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Ci vuole una certa dose di incoscienza — o forse di pura devozione rock’n’roll — per sfidare il forno a cielo aperto che Milano sa diventare d’estate e l’esercito affamato di zanzare schierato all’Idroscalo. Eppure, a giudicare dal colpo d’occhio, sono parecchi i temerari pronti a infrangere le regole del buon senso pur di esserci. E indovinate un po’? Tra loro ci sono anch’io.
In questo afoso martedì di luglio i Pixies finalmente in Italia con un tour che celebra i quarant’anni di carriera. La scelta ricade sul Parco della Musica, campo di battaglia perfetto per il nuovo incontro con il pubblico italiano, tra caldo impietoso, moscerini in agguato e la promessa di un’esplosione sonora targata Pixies. Ma tutto questo può trasformarsi in semplice contorno davanti a una chitarra distorta e a sezioni ritmiche ipnotiche.

Ad aprire la serata ci pensano i The Pale White, trio inglese salito alla ribalta con il primo singolo nel 2016. La band propone un set energico, concentrato sui brani più recenti del proprio repertorio, mettendo in campo un alt-rock dalle tinte oscure, fatto di atmosfere dense e riff di chitarra ruvidi. Un antipasto sonoro perfetto per scaldare il pubblico e dare il via ai festeggiamenti e lasciare il palco agli headliner.
L’ingresso dei Pixies è tutt’altro che pomposo: niente pose da rockstar, nessun outfit invidiabile, nessun effetto speciale, solo quattro musicisti con i loro strumenti, pronti a prendere posto in una scenografia essenziale, lasciando che siano le canzoni a prendersi tutta la scena. La formazione è (quasi) quella originale: Black Francis alla chitarra ritmica e alla voce, l’inossidabile Joey Santiago alla chitarra solista, il batterista David Lovering e la nuova arrivata Emma Richardson (ex Band of Skulls), che dal 2024 ha raccolto l’eredità al basso.

Mentre cresce l’emozione di trovarsi a pochi metri da una band che ha scritto pagine fondamentali della storia del rock, capace di influenzare intere generazioni di musicisti, lo sguardo corre inevitabilmente verso il pubblico. Una platea trasversale, dove convivono tutte le età: dai veterani che erano adolescenti ai tempi di “Come On Pilgrim” (1987), a quelli che hanno affrontato code interminabili per comprare la cassetta di “Surfer Rosa” (1988), da chi ha partecipato al tour di “Doolittle” (1989), fino a chi ha scoperto i Pixies in epoche più recenti.
E non è un caso che la scaletta guardi soprattutto a quegli anni d’oro, pescando a piene mani dai primi lavori della band e regalando alla serata un piacevole retrogusto nostalgico.

Lo spettacolo prende il via con una cover tratta dalla colonna sonora di “Eraserhead”, un chiaro omaggio a Lynch, per poi svilupparsi attraverso un impeccabile mosaico di 28 brani eseguiti senza fronzoli, alternando la furia dei pezzi più energici alle tracce più pop e luminose, come la versione originale, ruvida e trascinante, di “Wave of Mutilation” e l’irresistibile “Here Comes Your Man”. Ma trovano spazio anche le ballate più tormentate e malinconiche, da “Cactus” a “Caribou”, passando per “Hey”, dove la tensione emotiva prende il posto dell’urgenza ritmica. Trova posto anche un piacevole ritorno dei brani spagnoli, “Vamos” e “Isla de Encanta”, un flamenco-rock pionieristico. Nessuna rilettura stravagante delle canzoni, che suonano esattamente come devono suonare. L’unica eccezione arriva con “Wave of Mutilation”, che viene riproposta in una seconda versione più rallentata, quasi sospesa.
Novanta minuti che scorrono veloci e densi di atmosfera, senza un solo momento di pausa. I Pixies scelgono il silenzio tra un brano e l’altro, lasciando che siano esclusivamente le canzoni a parlare. Una scelta che potrebbe apparire distante o poco coinvolgente, ma che in realtà si rivela perfettamente coerente con la loro filosofia: mettere la musica al centro, senza distrazioni. Musica che, ancora oggi, conserva una forza sorprendente. Sonorità all’epoca rivoluzionarie continuano a suonare fresche, testi capaci di parlare al presente tanto quanto al passato, nessun brano appare banale o prevedibile. Anzi, emerge ancora intatto quel sottile gusto per la provocazione, quell’attitudine sfacciata e imprevedibile che da sempre definisce l’identità del gruppo.

Per tutta la durata del concerto il pubblico accompagna la band con cori incessanti: c’è chi segue a memoria ogni linea di basso, chi imita gli attacchi delle chitarre, chi si lascia trascinare dal vortice sonoro. Poi arriva “Where Is My Mind?” e il Parco della Musica esplode in un’energia collettiva, quasi in trance psichedelica.
Si potrebbe parlare degli aerei che continuano a sorvolare le teste del pubblico, di un impianto audio non sempre impeccabile, delle code interminabili per il merchandising e per una birra, o persino del percorso surreale per raggiungere l’uscita e recuperare l’auto. Ma sarebbe soffermarsi sui dettagli. Perché, alla fine, tutto passa in secondo piano rispetto all’emozione lasciata da una band che, dopo quarant’anni, riesce ancora a scuotere e coinvolgere.
E poi arriva “Into the White”. L’ultima nota si spegne, i Pixies abbandonano il palco e non fanno ritorno. Nessun bis, nessun saluto teatrale: il concerto è davvero finito.
Setlist
In Heaven (Lady in the Radiator Song) (Peter Ivers & David Lynch cover)
Cactus
Vamos
Nimrod’s Son
Mr. Grieves
Here Comes Your Man
Greens and Blues
Ed Is Dead
Motorway to Roswell
Hey
Monkey Gone to Heaven
Caribou
Subbacultcha
Planet of Sound
Chicken
Snakes
Motoroller
The Vegas Suite
Gouge Away
Debaser
Wave of Mutilation
Head On (The Jesus and Mary Chain cover)
Isla de Encanta
Tame
Wave of Mutilation
Winterlong (Neil Young cover)
Where Is My Mind?
Into the White





