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A casa con Bob Marley: della quarantena e altri piccoli svaghi

Venerdì pomeriggio. Faccio un tampone per stare sicuro, perché quella tosse non mi piace per niente. E poi la sera ho una festa, di questi tempi meglio stare in campana. Positivo. Mi pervade un malessere che non ha nulla a che fare col virus. Non so se è peggio scoprire di essere positivi il venerdì pomeriggio o scoprirlo a maggio, mentre fuori iniziano a fare 30 gradi. Torno a casa senza fare fermate. Costeggio il parco, dove tutti si godono il tempo primaverile e qualcuno addirittura osa prendere il sole senza maglietta, alla faccia mia. Lungo il tragitto mi viene in mente la mia migliore amica e il suo racconto di una quarantena ormai trascorsa: “Ogni tanto mettevo su un disco di Bob Marley. Sai, per farmela prendere a bene”. A quel punto ho l’illuminazione. Chiamo mamma: “Ciao mà, sono positivo. Sì, era Covid lo sospettavo. Ascolta mi prendi un disco di Bob Marley e me lo metti davanti la porta? Uno qualsiasi basta che sia in vinile che ho bisogno del contatto.” Sapevo già che sarebbe stato l’unico tipo di contatto che avrei potuto avere per un bel po’ di giorni.

Qualche ora dopo sento bussare alla porta. La apro, guardo a terra. La busta trasparente copre il vinile all’interno. Lo tiro fuori e leggo il titolo: “LEGEND – The best of Bob Marley and the Wailers”. Era quello che volevo, forse il più famoso. Quello con la faccia di Bob in copertina che guarda di lato e la sua pioggia di dreadlock neri tutt’intorno. La mano sinistra si tocca il viso e al medio porta l’anello col leone regalatogli dal principe d’Etiopia Asfa Wossen. All’interno un breve riassunto della leggendaria carriera del più grande cantante reggae di tutti i tempi: l’incontro con Peter Tosh e Bunny Livingston, che formeranno i The Wailers, il contratto milionario con la Island nel 1972 – il primo ingaggio internazionale nella storia della reggae music – l’ammirazione di Mick Jagger ed Eric Clapton (che di “I Shot The Sheriff” registrerà un’incredibile cover “per bianchi”). Ma soprattutto l’impegno politico, forse ancora più importante della sua musica: il viaggio in Africa e la medaglia della pace conferitagli dalle Nazioni Unite, il leggendario One Love Peace Concert a casa sua, la Giamaica, devastata dalle guerre intestine. In quell’occasione riuscì a riunire sul palco il Primo Ministro dell’epoca, Michael Manley, e il leader dell’opposizione, Edward Seaga, e far loro stringere la mano. Un’occasione simile si verificherà solo 3 anni più tardi, il 21 maggio ai funerali di stato di Marley a Kingston.

Tornando a “Legend”, il disco è una raccolta di 14 delle più grandi canzoni di Bob Marley and The Wailers dal 1972 al 1981, che vanno da “No Woman No Cry” alla meditativa “Redemption Song” e all’irrefrenabile “Three Little Birds”. Molti hanno criticato la compilation per la riduzione del suo rivoluzionario lavoro ska degli inizi, o addirittura perché sembra mettere da parte il suo status di commentatore politico, rendendo la musica di Marley “inoffensiva” per l’uomo bianco, ma il disco non vuole essere definitivo. Vuole essere un’introduzione alla musica reggae, campionando il meglio del suo lavoro. E lo fa straordinariamente bene, offrendo tutti i riflessi sfaccettati di un genere e un’illustrazione dell’eccellenza, del calore e umanità del visionario Profeta Rasta. In un certo senso è perfetto poiché offre a un dubbioso o a un fan occasionale tutto ciò che potrebbe desiderare. Perché ammettiamolo, la bellezza e la semplicità della musica di Marley sono importanti quanto il suo messaggio, e tutto questo è stato catturato particolarmente bene da Dave Robinson, che selezionò la tracklist.

Poco dopo la sua uscita, “Legend” divenne rapidamente l’album reggae più venduto di tutti i tempi, conservando il suo primato fino ad oggi, avendo totalizzato 729 settimane nella Billboard top 200 – record di permanenza superato solamente da “The Dark Side Of The Moon”. Tutto questo a pochi anni dalla sua morte, per quel melanoma all’alluce non curato che andò ad intaccare il cervello in pochi anni. Aveva 37 anni quando morì improvvisamente, lui che aveva cantato la vita in ogni sua forma, l’amore in ogni sua sfaccettatura, spesso anche la più promiscua, ma che amava sentire il pianto dei bambini perché gli sembrava che stessero già protestando per qualcosa che gli era stato tolto. La religione, la politica, la vicinanza verso chi soffre, l’unione dei popoli neri in un’unica stirpe. Tutto questo, era Bob Marley. Ma era soprattutto musica, canzoni fatte per essere cantate da chi ha solo la propria voce come strumento per lottare.

