Foto copertina: Jenny Risher
A più di 50 anni dall’ultima opera, dopo sporadiche collaborazioni, gli Alice Cooper si riuniscono ufficialmente per una nuova opera. “The Revenge of Alice Cooper” è in uscita il 25 luglio per earMusic: per l’occasione, abbiamo chiacchierato un po’ con Dennis Dunaway, bassista storico della formazione statunitense.
Ciao Dennis, benvenuto su Spaziorock. Come stai?
Molto bene!
L’album esce tra pochissimo, come ti senti?
Sono molto emozionato. Il sogno della band originale era divenuto realtà e ora sta per riaccadere 50 anni dopo.
Come mai questo titolo? Di chi vi state vendicando e come mai ci avete messo così tanto?
[ridiamo, ndr] Non è diretto a nessuno in realtà: forse, a quelli che ci hanno sempre disprezzato e che non hanno mai mancato occasione per renderlo noto. Ecco, se proprio dev’essere visto in questa maniera, è la vendetta dei nostri fan, che ci hanno sostenuto per tutti questi anni e ora possono dire “Ha-ha! Avevamo ragione!” [ridiamo, ndr].
Chi ha realizzato la copertina? Mi ricorda certi b-movies, tipo horror oppure sci-fi anni 50, ed è figo perché si abbina bene all’immaginario della band.
È vero! I film dell’orrore hanno sempre avuto molto a che vedere con noi. Amiamo Edgar Allan Poe, è stata la mia ispirazione per “Black Juju”. Ad ogni modo, Neal [Smith, batterista, ndr] ha avuto l’idea della vendetta, ed Alice disse: “Ho il nostro uomo”. Graham Humphryes, un illustratore inglese che ha fatto tantissimi film horror, se dai un’occhiata al suo sito vedrai che la nostra copertina c’entra perfettamente. Doveva andare così, “One Night Stand” è una canzone da film horror, per dirne una. E poi decapitiamo il cantante con una ghigliottina, voglio dire…
Com’è stato lavorare con Bob Ezrin di nuovo, dopo 50 anni? Nel frattempo è diventato uno dei più grandi produttori rock di sempre.
È stato bello, come sempre. Bob porta in studio un sacco di energie positive, era molto emozionato anche lui. E poi in realtà ci siamo visti spesso negli anni, lui è un tipo simpatico, è bello uscirci insieme in generale, infatti ci sono rimasto sempre in contatto. Non solo sapevamo che conosce esattamente la band, ma sa pure il fatto suo nel realizzare un disco che suona bene [ridiamo, ndr]. Ai tempi lo consideravamo il sesto membro. Sa bene come lavoriamo: tutti hanno un sacco di cose da dire, un sacco di idee, e se ci blocchiamo è lui a dire “Facciamo così”. Questa volta ha prenotato uno studio per 10 giorni e si aspettava che ne uscissimo con 5 canzoni, invece ne avevamo 11 o 12. Alla fine di quei 10 giorni, non avrei saputo nemmeno dirti i titoli dei brani, questo rende l’idea di quanto sia stato fast and furious. Amiamo Bob e lui è stato la ciliegina sulla torta. Non sarebbe uscito lo stesso lavoro con nessun altro produttore.

Perciò è stata la vostra prima scelta, immagino. Come se fosse una riunione di famiglia.
Di più: era la nostra unica scelta.
È incredibile che dopo tutto questo tempo – una vita, si potrebbe dire – siete riusciti a ricreare un sound. Questo disco è effettivamente il seguito di “Muscle of Love”: c’è il garage, c’è il glam, l’hard rock, perfino un pizzico di jazz..
“What a Syd” [ridiamo, ndr]. Quando provavamo, ai tempi, giocavamo a fingerci jazzisti e da lì è nata “Blue Turk”, che poi sarebbe finita in “School’s Out”, anche se non l’avevamo mai presa sul serio. L’idea originale di “What a Syd” è stata mia, poi Alice ha preso in mano la bozza e ha cambiato il testo, incentrandolo su Glen Buxton [chitarrista della band mancato nel 1997, ndr].
Perciò sarebbe lui il “Syd”?
Nono, era lui a dirlo sempre degli altri! Per dire, se facevi colazione con lui e rovesciavi il latte, ti diceva “What a Syd”, che è un modo per dire che sei un idiota [ridiamo, ndr].
Nel primo singolo, “Black Mamba”, ci suona anche Robby Krieger. Com’è nata la cosa?
C’è un mood un po’ voodoo in questa canzone, un po’ New Orleans. E la canzone parla di un serpente, quindi abbiamo tutti pensato che Glen avrebbe suonato una parte in slide. Robby era un amico di Glen, noi e The Doors passavamo molto tempo insieme a Los Angeles. Robby suona molto bene in slide, perciò eravamo tutti d’accordo fin da subito. È stato più difficile scegliere chi avrebbe suonato la chitarra in tutto il resto del disco, avevamo tantissime idee. Alla fine abbiamo optato per Rick Tedesco, che suonava sia con me nel Dennis Dunaway Project che con Neal nei Killsmith; e ha suonato la SG Custom di Glen, che è stata messa a posto per l’occasione. Glen appare un po’ da tutte le parti nel disco.
Appare soprattutto in “What Happened to You”, dove avete inserito alcune sue take di archivio. Com’è stato ascoltarle e decidere di inserirle?
