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NUOVE USCITERECENSIONI

Cloakroom – Last Leg of the Human Table

Nel catalogo delle band “piccole”, ossia quelle che vogliamo continuare a coccolare come fanno le chiocce coi loro pulcini, sperando che rimangano, per l’appunto, piccoli astri splendenti in un firmamento fin troppo vasto, non possono non presenziare i Cloakroom e quel grande artista di Doyle Martin, mastermind dietro al trio dell’Indiana.

Eravamo rimasti acciambellati all’interno della navicella di “Dissolution Wave”, godendoci un ammorbidimento sonoro che staccava in maniera piuttosto netta da “Time Well” e dal suo doom-gaze, scrutando le stelle dagli oblò mentre storie che trascendevano lo spazio-tempo si incanalavano tra le placide vocals del frontman, in forza, da ormai qualche anno, anche nei Nothing di Domenic Palermo, giunto ad adempiere al gravoso compito di sostituire l’intoccabile Brandon Setta – spoiler: c’è riuscito alla grande.

E, proprio per questo, ascoltando i singoli del nuovo “Last Leg of the Human Table” c’eravamo prefissati l’idea che Doyle Martin avesse deciso di convogliare un maggior carico elettrico verso la band di Philadelphia, trascinando, quindi, il suo main project proprio lungo la scia aperta da un “Dissolution Wave” che annetteva a sé un orientamento dream pop, melodie più che mai ariose e tanto, tanto respiro: vedi il jangle pop raggiante di “Unbelonging” o la splendida ballad folk rock – con una spruzzata di country – di “Bad Larry”.

Eppure, a disco completo, ci siamo (in parte) ricreduti: di certo le tormente oscure degli esordi sono state allontanate, però “Last Leg of the Human Table” spinge forte sui pedali e sulle sei corde, salvo qualche oculato momento di sapiente relax: è un disco più “terreno” e realista, niente più immersioni nelle galassie, seppur qualche lascito di quel passo possente ma ovattato si faccia sentire durante l’ascolto – da opener a opener, “The Pilot” osserva con attenzione le mosse di “Lost Meaning”.

Il resto girovaga per nuovi territori annessi al sound degli americani: c’è un post-punk-gaze – passateci il termine – dai confini evanescenti in “Story Of the Egg”, che parecchio ci ricorda il ritorno acquoso di “The Great Dismal” e, tanto per non discostarci dal tema Nothing, c’è qualche colpo a cartucce punk-gaze che ci ricollegano dritti a “Bent Nail” (“Ester Wind”, “Clover Looper”).

Spazio anche a un po’ di slowcore con “The Lights Are On” e con la conclusiva “Turbine Song”– quest’ultima molto più ambient-oriented rispetto alla prima –, probabilmente le tracce più sottotono di un platter, altrimenti, molto valido. Forse un po’ cortino di tracklist – dieci tracce, di cui due sono interludes di circa un minuto – ma, come sempre, un lavoro di gran classe: i Cloakroom riescono ad essere raffinati e accoglienti in ogni loro veste, sarà per questo che li adoriamo alla follia.

Tracklist

01. The Pilot
02. Ester Wind
03. On Joy and Unbelieving
04. Unbelonging
05. The Lights Are On
06. Bad Larry
07. Story Of the Egg
08. On Joy and Undeserving
09. Clover Looper
10. Turbine Song