Non c’è giorno di reclusione che non metta Legend a girare sul piatto. Perché il brivido che scorre quando inizia “Is This Love” può portare solo a pensare che è una bella giornata. Un inno all’amore puro che del detto “Due cuori e una capanna” ne dà la sua reinterpretazione (“I want to love / you every day and every night / We’ll be together / yeah, with a roof right over our heads”): l’amore, quando è puro, non ha bisogno di nient’altro. “No Woman No Cry,” nella sua versione live del 1975 la rende un vero e proprio inno. Tutto il calore di una folla che sia abbraccia cantando viene fuori da questa registrazione, trasportando l’ascoltatore in quel marasma di persone che ondeggiano all’unisono. Il suono vintage di moog apre la strada al Bob Marley più fusion, colui che non temeva di mischiare generi allora considerati tribali con il sound mainstream, cementificando ancora di più il suo status di superstar dei tre mondi.

Mentre “Three Little Birds” ci induce a goderci i piaceri della vita, come i tre uccellini che cantano di fronte la nostra finestra, al contempo manda il segnale di cui abbiamo più bisogno: “non preoccuparti di nulla, perché anche la più piccola cosa andrà bene”. Che sia vero o no, spesso il bisogno di crederlo è l’importante. Nel contesto di “Exodus”, l’album in cui appare per la prima volta, la canzone assume un significato maggiore: la lotta contro l’oppressione è un lungo, lungo viaggio, e anche le più piccole esperienze di bellezza che la vita ha da offrire sono fondamentali per rinnovare le proprie forze. Parlando di oppressione è “Buffalo Soldier” a coinvolgere in questo lato A: la storia di un afroamericano assoldato nell’esercito statunitense nel XIX secolo per liberare le zone conquistate dai nativi americani. Nonostante il suo piglio eccitato esplora con ironia la vicenda degli oppressori che usano un gruppo oppresso per eliminare una minoranza, a sua volta oppressa. Ma “Buffalo Soldier” presenta anche un arrangiamento musicale coinvolgente, che integra perfettamente i fiati solitamente associati allo ska nei ritmi più ballabili del reggae. Tuttavia, le parole sono ciò che conta qui, e la strofa “Rubato dall’Africa, portato in America / Combattere all’arrivo, lottare per la sopravvivenza” è un’economia poetica brillante e sconvolgente.

“Let’s get together / And feel alright” è tutto quello che sento (o che voglio sentire) quando giro il disco e lascio scorrere la puntina sulla prima traccia. Il senso di vicinanza che trasmette “One Love/People Get Ready” non ha forse paragone nella musica. Poche canzoni come questa riescono a portare istantaneamente il sorriso sul volto. Il ritmo cullante di “Waiting In Vain” rimanda al piacere dell’attesa, che Marley spera verrà ripagata, alternando il focus del testo fra soddisfazione e insoddisfazione, e la melodia con progressioni quasi smooth jazz. Anche questa traccia è stata estratta “Exodus”, l’album più presente all’interno del lotto. “Redemption Song” è una vera anomalia. Una ballata folk, Bob da solo, con la sua chitarra acustica, la sua voce e le sue “eterne canzoni di libertà”; la sua chitarra suona molto malconcia, antica come le navi pirata negriere che iniziano il racconto. “Emancipatevi dalla schiavitù mentale/Non abbiate paura dell’energia atomica” e per grazia di Jah, tutto andrà bene. Sembra di sentirlo ancora qui vicino a cantarci i suoi richiami di armonia fra le persone. Il fulcro di “Exodus” è un’esperienza musicale e cinematografica profondamente avvincente. L’implacabile core beat si ferma solo per un breve momento in sincronia con la frase “Andiamo nella Terra del Padre”. Una cornucopia di voci, sia umane che strumentali, ci vengono incontro da tutte le direzioni, a volte da sole e spesso all’unisono, richiamando immagini di ondate di fedeli di Jah che si uniscono in un’esilarante marcia verso Zion. Sebbene Zion non sia menzionato nella canzone, è una componente vitale nella teologia Rastafari, uno stato di illuminazione che è l’obiettivo dei fedeli di Jah. È il “luogo” dove vai una volta che sei scappato da Babilonia, il malvagio mondo occidentale del colonialismo persistente e del razzismo istituzionale moderno. Chiude la raccolta un invito rivolto a ognuno di noi: “We’re Jamming / I wanna jam it wid you”. Nella lingua creola giamaicana “jamming” significa ballare e divertirsi ma dal punto di vista di Marley, il jamming è più dell’approccio musicale che adotta, ma anche un mezzo di sfida dello status quo, una lotta che si manifesta nel diritto di fare festa. Ma bisogna anche fare festa per difendere il diritto di combattere.

Se arrivasse un extraterrestre e mi chiedesse “Che cos’è la musica?”, penso che il primo disco che metterei su sarebbe proprio “Legend”. Un disco fatto di canzoni con molteplici piani di lettura: l’immediatezza dei ritmi e delle melodie, il groove caraibico tipico della cultura giamaicana e oggi patrimonio UNESCO, i temi politici e religiosi, l’invito a stare insieme, la fusione con il blues e il rock dei Settanta. “Legend” è la massima espressione del potere della musica, in grado sia di infliggere dolore che di alleviarlo, di agitare gli animi e di calmarli, di unirci e mai separarci.

Venerdì successivo: negativo. Un po’ mi ero abituato a quella routine col giradischi e a quell’overdose di “positive vibration“. Finalmente libero, ma la mente non è mai stata in quarantena.

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