Di certo non occorre essere fini intenditori di prog rock per riconoscere al volo i nomi dei membri della famigliola Cavanagh: grazie alla loro ventennale produzione a marchio Anathema i fratelli di Liverpool sono oggi tra le individualità più rispettate, e imitate, del genere. C'è dunque una giustificata attenzione attorno a questi Leafblade, progetto del semisconosciuto Sean Jude che si avvale appunto della collaborazione di Daniel Cavanagh (che per l'occasione si porta dietro anche il fido Daniel Cardoso, qui in veste di batterista) per quanto riguarda chitarre, voci e produzione, ed esce -e ce lo si poteva aspettare- sotto l'egida della wilsoniana KScope.
"The Kiss Of Spirit And Flesh" è il secondo lavoro in studio della band, e si presenta come una raccolta di otto rilassanti e meditative ballate, costruite su ricercate chitarre acustiche dal gusto vagamente medievaleggiante/celtico su cui si dispiegano delicati intrecci vocali. A differenza del precedente "Beyond, Beyond", in cui la componente new age del lavoro era enfatizzata dall'aggiunzione di elementi tipicamente ambient (campionamenti di suoni dei boschi e delle creature che in essi abitano) qui, se si eccettuano le calmissime "Fuchsia" e "Beneath A Woodland Moon", intervengono risolute elettriche e una batteria discretamente presente a dare una solidità tutta nuova al comparto strumentale. Il tutto però assume ben presto le fattezze di un maldestro tentativo di ricreare le epiche, toccanti progressioni di un "Weather Systems", del tutto privo, però, di quell'indispensabile, sognante, commovente scintilla di vita che ha reso le ultime due uscite del progetto principale di Cavanagh degli inavvicinabili capolavori.
In mancanza d'essa, e lo mette in chiaro già la desolante opener "Bethlehem", il disco finisce per arrancare senza giungere quasi mai a qualcosa di concreto, in un campionario di arpeggi e arrangiamenti prolissi, annacquati, tanto privi di mordente da sembrare quasi suonati con svogliatezza. Eppure, tra l'ottima parte centrale di "The Hollow Hills", la conclusiva "Portrait" o il più classico pezzo rock "Sunset Hypnos" sono sparse alcune intuizioni decisamente piacevoli; il vero problema è che la loro episodicità, in mezzo a una scoraggiante, diffusa monotonia, rende difficile dedicar loro, almeno a un primo ascolto, l'attenzione necessaria per poterle apprezzare. A volerla dire tutta, in realtà, è già una discreta sfida riuscire a rimanere svegli.
Tracklist
01. Bethlehem
02. The Hollow Hills
03. Sunset Hypnos
04. Fuchsia
05. Oak Machine
06. Thirteen
07. Beneath A Woodland Moon
08. Portrait

















