Hellfest è uno dei pochi eventi che, ad ogni edizione, riesce a farci tornare a casa pieni di ricordi, di storie da raccontare e, soprattutto, di performance più (o meno) memorabili da tirare fuori con gli amici da qui fino al prossimo anno. Chiunque abbia avuto la fortuna di assistere all’edizione 2026 ha avuto l’ingrato compito di scegliere i concerti a cui assistere e, soprattutto, quelli a cui rinunciare, con quella costante vocina che ti sussurra all’orecchio “… e se poi te penti?”.
Chi ha letto il nostro live report sa che siamo reduci da una quattro giorni capace di provare gli animi più indomiti e risoluti, cuocendoci a fuoco lento e, al tempo stesso, di entusiasmarci come raramente ci è capitato. Nelle righe che seguono, faremo un breve, ironico e qualche volta pungente recap di alcuni degli show che hanno bucato lo schermo e di alcuni che, per vari motivi, hanno mancato il bersaglio.
MIKKEY DEE AND FRIENDS: VOTO 6.5 – Al cuore, si sa, non si riesce mai a comandare. E allora come avremmo potuto esimerci dal fare un brindisi con il buon, vecchio Mikkey che, con un manipolo di amici, ci propone di classici dei Motorhead, ricordandoci i bei tempi che furono? Non per la gloria, non per mero narcisismo, ma solo per il rock ‘n roll. IN ALTO I CALICI.
PAPA ROACH: VOTO 6 – A Jacoby Shaddix e soci non si riesce proprio a voler male. Vuoi per l’energia profusa, vuoi per le loro facce pulite, vuoi perché anche loro ci ricordano i tempi tanto belli quanto lontani della nostra adolescenza. Non sono abrasivi come nessuno dei loro illustri colleghi “nu metallers”, ma riescono a portare a casa il risultato con molto mestiere. GRINTOSI.

DEEP PURPLE: VOTO 5.5 – Vi preghiamo di non saltarci al collo. Nessuno oserebbe mai mettere in discussione l’apporto storico della band britannica, ma è oramai sotto gli occhi di tutti che siano entrati nella parabola discendente della loro carriera, soprattutto per quanto riguarda Ian Gillan. Paice, Glover, McBride e l’immenso Don Airey riescono a risollevare le sorti di una serata che, altrimenti, sarebbe scesa molto al di sotto della sufficienza, ma il divario con altri artisti coetanei ai cinque di Herford inizia ad essere sensibile. STELLE CADENTI.
ALICE COOPER: VOTO 8 – I vini pregiati più invecchiano e più diventano pregiati, e Vincent Furnier sembra proprio appartenere alla più straordinaria delle annate. Nonostante le quasi 80 primavere, il carisma, l’energia, la presenza scenica e la voglia di shockare il pubblico sono quelli di sempre; non sappiamo se Alice Cooper abbia bevuto dal calice dell’eterna giovinezza, ma non possiamo che augurarci di assistere a tanti altri show. PATTO COL DIAVOLO.
BRING ME THE HORIZON: VOTO 6 – Quando l’hype è a mille, basta veramente un niente per deludere le aspettative. Il gruppo di Sheffield era il main act del primo giorno di Hellfest e, nonostante una produzione che non ha badato a spese, qualcosa non ha funzionato; intermezzi digitali di scarso impatto e pause eccessive tra un brano ed un altro fanno procedere Oli e compagni col freno a mano tirato, togliendo vigore ad un concerto che doveva avere ben altro destino. BOTTO INESPLOSO.
ALESTORM: VOTO 7 – Con cosa si può concludere in bellezza una giornata faticosa? Ma con un bel party colorato e rumoroso! Con il loro sound piratesco ed ilare, gli Alestorm sono il gruppo perfetto per scatenare un pubblico che non sembra chiedere di meglio. CACIARONI.
BLOODYWOOD: VOTO 7.5 – Quando porti con te rabbia e furia, nulla è veramente impossibile. I ragazzi di Nuova Delhi, nonostante una carriera ancora agli inizi, riescono a mettere in piedi uno show energico e convincente, senza rinunciare al sound esotico della loro terra di origine e senza sfigurare davanti a nomi molto più blasonati. FUOCO E FIAMME.
SEPULTURA: VOTO 7.5 – Se una bandiera del metal si ammaina, è impossibile non farsi prendere dall’emozione. Nonostante un set un po’ striminzito, Andreas Kisser e compagni riescono a rendere giustizia alla carriera di una band immensa e che mancherà a tutti, giovani e meno giovani. GIU’ IL CAPPELLO.
