Per quanto ci riguarda stavamo solo facendo un altro album. Non avevamo idea dell’impatto che avrebbe avuto.”

Se da una parte fa quasi ridere leggere ora queste parole di Kirk Hammett, dall’altra rendono bene l’idea sull’attitudine che i Metallica hanno avuto fin dall’inizio della loro carriera e che ha contribuito, in modo primario, a renderli una delle più grandi band della storia della musica. E quale album può rimarcare questo concetto meglio di “Master Of Puppets”? Sembra scontato, nel 2026, ascoltare per l’ennesima volta questo disco leggendario e apprezzare gli squisiti equilibri tra violenza cieca e parti melodiche, il continuo passaggio tra sfuriate thrash e sezioni più cervellotiche, ma pensare che questi otto brani seminali siano stati scritti e suonati da quattro ragazzini poco più che ventenni nel 1986, lascia a bocca aperta ancora oggi.

I Metallica venivano dal buon successo di “Ride The Lightning”, ma quello che volevano fare con il terzo album era sorprendere, metterci qualcosa che li distaccasse dal “semplice” mix tra la velocità del punk e la pesantezza dell’heavy metal. A questo proposito, dopo aver preparato in versione praticamente definitiva quasi tutti i pezzi (inizialmente abbozzati da Hetfield e Ulrich in un garage), i quattro non si accontentarono degli studi di registrazione che avevano a disposizione negli Stati Uniti e volarono in Danimarca. Con i brani già scritti e arrangiati (secondo il produttore Flemming Rasmussen furono apportate pochissime modifiche ai pezzi in studio), la band si concentrò moltissimo sul sound dell’album e sulla vera e propria tecnica prima di iniziare effettivamente a registrare. Ulrich prese lezioni per prepararsi ad entrare in studio, Hammett lavorò con Joe Satriani, Hetfield diede particolare importanza allo sviluppo del sound delle chitarre – sempre tagliente, ma corposo come mai prima di allora – e Burton si impegnò nel suo approccio innovativo al basso, con risultati per i quali ancora oggi è considerato tra i migliori bassisti della storia della musica. Sono questi gli aspetti che mostrano chiaramente quando i Quattro Cavalieri stessero crescendo e maturando, affinando alla perfezione il proprio sound, senza rinunciare ai due ingredienti più significativi, ovvero il furore cieco e la voglia di rivalsa tipici di chi aveva passato l’adolescenza ad essere considerato un reietto.

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Il risultato finale lo conosciamo tutti. “Master Of Puppets” è universalmente riconosciuto come uno degli album più influenti di sempre e i motivi dietro a questo apprezzamento unanime, che continua imperterrito nonostante siano passati 40 anni, sono molteplici. L’esuberanza e la furia assassina che pervadono tutti i brani dell’album sono affiancati meravigliosamente ad una chiara volontà di mostrare qualcosa di nuovo, negli arrangiamenti, come nel sound e nei testi. Aspetti, questi, accennati in “Ride The Lightining”, che qui prendono il sopravvento: il minutaggio medio dei brani si alza e alcuni di essi diventano particolarmente intricati, non tanto nella velocità folle – che era già marchio di fabbrica dei Metallica – quanto nei continui passaggi sonori e nei cambi di ritmo. Brani lunghi e articolati quindi, che oltre ad essere la bibbia del thrash metal, in alcuni casi si configurano a loro modo come quello che potrebbe essere considerato un antenato del prog metal – ovviamente con i dovuti paragoni.

Questi aspetti vengono fuori maggiormente nella title track (probabilmente la canzone metal più iconica mai scritta), nella meravigliosa cavalcata di “Disposable Heroes” e soprattutto nella strumentale “Orion”, il capolavoro di Cliff Burton, un brano che mostra una band dalla versatilità, dalla fame e dall’inventiva semplicemente irraggiungibili. Ai pezzi più complicati sono affiancate una magnifica power ballad (“Welcome Home”) e le classiche sfuriate che avevano fatto la fortuna degli esordi (“Battery”, “Damage, Inc”). Dopo quattro decenni ci riesce ancora difficile spiegare come tutti questi elementi possano stare così meravigliosamente insieme, cuciti da un sound roccioso e, ancora una volta, da quella testardaggine e amore per l’arte che pochissime band sono riuscite a manifestare a tali livelli.

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Foto: Fin Costello/Redferns

A mettere il fiocco a “Master Of Puppets” è l’aspetto tematico, che, a partire dalla copertina iconica, mostra una certa maturità nel legare quasi tutte le tracce sui temi del controllo sugli uomini, manifestato sotto vari aspetti, come la dipendenza dalla droga, la religione, la guerra e le azioni criminali delle grandi aziende – aspetti che rimangono tremendamente attuali anche dopo quattro decenni.

L’album fu ovviamente un successo fin da subito e durante il tour successivo i Metallica scossero tutto il mondo e portarono ovunque il loro nome. Una dichiarazione di intenti che dopo quarant’anni non ha ancora perso la minima dose di vigore, anzi, rimane ancora modello e punto di riferimento per le generazioni che compiono i primi passi nel mondo del metal. Non parleremo del tragico epilogo di quel tour, ma preferiamo concentrarci sull’aneddoto per cui pare che, proprio in quel periodo, dopo aver autografato con gioia la maglietta di un ragazzino arrivato fino alla sua porta di casa, Burton abbia reagito male alla domanda “cosa si prova ad essere una rockstar?”, rispondendo urlando “non chiamarmi mai più in quel modo.” Quale modo migliore per illustrare l’indole ribelle, furiosa e pienamente votata all’arte, caratteristica propria dei Metallica e di “Master Of Puppets”?

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