Nurture this tiny creature
They’ll be idolized by all…

Dopo le sei interminabili ore della cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano – Cortina, necessitava che il capoluogo lombardo, spogliatosi dal bianco sfarzo delle nevi, tornasse a mettere gli abiti cupi e nebbiosi caratteristici di febbraio, accogliendo una stola di splendidi obbrobri nativi del Nordamerica. In testa i Cryptopsy, leggende che ancora non smettono di proliferare, poi gli ambiziosi 200 Stab Wounds, i veterani, ma non troppo noti Inferi, e infine i promettenti Corpse Pile, quattro moschettieri del death metal responsabili di mietere vittime a suon di gorgoglii e budella lesse. Il raccolto Legend Club, più protettivo del nido pascoliano per quanto concerne la custodia delle band estreme, funge da teatro per l’unico rendez-vous italiano dell’All So Vile Europe 2026, una mattanza a base di squartamenti e lanci di frattaglie verso l’universo e oltre. HARDGORE!

CORPSE PILE

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L’onore di avviare le danze, a dire il vero in leggero ritardo sulla tabella di marcia, appartiene ai Corpse Pile, quintetto di Houston – qui però orfano della chitarra di Cody Webb – dedito a un vigoroso brutal death metal zuppo di HC e sinora artefice di un pugno di EP di cui l’ultimo, “In The Beginning…”, diffuso lo scorso anno, si potrebbe quasi considerare, per spirito e visceralità, il mini che tuttora manca alla discografia dei Devourment. Potendo già contare sul sostegno di un pubblico abbastanza cospicuo, percezione già avvertibile nella lunga fila presso la cassa, i texani cominciano il proprio turno artistico tra timidi applausi e flemmatiche ovazioni, ma, nel giro di mezza canzone, la spasmodica opener “Genesis Of Suffering”, una masnada di arti deliranti modello hardcore kids inizia ad agitarsi convulsa. “We are Corpse Pile from the United Shithole of America”, annuncia senza troppi convenevoli il cantante Jason Lionel Frazier, una sorta di giovane Francesco Pannofino protagonista, durante l’intero set, di polemiche al vetriolo nei confronti dell’attuale establishment politico statunitense e della strenua difesa della working class e dei valori straight edge, opinioni e convinzioni atte a rendere subito caro il combo a una larga fetta dell’audience. Dal vivo, i brani, carichi di breakdown mordaci ed elefantiaci, vengono verniciati di sfumature sludgy d’impatto superiore al confronto delle incisioni da studio sui vari supporti, con riff esplosivi e blast/D-beat tachicardici a guarnire una prova che raggiunge i momenti di maggior presa attraverso il trittico non consecutivo “For Flesh And All”, “Stacking Bodies” e “Fuck Your Life”. Curioso l’elogio del frontman ai marciapiedi europei, perfetto passaggio all’esagitata “Where The Sidewalk Ends”, per una mezzoretta davvero tosta e trascinante: la classe operaia va in Paradiso.

Setlist

Genesis Of Suffering
Vengeful Hymns
Force Fed Lead
For Flesh And All
Where the Sidewalk Ends
Stacking Bodies
Reality
Fed To The Starved
Kicked In Cadaver
Fuck Your Life