HELLOWEEN & ACCEPT: VOTO 8 – Quando la tua band ha più di 40 anni di carriera, occorre rendere giustizia alla sua storia ed ai milioni di fan sparsi per il mondo. Fortunatamente per noi, tanto gli Helloween quanto gli Accept sono da sempre sinonimo di qualità, per repertorio e energia live, non tradendo le aspettative e lasciando tutti i presenti a bocca aperta. INOSSIDABILI.
OPETH: VOTO 6 – Avete presente quando ad una festa in maschera si presenta un invitato in giacca e cravatta? L’outfit sarà pure elegante, ma totalmente fuori contesto. È esattamente quello che è accaduto agli Opeth che, pur sfoggiando un’ottima prestazione, per repertorio e, soprattutto, per presenza scenica, sembrano proprio essere estranei al genere che si sta suonando nei palchi vicini. PESCI FUOR D’ACQUA.
IRON MAIDEN: VOTO 8.5 – Cosa si può chiedere ad una delle band metal per antonomasia che non sia già stato chiesto altre mille volte? Stupire il pubblico? Mantenere in alto gli standard? Ebbene, Steve, Bruce, Janick, Dave ed Adrian riescono in entrambi gli obiettivi, confezionando una scaletta capace di rendere giustizia anche al “periodo Di’Anno”. Gli anni passano inesorabili per tutti, cambia il mondo, cambiano le generazioni, ma quello che non sembra cambiare è l’impatto emotivo di un concerto degli Iron Maiden. IMMORTALI.
ULTRAVOMIT: VOTO 7.5 – Avete presente quell’amico talmente sboccato e irriverente che, nel suo essere dissacrante, riesce sempre a divertirvi? Bene, gli Ultravomit sono proprio questo. Non c’è genere che non riescano a dissacrare, con quell’energia tipica di chi vuole spaccare il mondo senza però mai prendersi sul serio, sfoderando riff di chitarra affilatissimi e gag irresistibili. GIAN BURRASCA DEL METAL.

MEGADETH: VOTO 7.5 – Questa tappa del tour di addio dei Megadeth era un appuntamento atteso da molti, sia per assaporare dal vivo l’ultimo disco di Mustaine e soci, sia per tributare i giusti onori ad un’istituzione del thrash metal. Nonostante un tasso tecnico enorme, il tempo non ha fatto sconti alle doti di MegaDave, che preferisce far calare il sipario quando è ancora in grado di offrire una performance degna di questo nome. Non possiamo che emozionarci anche stavolta, sapendo che di qui a qualche anno anche i ‘Deth apparterranno ai libri di storia. UN LUNGO ADDIO.
LIMP BIZKIT: VOTO 5 – Un curriculum invidiabile ed una fama incendiaria sono due condizioni necessarie per essere headliner all’Hellfest, ma non sono sufficienti, da sole, a realizzare uno show memorabile, soprattutto quando sembra mancare proprio quella voglia di distruggere il palco che ti ha sempre accompagnato. Il problema del set dei Limp Bizkit ha un nome ed un cognome: Fred Durst. Il frontman, a differenza di altri suoi concerti, sembra essere completamente privo di energie: poche interazioni con il pubblico, pause eccessive tra un pezzo e un altro, qualche stonatura di troppo e, soprattutto, nessuna traccia di quella rabbia che lo aveva reso celebre. Nella speranza che si tratti solo di una serata storta, non possiamo che annoverare questa esibizione tra i flop dell’Hellfest 2026. NON PERVENUTI.
SCOUR: VOTO 5.5 – Cosa succede quando hai un frontman tanto dotato quanto imprevedibile? Esattamente quello che è successo agli Scour, progetto black metal di Phil Anselmo, che si presenta sul palco in condizioni decisamente rivedibili, arrivando ad interrompere i suoi compagni perché, parole sue, aveva dimenticato quale brano dovesse eseguire. Nonostante delle idee tutto sommato buone, attenderemo tempi migliori per assistere ad un loro nuovo concerto. RIMANDATI A SETTEMBRE.
THE ADICTS: VOTO 7.5 – Quando hai 50 anni di onorata carriera sulle spalle, una discografia invidiabile e sei chiamato ad uno show da headliner, non importa la grandezza del palco: importa solo la soddisfazione dei tuoi fan. Gli Adicts riescono a far scatenare praticamente tutti i presenti, con la forza di una performance tanto allegra quanto energica, coinvolgendo come solo i grandi gruppi sanno fare. Aggiungete a quanto ora detto il carisma di un frontman inossidabile come Keith Pulce “Monkey” Warren ed avrete ottenuto uno show con pochi eguali. PUNK IS NOT DEAD.





