo in contatto con il nostro pubblico, ed è una cosa difficile da replicare in altro modo (ride, NdR), è una sensazione unica. La risposta finora è stata molto travolgente. Soprattutto provo gratitudine verso i nostri fan e le persone che vengono ai nostri spettacoli. Sembra che anche a loro siamo mancati, quindi è una cosa reciproca, suppongo.

Iniziamo con le domande sulla vostra nuova pubblicazione, “Kvitravn – First Flight of the White Raven”, che consiste di 2 CD contenenti l’album originale “Kvitravn” e la registrazione dell’ esibizione dal vivo che avete fatto durante il lockdown, entrambi del 2021. Come vi aspettate che sia l’accoglienza dei vostri fan, la loro reazione?

L’esibizione dal vivo, specialmente nel formato video, è qualcosa che i nostri fan ci chiedono da molti anni, quindi la mia impressione è che questo sarà un prodotto molto apprezzato dalle persone. E, naturalmente, essendo una registrazione dal vivo in studio, è una cosa un po’ diversa, nel bene e nel male. Sai, non puoi replicare un concerto normale quando non c’è pubblico, motivo per cui volevamo che fosse un po’ diverso. Volevamo che fosse una registrazione dal vivo in studio in cui hai diverse opportunità e possibilità in termini di come lo fai nella pratica, gli effetti che utilizzi, come viene girato, l’intero ambiente. Quindi volevamo che fosse qualcosa di un po’ diverso che potesse reggersi su due piedi in quel determinato formato. Inoltre è una fotografia del nostro essere nella stessa stanza fondamentalmente, all’epoca per la prima volta dopo un anno, il che ci ha anche dato un’unione o un’energia speciali, almeno per noi. E penso che ciò venga trasmesso anche nella registrazione. C’era molta energia, anche se il pubblico non era presente.

Parlando di quella specifica esibizione dal vivo, che tipo di sentimenti contrastanti riesci a rievocare, con la consapevolezza dell’assenza del pubblico?

Quando fai una performance, è molto importante diventare tutt’uno con la musica, con il tuo ambiente e le persone che sono lì, indipendentemente dal fatto che lì ci sia o meno il pubblico, che tu sia o meno in studio, in un castello o in una foresta. Si tratta di rivendicare la proprietà di quello spazio e diventare un tutt’uno con esso. E quella sfida ovviamente è la stessa, sia che si tratti di dieci persone nella stanza o di diecimila. Forse è un po’ più impegnativo quando non c’è un pubblico per poter raggiungere quello stato. Quello che ricordo è che in realtà non è stato così difficile perché, come ho detto, c’era molta frenesia nella stanza, non ci vedevamo da così tanto tempo e abbiamo suonato queste canzoni. Ciò che ricordo più vivamente è che mi sembrava che non ci vedessimo dal giorno prima. Ovviamente l’obiettivo di diventare un tutt’uno in un certo senso lo hai sempre in mente quando sei sul palco, ma credo che sia stato più evidente e importante in quell’occasione.

E in quel momento avete deciso di registrarla con l’idea di inserirla in un album dal vivo più avanti, oppure no?

Non in quel momento. Questo è stato deciso solo dopo, fino a quando non abbiamo visto che è diventato qualcosa che avrebbe potuto effettivamente reggersi con le proprie gambe come release, sia nel formato video che audio. Quindi questa decisione è arrivata dopo, anche perché molte persone ci hanno scritto e commentato che volevano vederla, ascoltarla e viverla di nuovo. Come ho detto prima, è stata una sorta di richiesta da parte del nostro pubblico che ha aspettato per tanto tempo. Ed è anche una buona opportunità per raccogliere molte canzoni da diversi album e così via in una storia, che è fondamentalmente quello che facciamo in un concerto dal vivo: raccontare una storia, o fare un viaggio. Quindi ci è sembrato il momento giusto per fissarlo su un prodotto fisico, ci è sembrata la cosa giusta da fare. Inoltre siamo una band che normalmente non fa molti concerti dal vivo ogni anno, quindi per le persone che non possono recarsi ai nostri concerti c’è un altro modo di vivere queste canzoni, in un formato live di buona qualità.

Il vostro ultimo full length è uscito a gennaio dello scorso anno, quando la pandemia era in uno dei suoi momenti peggiori. Voglio concentrarmi su cose positive come questo lavoro in studio. Quali sono le cose della vita su cui la pandemia ti ha consentito di concentrarti di più e di avere il tempo per riflettere e agire?

In realtà, il periodo in cui l’album sarebbe dovuto uscire era proprio all’inizio della pandemia nel 2020; poi abbiamo scelto di spostarlo, e allo stesso tempo siamo stati molto contenti di aver deciso di essere presenti in quel periodo. Molte persone sono rimaste in silenzio in quel periodo, ma abbiamo deciso di esser davvero là fuori e pubblicare nuova musica, anche se non potevamo supportarla con concerti e cose del genere, il che è molto importante quando si pubblica un album. Ma penso che sia stata anche una cosa molto positiva per il nostro pubblico, penso che molte persone abbiano apprezzato la nostra presenza in quel periodo, la pubblicazione di materiale e l’essere attivi, quindi ne sono molto felice. Penso che per me, così come per altre persone, sia stato anche un momento per riflettere e dedicare tempo ad altre cose. Gli anni prima che la pandemia sono stati per me personalmente molto frenetici: scrivere un album, andare in tour, anche facendo musica per “Assassin’s Creed: Valhalla”; cosa che ho fatto anche per molto tempo durante la pandemia, quindi per molto tempo non ho notato alcuna differenza. Era meno viaggiare e più lavorare in studio. Ma anche dopo è stato bello prendersi una piccola pausa creativa, riposando anche quella parte di sé, che è molto importante per non esagerare.

