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Ci sono concerti che si ascoltano con le orecchie, altri invece con la testa. Ci sono concerti che si ascoltano con il cuore, altri con la pancia. 

Quello che ti sto per raccontare fa parte di quest’ultima categoria. 

I The Lumineers tornano in Italia, per l’unica data nello stivale di un tour che li sta portando sui palchi di tutto il mondo. La scelta ricade ancora una volta su Verona, la città dell’amore, e sulla suggestiva Arena, che li aveva già ospitati nel 2020 in occasione della pubblicazione di “III”.

“Automatic”, il loro quinto album in studio, è il filo conduttore della serata, senza però mettere in secondo piano i brani che hanno reso celebre la band. La scaletta alterna canzoni dell’ultima raccolta ai grandi classici: da “Ho Hey” a “Ophelia”, passando per “Cleopatra”, “Sleep on the Floor” e “Stubborn Love”, in un equilibrio che soddisfa sia chi li segue dagli esordi sia chi li ha scoperti con i lavori più recenti.

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Proprio quest’anno il duo formato da Wesley Schultz e Jeremiah Fraites festeggia vent’anni di musica insieme. Un traguardo importante che Schultz celebra con parole cariche di affetto nei confronti del compagno di viaggio: visibilmente emozionato, lo definisce una delle persone che più lo hanno ispirato nel corso della sua vita artistica.

Sul palco, insieme ai due fondatori, ci sono altri quattro musicisti, per un totale di sei elementi che durante il concerto si alternano continuamente tra chitarre, pianoforte, batteria, violino, tastiere e percussioni, dando vita a un sound ricco e in continua evoluzione. 

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Uno dei momenti più suggestivi arriva quando una parte del concerto si sposta su una pedana allestita sopra uno degli ingressi dell’Arena. In un’atmosfera più intima con solo chitarra e pianoforte, Schultz e Fraites raggiungono la postazione attraversando la folla, tra applausi, mani tese e cori del pubblico che li accompagna tra le gradinate.

Non manca nemmeno uno spiraglio di vita vera. A un certo punto il frontman si accorge che gli si sono strappati i pantaloni e, con estrema spontaneità, li fa sistemare usando della gaffa, il nastro telato onnipresente nel mondo dello spettacolo – e da addetta ai lavori la scena mi strappa più di un sorriso, ripensando al vecchio detto che recita: «Se qualcosa si rompe, usa la gaffa. Se non si è aggiustato, significa che non ne hai usata abbastanza».

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E allora, alla fine, perchè è stato un concerto che si è fatto ascoltare di pancia? 

Perché avrei voluto non finisse mai. Perchè esigeva di essere vissuto; dove anche solo prendere il telefono per catturarne pochi istanti diventava un’interruzione pesantissima, come se per qualche secondo si rischiasse di uscire da quella dimensione sospesa. È stato un concerto da vivere, non da registrare. Da lasciare entrare, canzone dopo canzone, senza filtri e senza la distanza di uno schermo. La musica dei The Lumineers aveva qualcosa di profondamente fisico: arrivava prima alla pelle e poi allo stomaco, come una mano calda capace di accompagnarti lentamente dentro ogni storia raccontata.

Ogni brano sembrava aprire una porta diversa, trascinando il pubblico in un viaggio fatto di ricordi, malinconia, speranza e condivisione. Le melodie avvolgevano l’Arena, le voci si univano in coro e quella semplicità solo apparente del loro folk diventava qualcosa di molto più grande. La musica non si limitava a essere ascoltata, ma attraversava lo spazio e le persone. Scaldava dentro, lasciando quella sensazione rara che rimane quando un concerto riesce davvero a creare un legame tra chi è sul palco e chi è sotto il palco.

Setlist

Same old song
Flowers in your hair
Angela
You’re all I got
A.M. RADIO
Asshole
Gale song
Donna
Ho hey
Dead sea
Gloria
WHERE WE ARE
Charlie boy
Salt and the sea
Leader of the landslide
BRIGHTSIDE
Slow it down
Automatic
Ophelia
Sleep on the floor
Big Parade
My eyes/patience
Cleopatra
Stubborn love

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