ARTICOLISPECIALI

Vinyl – il Rock di Scorsese e Jagger

“È veloce, è sporco, è una mazzata che ti fracassa testa. Questo è il Rock N’ Roll” (Richie Finestra)

Anni ’70, un impero discografico, un terremoto musicale. Lo scenario ai piani alti di una delle più importanti etichette è di quelli stile fine Impero Romano d’Occidente: i tempi cambiano, le sicurezze di una volta tendono a mancare, pochi se ne accorgono, molti fanno finta di niente, i diretti interessati se ne accorgono solo quando è quasi troppo tardi per rimediare.

1973: Richie Finestra è il dirigente della American Century Records, una delle case discografiche più importanti sulla piazza che, dopo anni di fatturati immensi festeggiati puntualmente su sterminate piste di coca, è sull’orlo del disastro economico. In uno scenario warholiano che vede avvicendarsi delle nuove leve alla spasmodica ricerca di successo e sballo e dell’underground che qualche anno più tardi esploderà sotto le vesti di jeans strappati e giubbotti di pelle sotto il nome Punk, Richie tenta il tutto per tutto, pur costretto a vendere l’etichetta a un colosso tedesco e al tempo stesso cercando di far firmare per lui i Led Zeppelin che nel frattempo stanno facendosi sempre più spazio nel mondo della musica.

Avete presente ‘The Wolf Of Wall Street’? Bene, ne ho viste di peggio. Quanta gentaccia…” (Mick Jagger)

Romanzato? Forse, ma neanche tanto. “Vinyl” racconta nella maniera più fedele possibile i Seventies come erano, e poco importa se alcune cose sono inventate, perché più che di fantasia diversi episodi, diverse scene, diversi momenti raccontati sono verosimili. A garanzia di tutto ciò, a garanzia della veridicità dell’atmosfera che si respirava (anche sotto forma di coca e non solo) in quel periodo, c’è un duo d’eccezione (e anche un cammeo di un certo David Bowie, ultima sua apparizione in una produzione televisivo-cinematografica) che ha curato nei minimi particolari non solo le movenze dietro la macchina da presa, ma anche e soprattutto la scrittura dell’intera serie: Martin Scorsese e Mick Jagger, non esattamente due persone che han vissuto nel “mondo delle favole” dove tutto gira liscio come l’olio.

A dieci anni di distanza dalle riprese di “Shine A Light” (documentario diretto proprio da Scorsese incentrato sulla carriera dei Rolling Stones e mettendo a fuoco il concerto al Beacon Theatre di New York del 1° novembre 2006), regista e rockstar si incontrano di nuovo per un progetto ambizioso: raccontare i veri Anni ’70 Rock, raccontare e far vedere quello che è davvero accaduto, quello che all’epoca poteva davvero avvenire. In breve, gli Anni ’70 al di là del palco, all’interno degli uffici del potere discografico.

A dirla tutta, l’idea di “Vinyl” nasce molto tempo fa, esattamente a metà degli anni ’90: già allora, tra il Grunge che oramai stava dissolvendosi per sempre e le nuove realtà ancora in cerca di una stella polare personale, Scorsese aveva in mente di mettere su celluloide un progetto che raccontasse i retroscena della Golden Age del Rock, ma tra numerosi impegni e difficoltà a sviluppare adeguatamente gli spunti lo convinsero a “ibernare” il progetto. Oggi, il frutto di quell’intuizione e della preziosa collaborazione con una delle rockstar più influenti del mondo, è realtà. Niente morali facili, solo fatti.

  

Business senza sfruttamento? Non esiste. Gli artisti sono sempre le vittime predilette” (Martin Scorsese)

Crudo, spietato, sporco, disilluso e proprio per questo veritiero: l’unica cosa pura che vedrete non è il successo delle band, non è il successo di un produttore discografico. L’unica cosa pura che vedrete è, forse, la neve che con precisione geometrica si posa su qualsiasi fottuto mobile e suppellettile presente all'interno di ogni episodio. Per tutto il resto ci sono siringhe, alcool, scalate verso il successo in ogni modo e con ogni mezzo. E se a supervisionare e a dare l’ok al tutto c’è Mick Jagger, uno che gli anni 70 non l’ha vissuti, ma li ha letteralmente spolpati e assimilati in sé, c’è da essere sicuri. E anche un po’ impauriti.

Con “Vinyl” chi credeva che gli anni d’oro del Rock fossero scintillanti e beati rischierà seriamente di essere traumatizzato. Come detto, c’è un racconto crudo e spietato, proprio come è la realtà. Niente perbenismi, niente morali atte ad innalzare la stima nel genere umano. Il Rock è business, il business è Rock. Ci si sporca le mani sempre, comunque, anche non volendo. Ma lo si vuole. Sempre.

codanteprima

Comments are closed.

More in:ARTICOLI

0 %