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NUOVE USCITERECENSIONI

Blindead 23 – Deuterium

Dopo una carriera costellata da un pugno di lavori molto buoni, in particolare “Affliction XXIX II MXMVI” (2010), i Blindead si sciolsero nel 2022, uno sgretolarsi graduale causato dalla stanchezza per i tour in giro attraverso l’Europa, da difficoltà economiche e dallo scoppio della pandemia. L’immediato periodo a seguito del rilascio di “Niewiosna” (2019), il canto del cigno discografico della formazione polacca, segnò l’inizio dell’odissea esistenziale del fondatore Mateusz “Havoc” Śmierzchalski, per il quale il lockdown coincise con l’acutizzarsi di un disturbo bipolare così severo da condurlo sull’orlo del suicidio. Durante il percorso terapeutico e riabilitativo capace di rimetterne in sesto la vita, l’axeman di Gdynia trascorse ore e ore al telefono con l’ex sei corde di Tiamat e Katatonia Roger Öjersson, conversazioni di sostegno reciproco e altresì fruttifere a livello artistico, visto che proprio in quei decisivi frangenti nacque l’ispirazione per la genesi dei Blindead 23. La scelta di affiancare al moniker gli anni di attività della band madre dismessa rappresentava l’ovvio omaggio al passato e il desiderio di distaccarsi dal medesimo, un processo identitario strettamente connesso al collasso mentale del mastermind e alla sua successiva guarigione.

La formazione equivale pressoché a un supergruppo, malgrado il termine spesso implichi un progetto commerciale privo di anima – un’etichetta che certamente non si addice ai B23. Trattasi, in realtà, di un collettivo di veterani sopravvissuti alle radicali modificazioni dell’industria musicale, desiderosi di realizzare qualcosa di specifico e di significativo, qualcosa che riuscisse a unire, nel debutto sulla lunga distanza “Deuterium”, crudezza materica e profondità viscerale. Se Śmierzchalski resta l’architetto principale del disco, colui che disegna i riff sludge e le atmosfere stratificate alla base dei brani, la versatile estensione vocale del cavallo di ritorno Patryk Zwoliński, abile, di volta in volta, nell’intrecciare morbidi sussurri, emissioni baritonali e ruggiti hardcore, impregna l’insieme di un’enorme spinta emotiva. E laddove lo Stockholm gloom di Öjersson, stile chitarristico intriso di melodica malinconia, inocula discrete dosi di sensibilità gotica ai pezzi, la terza ascia Maciej Janas aggiunge a essi dissonanze d’avanguardia e sperimentazioni varie, arricchendo di prismatiche sfaccettature un LP a cui la compatta e avvolgente sezione ritmica composta del drummer Paweł Jaroszewicz e del bassista Vinicius Nunes fornisce la veste definitiva.

Da sottolineare poi la carica metaforica del titolo del full-length: il deuterio, isotopo dell’idrogeno stabile, non radioattivo e “pesante”, nel contesto del percorso di dolore e redenzione di Havoc simboleggia non soltanto la gravità del ciclo maniaco-depressivo e la conquista di uno stato di equilibrio, ma anche l’energia della creazione, pari all’immensa forza della fusione nucleare. L’homo artifex non soccombe, bensì alimenta, imbrigliando il silenzio del trauma, una reazione in grado di produrre un manufatto luminoso e potente. I lacerti death e black vengono quindi inclusi all’interno di in una liquida struttura post/progressive metal che mostra qualche richiamo ai Leprous e ai Neurosis, senza dimenticare le influenze cinematografiche dei Cult Of Luna, l’intensità ritualistica degli Amenra e sfumature industrial di matrice baltica. I colori e le trame delle canzoni fluttuano di continuo, passando dai colpi di scena elettronici di “Immersion I” e Immersion II” alla tranquillità Big Sur di “Wither”, dai fragori estremi speziati di parentesi eteree di “Worst Laid Plans” alla ferocia della title track, dalle sincopi psichedeliche della groovy “Towards The Dark” alle sinuose derive catartiche, con tanto di pianoforte finale di “You Are The Universe”, per un disco-affresco suggestivo e narrativamente coeso.

Impiegando freddi concetti fisici per esplorare l’agghiacciante debolezza della psiche umana, “Deuterium” è una spedizione tarkovskiana attraverso le macerie brutaliste del Sé, allo stesso tempo rischiosa e audace. Onore al merito.