Hai detto che con “Kvitravn” hai raggiunto l’obiettivo finale e la motivazione che ha guidato la tua band sin dall’inizio: rielaborando vecchi pensieri della cultura norrena per creare qualcosa di nuovo. In quale modo specifico hai agito questa volta per realizzare quest’album, musicalmente parlando?

In un certo senso segue lo stesso schema creativo dei precedenti album della trilogia, in particolare sono ancora i temi su cui lavoro a definire le esigenze, quali strumenti uso, dove registro, quando registro, quale stato intendo quando registro. Sono tutti definiti da ciò che sto effettivamente cercando di dire, il soggetto con cui sto lavorando. E questo è lo stesso con “Kvitravn”: immagino che anche tematicamente sia incluso nello stesso mondo, ma direi che va più in dettaglio; forse riguarda maggiormente l’aspetto umano delle cose e va più in profondità. Argomenti diversi che sono più legati a noi umani e alle nostre relazioni, sia con noi stessi che con il nostro ambiente. Quindi questo è ciò che volevo esplorare di più in questo album, ma concettualmente direi che tutto ciò è molto simile al lavoro della trilogia.

Nei tanti anni della tua carriera, quando riesci a capire di aver raggiunto un risultato che funziona per te ed è fedele alla cultura a cui appartieni? E quando non riesci, fai un passo indietro e prendi un altro percorso, o continui e vedi cosa succede trasformandolo?

Sono potenzialmente diverso domani da quello che sono oggi: tutto evolve e anche noi umani potenzialmente evolviamo sempre e impariamo e cresciamo, e questo ovviamente succede anche all’arte che produciamo. Ma certe cose non cambieranno mai, sono ancora esattamente le stesse di quando ho iniziato 20 anni fa, ovvero le regole fondamentali di come vengono create le canzoni e così via. E ovviamente la cosa più importante, per un artista, è che deve essere qualcosa di genuino. Devi davvero avere qualcosa che vuoi dire e, se quella genuinità scomparisse o non avessi più cose che voglio dire, probabilmente mi fermerei. Deve essere reale, deve essere vero, deve provenire da qualche parte della realtà, dal cuore se vuoi raggiungere il cuore di qualcun altro. È così che lavoro almeno, quindi se ciò non accadrà più, probabilmente farò qualcos’altro, dove posso ricavare un certo nutrimento.

Voglio passare ora alla tua collaborazione nella composizione della colonna sonora di “Assassin’s Creed: Valhalla”, e prima di quella della serie “Vikings”. Queste sono le ragioni che hanno reso alcune persone dei veri fan della vostra band. Che ruolo hanno avuto queste opportunità personalmente e nella tua carriera, dal tuo punto di vista?

Penso che sia piuttosto semplice in termini di consentire a più persone di ascoltare la nostra musica. Ma avere le tue canzoni in TV non ti dà successo di per sé, avere la tua musica nei programmi TV non ti dà automaticamente più fan: succederà solo se a loro piacerà davvero quello che sentono. Quindi, avere la nostra musica così tanto rappresentata in uno show televisivo così popolare come “Vikings” ha reso più persone consapevoli di ciò. Fondamentalmente è stata esposta a più persone. E quella ovviamente è stata una delle tante parti importanti, direi, della crescita dei Wardruna. Ma penso che ci siano altre cose che sono altrettanto importanti, e la crescita del gruppo è stata abbastanza grande anche prima di “Vikings”, ma ovviamente ha avuto un effetto aggiuntivo sul fatto che più persone potessero ascoltarci. Sono molto selettivo nei progetti a cui voglio prendere parte. Mi è stato chiesto di fare diversi videogiochi e anche molte altre cose, però per me è importante che il progetto sia giusto in un certo modo, ed è quello che ho sentito anche con “Assassin’s Creed: Valhalla”. Il ruolo che le persone del team musicale del gioco mi avevano affidato era in qualche modo simile alle mie aspettative e ambizioni in merito, quindi è stato un progetto interessante di cui far parte. Devo dire entrambi.

A proposito, giochi di solito ai videogiochi e/o guardi serie TV oppure no?

Non ho molto tempo per giocare ai videogiochi; di tanto in tanto mi diverto e l’ho fatto quando avevo più tempo, quando ero più giovane, mentre crescevo, ma sì, di fatto non ho molto tempo giocare in questi giorni (ride, NdR). Però ovviamente mi piace guardare un buon film, serie e cose del genere, così come la maggior parte delle persone.

Stiamo volgendo verso la fine dell’intervista. Vorresti lasciare un messaggio finale ai vostri fan italiani e ai nostri lettori?

So che ci sono molte persone in Italia che aspettano da molto tempo la nostra visita, con le nostre canzoni, sul palco. È qualcosa che abbiamo cercato di realizzare per molto tempo, quindi sono molto entusiasta che stia finalmente accadendo. Non vedo l’ora di condividere la stessa stanza con i nostri fan in Italia!

Grazie mille per il tuo tempo, Einar! In bocca al lupo per tutto e ci vedremo qui in Italia, a Milano, il prossimo anno!

Il piacere è mio. Ci vediamo presto!

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