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Linkin Park – From Zero

New York, 16 settembre. I Linkin Park sono sul palco del Barclays Center per la seconda data dal loro ritorno e stanno suonando “A Place For My Head”. Dopo il secondo ritornello, l’attenzione di tutti è calamitata da Emily Armstrong, alle prese per la prima volta con una sezione iconica. Sforzandoci di distogliere un attimo gli occhi dalla cantante, possiamo concertarci su Mike Shinoda, che corre e salta attraverso tutto il palco con un sorriso a 32 denti sul volto, con l’entusiasmo e la felicità di un bimbo la mattina di Natale. Basta solo questa scena per cogliere il senso dietro il ritorno dei Linkin Park.

È stato lungo e insidioso il processo che ha portato la band californiana a tornare, dando alle stampe “From Zero”, un album dal titolo che non ha il minimo bisogno di spiegazioni. Per sette lunghi anni Mike Shinoda ha affrontato le fasi del lutto, ha pubblicato un album solista per affrontarlo, ha avuto idee che ha accartocciato e buttato nell’immondizia. E lentamente, con il timore e la consapevolezza di chi sa quanto c’è sul piatto dal punto di vista emotivo, si è ricongiunto con i compagni di una vita, all’inizio senza sapere dove questo “nuovo” incontro li avrebbe portati, poi, dopo lunghe sessioni di scrittura insieme, avendo l’illuminazione. Questi siamo noi. Questi sono i Linkin Park.

Guarigione e ricostruzione sono le parole che esemplificano meglio questo processo e lo stesso “From Zero” nella sua interezza. Trovati in Emily Armstrong e Colin Brittain i tasselli mancanti per completare il mosaico, i Linkin Park decidono di riconsolidare la propria posizione, quasi a voler dimostrare – anche a loro stessi – di poter ancora essere la band capace di rimanere sulla cresta dell’onda per 17 anni ininterrotti. Essendosi presi l’enorme rischio di tornare dopo una ferita che per molti altri sarebbe stata mortale, la conseguenza logica è che questo nuovo lavoro sia quanto di meno rischioso la band potesse concepire dal punto di vista musicale. “From Zero” presenta infatti, nel bene e nel male, tutte le caratteristiche che hanno reso il sestetto una delle più grandi band della nostra generazione ed è ironico pensare che, tra tutti, questo potrebbe essere l’album più marcatamente Linkin Park dal punto di vista sonoro.

Se quindi da un lato troviamo chi non riesce a contenere l’entusiasmo ascoltando nuovamente ruggiti che provengono direttamente dal 2000, i brani che compongono l’album potrebbero far storcere un po’ il naso a chi si aspettava qualcosa di diverso – come sempre ci ha abituato la band. Entrambi le reazioni sono perfettamente comprensibili, così come la scelta dei californiani di affrontare il processo in questo modo. E mettendo da parte tutte queste elucubrazioni e ascoltando l’album con la testa vuota e il cuore pieno, l’aspetto più positivo che salta immediatamente all’occhio è rendersi conto di quanto bene la guarigione abbia fatto il suo corso.

Sì, i Linkin Park sanno ancora fare bene i Linkin Park e questa affermazione comprende tutti i pregi e i difetti che la band ha dimostrato più volte nella propria carriera. Se quindi da un lato abbiamo brani che potrebbero sembrare quasi sbrigativi (“Over Each Other”) o semplici copie dei tempi che furono (“Heavy Is The Crown”, “Two Faced”), le cose si fanno più interessanti quando la band ripropone sì suoni e strutture già consolidate, ma inserendo quel giusto grado di imprevedibilità. L’approccio sonoro brilla in brani come “Overflow” e da questo punto di vista si fanno notare pezzi come la divertente “Casualty”, la cui furia cieca rimanda a “Keys To The Kingdom”, ma nel quale troviamo uno Shinoda rinnovato, o la rabbiosa “IGYEIH”, sostenuta dal prezioso lavoro di Brittain dietro le pelli ed elevata da un finale travolgente dettato dalle urla di Armstrong – che comunque svolge un lavoro ottimo su ogni singolo brano.

“So thank you for always standing by me even though sometimes bad things take the place where good things go”

Sono queste le parole con cui si chiude la meravigliosa “Good Things Go” – e, di conseguenza, l’album. Parole affidate alla voce di Armstrong e che sembrano dirette a chi ha dovuto aspettare sette anni. Parole che ci investono nel momento in cui entra una chitarra distorta che ha marchiato a fuoco il logo dei Linkin Park e che in pochi secondi ci fa provare tutto quello che è mancato in questa attesa. Parole che dopo mezz’ora di ascolto danno un senso di calore e sicurezza, nel quale è confortevole potersi finalmente crogiolare. I Linkin Park sono ancora vivi e lo provano attraverso un album che non porta nulla di nuovo, ma è “solo” il culmine di un lungo processo di guarigione. Per le novità ci sarà tutto il tempo del mondo. “From Zero” serve invece a ricordare – a noi e a loro stessi – che le cose cambiano, ma che c’è sempre la possibilità di tornare dove si è stati bene.

Tracklist

01. From Zero (Intro)
02. The Emptiness Machine
03. Cut The Bridge
04. Heavy Is The Crown
05. Over Each Other
06. Casualty
07. Overflow
08. Two Faced
09. Stained
10. IGYEIH
11. Good Things Go