“La musica e l’arte del suonare sono state sempre per noi una forma di gratificazione personale” [Gianluca Molé, Glacial Fear]
Coloro che masticano di critica musicale non possono ignorare l’importanza di Mariano Fontaine, figura attiva in molteplici ruoli sin dal principio dei gloriosi ’90: agitatore di storiche fanzine (Grief ‘zine, Fanzine Italiana, Crash Magazine), padrone della label Whishplash Productions e del negozio di dischi Crash Music Store, proprietà entrambe dismesse benché nodali per la capillare divulgazione del metallo tricolore, chitarrista dei cassinesi Housebreaking, co-artefice di romanzi e saggi insieme all’amico Cristiano Mastrangeli. Una fruttuosa collaborazione, quest’ultima, in grado di toccare l’apice con la diffusione, da parte della Tsunami Edizioni, di “Infernum Metallum – Storie e leggende del black metal in Italia” (2022), un’opera di grande successo dentro e fuori i circuiti underground. Poi la rottura pacifica del sodalizio, comunque non determinante per disseccare l’arguta penna di Fontaine, che in autonomia redige “Aborym – Cultura del chaos” (2024), minuziosa e trasversale ritratto di un moniker radicale e rivoluzionario, in poche parole unico.
Ma la fame di eversione e intransigenza sonora trasposta su inchiostro, evidentemente mai doma, ha spinto lo scrittore laziale a lanciarsi in una nuova avventura, fondando nel 2025 la Crash Edizioni, già accaparratasi dei diritti di stampa in lingua italiana per le biografie ufficiali di Mille Petrozza dei Kreator, Death, Obituary e del leggendario produttore Scott Burns. Un’audace sfida imprenditoriale battezzata ora dalla pubblicazione di “Abominium – Storia del Death Metal italiano [1986 – 1993] – Libro Primo”, resoconto sull’origine e la propagazione del genere dalle nostre latitudini, che proseguirà in una seconda parte prevista per il prossimo luglio, comprensiva dell’arco temporale dal 1994 al 2000. Con copertina e illustrazioni macabre di Francesco Vignola, in bianco e nero al pari della grafica e del logo del titolo principale a cura del singer dei Funeral Oration The Old Nick, un’estetica fanzinara atta a catapultare totalmente il lettore nell’era descritta, codesto tomo di 324 pagine si concentra sulle fasi primeve che portarono il death metal Belpaese, calandolo all’interno di un ambito nazionale privo delle infrastrutture necessarie a sostenerne l’espansione e l’affermazione.
Ancorché coinvolto dal punto di vista emotivo, considerata la conoscenza personale di molti degli eroi del racconto con i quali spesso condivide il medesimo background culturale, il buon Mariano si pone alla stregua di un osservatore rigoroso e oggettivo tanto nella cernita delle fonti quanto a livello analitico. In tal modo, l’autore riesce pienamente a rendere su carta l’urgenza espressiva che caratterizzava i numerosi act dello Stivale, dal settentrione al meridione passando per gli Appennini e il centro, smaniosi di esprimere disagio e dissenso nei confronti di un quadro socio-politico segnato dal degrado e dalla mancanza di aspettative future, a eccezione di casi di città traino dello sviluppo industriale e dunque fucine di opportunità come Bologna e Milano. Metropoli però cariche di altre e diverse tipologie di attriti, specialmente di matrice ideologica, mentre colpisce la vivacità delle aree provinciali, in particolare i territori abruzzesi, campani e pugliesi, ricchi di musicisti entusiasti quando si trattava di abbracciare gli strumenti (Cruentus, Excidium, Hidden Gate, Maleficarum, Undertakers) tentando, tramite essi, di rovesciare uno status quo locale intriso di enormi contraddizioni.

A problemi estremi, l’estremo rimedia e il death metal, spesso declinato con spirito finanche più aggressivo e rabbioso rispetto ai lavori che si producevano in USA e Scandinavia, si trasformò quindi nella migliore risposta alla frustrazione e alla voglia di riscatto degli adolescenti e dei giovani dell’epoca. Alla velocità della luce, iniziano così a germogliare sia formazioni che alla lunga e in virtù di un favorevole concorso di fattori ottennero un’ottima se non addirittura notevole visibilità (Aydra, Distruzione, Electrocution, Gory Blister, Novembre, Sadist) sia entità che, per difficoltà logistiche, scelte erronee, complicazioni economiche o pura sfortuna, non raggiunsero gli obiettivi prefissi, uscendo oggi dall’anonimia a cui sembravano condannate in via definitiva proprio grazie al libro (Angel Death, Baratro, Chthonian Nemeton, Crematorium, Penis Leech, Sepolcrum). L’organizzazione concettuale e cronologica del volume – preambolo salvifico-esegetico annesso – riprende quella di Infernum Metallum, malgrado le ovvie differenze: i gruppi vengono inclusi non nei cerchi danteschi, bensì in otto ossari, ciascuno corrispondente all’anno preso in esame, con la diretta voce dei protagonisti tesa a narrare, senza troppo cedere a nostalgie revisionistiche, di aneddoti singolari, di cronache di amicizie di ferro, di ingenuità e litigi, di ostacoli di qualsiasi tipo, di featuring curiosi e amenità varie. A ciò si aggiungono brevi interviste ad alcuni personaggi (Walter Garay, Enrico Giannone, Gianluca Molè, Mick Montaguti, Carmelo Orlando, Trevor) capaci di rivestire un ruolo essenziale in un paesaggio artistico che, a paragone dell’elitarismo e alle faide della “scena” nera, mostra forse una maggiore solidarietà reciproca, oltre a evidenziare una certa analogia riguardo a stile e contenuti, per non parlare della radice thrash comune a parecchi ensemble del settore. Al netto della sempre piacevole presenza di foto d’antan, flyer e cover dei platter, il testo viene completato dalle locandine dei concerti tenutisi in venue adesso scomparse e dalla lodevole citazione di piccole label sì defunte, eppure indispensabili alla materializzazione del sogno di un full-length o di una semplice demo: tracce antiquarie che riposano in un cimitero ancora avido di vita, note, scarichi di bus scalcagnati e del matto desiderio di suonare a prescindere da tutto e da tutti.
In “Abominium – Storia del Death Metal italiano [1986 – 1993] – Libro Primo”, Mariano Fontaine fornisce il viscerale spaccato di un periodo davvero pionieristico, approfondendo sinergicamente la progressiva diffusione del death e il contesto dell’Italia di allora, allo scopo di lasciare “una testimonianza tangibile di ciò che è stato, affinché nulla cada nell’oblio della memoria”.