INFERI

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Sin dalle primissime battute, gli Inferi, gruppo in attività dal 2006 e autore di un pugno di opere davvero di buona levatura, con l’esordio “Divinity In War” (2007) a reggere la bandiera della qualità, dimostrano presenza scenica e sicurezza dei propri mezzi, benché ci voglia un po’ per carburare, visto un contesto che, a differenza della proposta dei gentiluomini del Tennessee, non bada troppo alle sottigliezze. Direttamente da Nashville, città che evoca generi musicali di diversa fisionomia, il quartetto, dopo un avvio di carriera molto sensibile ai dettami del melodic death finlandese e scandinavo, hanno progressivamente arricchito il proprio carnet stilistico attraverso robuste iniezioni technical e djent, laddove, a livello tematico, il materiale lirico delle varie tracce affronta questioni esistenziali e concetti cosmico/mitologici. Tali interessi, in sede live, tendono a rendere espansivo il sound di una formazione capace di regalare all’uditorio meneghino una performance bellicosa e allo stesso tempo suggestiva, una combo virtuosa che si affida, per emergere, soprattutto alle evoluzioni batteristiche di Nathan Bigelow e a un comparto vocale diviso tra i rauchi stridii del singer Stevie Boiser e il profondo growling del chitarrista Sanjay Kumar. Certo, l’act statunitense pare spingere molto più che su disco il pedale del groove e dell’assalto frontale, quasi a cercare di adeguarsi ai toni da macelleria dell’evento, riuscendo quindi a persuadere una platea riottosa a gettarsi in circle pit sufficientemente animaleschi. Succosa l’inclusione in scaletta di “The Rapture Of Dead Light” ed “Heaven Wept”, due piste estrapolate appunto da “Heaven Wept”, nuovo album in via di rilascio, nel mese di aprile, su Artisan Era, e che colpiscono favorevolmente le orecchie per un lavoro eufonico delle asce in grado di marcare di sinfonica imponenza le atmosfere tenebrose del set. Prestazione dunque impeccabile, convincente altresì per i (non) pochi scettici.

Setlist

The Promethean Kings
Eyes Of Boundless Black
The Rapture Of Dead Light
Heaven Wept
Heirs Of The Descent

200 STAB WOUNDS

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Pochi secondi prima che i 200 Stab Wounds salissero on stage, la temperatura all’interno della sala risultava tanto alta da evocare le sensazioni che si proverebbero a finire bolliti come rane all’interno di un pentolone d’acciaio. I ragazzi di Cleveland, attivi dal 2019, si fiondano sul palco con quella che si può solo descrivere alla stregua della più disinvolta ferocia, un’onda d’urto che centrifuga il death di primi Cannibal Corpse, Jungle Rot e Dying Fetus e il metallic hardcore di All Out War e Turmoil, per una selezione che mescola dieci pezzi pescati pressoché in egual misura da “Slave To The Scapel” (2021) e “Manual Manic Procedures” (2024). Da “Hands Of Eternity” a “Skin Milk”, passando per “Gross Abuse”, “Ride The Flatline”, “Parricide”, si susseguono canzoni grasse, tozze, troglodite, per le quali si sprecano mosh, stage diving e crowd surfing, un’epopea da tavolo operatorio clandestino che assume contorni da rancida bottega di cadaveri a ridosso di “Itty Bitty Pieces”, quando il vocalist e chitarrista Steve Buhl, sordo alle bestemmie che volano intorno , incita l’orda a riunirsi per l’ennesimo circle pit. Ciò che ottengono non è una risposta fisica tradizionale, bensì un tempestoso vortice di corpi che rischia di travolgere anche gli spettatori non presenti. In tale marasma, nel frattempo, se il bassista Todd Thompson sfoggia un ammirabile servizio di birre e un gilet di jeans con la firma Cannabis Corpse sul retro e sotto di essa la cover del debutto dei Gorguts “Considered Dead” (1991) , il pingue e radocrinito Raymond Macdonald imbraccia la sei corde indossando unicamente i mutandoni della nonna: il giusto bozzetto per incorniciare “Release The Stench”, una chiusa che soggioga a tal punto la venue da condurla al punto di massima effervescenza, sigillando a sangue un fetido numero da headliner. Stasera il ruolo, però, compete ad altri, e che altri!

Setlist

Hands Of Eternity
Masters Of Morbidity
Skin Milk / Tow Rope Around the Throat
Drilling Your Head
Gross Abuse
Defiled Gestation
Ride The Flatline
Parricide
Itty Bitty Pieces
Fatal Reality
She Was Already Dead
Release The Stench

CRYPTOPSY

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Alzi la mano chi non abbia riascoltato per l’ennesima volta “None So Vile” in occasione dell’arrivo nella vetusta Mediolanum dei Cryptopsy per il tour commemorativo di un album che quest’anno compie trent’anni tondi tondi, ma che, come si dice sempre in questi casi, sembra davvero scritto ieri. Un capolavoro capace di gettare le fondamenta del brutal/technical death metal più cerebrale e frenetico, eppure intriso di sostanziale equilibrio nei suoi eccessi e in grado di rientrare alla grande nello schema della forma canzone. E benché oggi della line-up originale resti soltanto il funambolico drummer Flo Mounier, accolto da un’ovazione appena si intravede dalle quinte, il fatto che la formazione sia la medesima dal 2011 consente una prova dal vivo precisa e pressoché priva di pecche, connessa alla natura novantiana del disco. Poscia il nastro introduttivo “For Whom The Bell Tolls”, vecchio e genuino singolo dei Metallica con accluso l’intervento a sorpresa di Dave Mustaine e che infiamma gli animi già accesi della torma, i canadesi si buttano tosto nella memorabile “Slit Your Guts”, ma poiché trattasi di una celebrazione e non di una riproposizione integrale del full-length, i brani di quest’ultimo vengono intervallati da alcuni bagliori dall’esordio “Blasphemy Made Flesh” (1994), da “As Gomorrah Burns” (2023) e dall’ultimo platter “An Insatiable Violence” (2025). Nel complesso, il concerto assume le sembianze di un flusso di coscienza depravato e distorto, condiviso assieme a una calca che sbava grumi di saliva dalle labbra, rotea gli occhi, considera il rigurgito una benedizione e le fratture scomposte un dono divino. Certo, la parola folle viene utilizzata così spesso nella musica extreme che spesso appare sin troppo iperbolica, eppure, osservando lo spettacolo tritacarne dei canadesi e le conseguenze del medesimo sulla moltitudine, essa sembra l’unico lemma in grado di spiegarne forza e significato, anche e specialmente in relazione alle extraterrestri transizioni ritmiche di Mounier dietro al monumentale drumkit, malgrado dei suoni meno all’altezza del previsto, e all’ugola belluina del sempre simpatico, interattivo e autoironico Matt Mcgacy. Il Nostro si conferma un frontman eccezionale, all’altezza del favoloso Lord Worm e affermando al contempo la propria identità all’interno della band attraverso un’interpretazione che trascorre con scioltezza e resistenza dai registri acuti a quelli gutturali, il tutto accompagnato da grottesche espressioni facciali e da un headbanging a mulino a vento così spregiudicato da ricordare le movenze cervicali del Corpsegrinder d’antan. L’allegra brigata di avventori che, autorizzata, inonda il tavolato, una piccola royal rumble nel corso della quale Mcgacy utilizza gli smartphone del resto degli avventori tea sottopalco per immortalare la singolare situazione e la vasta bocca di cui si giova, colma di sogghigni e smorfie, rappresenta la fotografia migliore per eternare una soirée da cuori guasti, allorché persino i di consueto compiti Christian Donaldson e Olivier Pinard volteggiano in stato di possessione mimica. D’altronde, abomination in the eyes of all that is holy, no?

Setlist

Slit Your Guts
Until There’s Nothing Left
Serial Messiah
Dead Eyes Replete
Benedictine Convulsions
Graves Of The Fathers
Godless Deceiver
Crown Of Horns
Phobophile
Orgiastic Disembowelment
Malicious Needs

Alle 23.20, al termine dello show, il pubblico defluisce pago, chi con il cervello fritto, chi con le frattaglie sottosopra, chi con la testa svitata dal collo, chi con le ascelle fumanti: la condizione ideale per affrontare le insidie del prossimo Festival di Sanremo.

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