Molto toccante. Alice ha ultimato i testi da solo, a Los Angeles, ma ora che posso sentire il lavoro finito sono fiero di come abbiamo reso onore a Glen Buxton. Lui è sempre con noi, anche quando non siamo tutti insieme. Se lo conoscevi così bene, come noi, difficilmente passa un giorno senza pensare a lui, aveva un umorismo davvero contagioso. In “Black Mamba” suona Robby Krieger, sì, ma comunque pensi a Glen.
Visto che l’hai anche nominata prima, cosa mi sai dire di “One Night Stand”?
L’ho scritta io e all’inizio si chiamava “Ate Alive”. Un ragazzo ha un’avventura di una notte con una ragazza, poi scopri che a lui manca il portafoglio, è stato derubato; ma ovviamente ad Alice non convinceva, lui deve mettere un twist in ogni cosa e così ha capovolto la situazione. È rimasta identica a come l’avevo scritta, eccetto per il testo che ha cambiato Alice.
Da come ne parli sembra che ad Alice non piacciano le cose semplici.
È così! [ridiamo, ndr] Ho scritto “Fireball” per uno dei suoi dischi [“Paranormal”, ndr] e nella mia versione la gigantesca luce nel cielo, che sembra l’arrivo di una bomba atomica, si rivela essere solo un sogno. Ma Alice la cambiò: è sì un sogno, ma il protagonista si sveglia e scopre che sta accadendo davvero. Io gli porgo il coltello e lui lo gira nella piaga, capito? [ridiamo, ndr].
E sei sempre soddisfatto? O ci sono volte in cui hai pensato che fosse meglio com’era prima?
C’è una cosa che i musicisti chiamano “Demo love”. Hai questa demo che ascolti a ripetizione e non vuoi che nulla cambi… Ma quando Alice cambia le tue parole, direi che il 99% delle volte le migliora. È il suo lavoro. Spesso, quando scrivo una canzone per lui, butto giù due strofe e un ritornello, per il resto lo lascio libero di procedere nella direzione che preferisce. Per descrivere meglio il concetto, è come se la demo fosse tuo figlio e ad un certo punto qualcuno gli taglia i capelli [ridiamo, ndr]. Qualunque cosa facciano Alice o Bob, o Neal, o Michael [Bruce, chitarrista, ndr] è quasi sempre per il meglio. Alcuni ci chiedono chi ha scritto cosa, ma abbiamo scritto tutto insieme, ognuno scrive le sue parti. Una volta che tiri fuori un’idea, a Neal non piace quando lo dico, è come se gettassi il tuo cuore in una piscina piena di piranhas, perché ognuno ci si avventerà [ridiamo, ndr]. Neal preferirebbe la metafora della vecchia auto arrugginita, in cui ognuno mette il suo per renderla una hot rod.
L’album sembrerebbe un omaggio ai vostri tempi. C’è la cover de’ The Yardbirds, “Crap that Gets in the Way of Your Dreams” contiene l’interpolazione di “All Day and All of the Night” de’ The Kinks. Mi viene da chiederti, ascoltate ancora soprattutto la musica di quegli anni oppure siete interessati anche a cose più moderne?
Un po’ e un po’. Ascolto molta musica nuova, adoro “All Too Well” di Taylor Swift. Sono aperto, soprattutto grazie alla musica che ascoltano mia moglie e mia figlia, sai, musica pop, ciò che passa in radio… La gente pensa che ascolto i miei dischi tutto il tempo ma non è così. Ecco, preferisco sentire “Astral Weeks” di Van Morrison, oppure The Who, The Kinks, The Yardbirds… Però la maggior parte della musica che ascolto è nella mia testa, quando guido o così via, cerco di spendere tutto il tempo che posso nel creare musica. Capita che mi trovo al supermercato e Cindy, mia moglie, mi dice: “Stai scrivendo, vero?”, allora io le chiedo come fa a saperlo e lei mi dice: “Perché stai muovendo la testa a tempo” [ridiamo, ndr].
È figo che riesci a scrivere mentre fai altro.
Mentre porto a spasso il cane, per esempio, perché il telefono non squilla e nessuno ti chiede di portare fuori la spazzatura o cose del genere [ridiamo, ndr]. Mentre guido, tante volte metto i Mumford & Sons, oppure Bob Marley o Bruce Springsteen, ci sono dei dischi che prediligo per i viaggi quando non voglio pensare troppo. Tuttavia, la maggior parte delle volte la radio è spenta, ma la musica è ad altissimo volume nella mia testa, e in un certo senso questa è l’essenza della musica: ciò che ti ricordi dopo che l’hai ascoltato. Ai vecchi tempi, lo chiamavano hook, ciò che faceva comprare il tuo disco dopo che l’avevano sentito una volta sola in radio, perché grazie ad esso sapevano il titolo del pezzo. Oggi le cose sono cambiate, ci sono tante belle canzoni ma di cui non ricordi nemmeno una frase. Ma non per noi, abbiamo scritto il nostro album così come abbiamo sempre fatto. Siamo migliorati come musicisti, ma eravamo sempre tutti nella stessa stanza a registrare, a discutere idee… Tutto molto spontaneo e divertente. Se una cosa non funzionava, ci lavoravamo finché non suonava bene.
Suonerete anche dal vivo queste canzoni? Avete pensato a un tour?
Nulla di definito. Tengo le dita incrociate perché credo sia ovvio, siamo una band da live, il disco suona da live. Quando scriviamo i pezzi, immaginiamo come saranno dal vivo. Siamo nella Rock and Roll Hall Of Fame grazie ai nostri show, è ciò che facciamo e ciò che siamo. Ci spero tanto e spero di venire in Italia, siccome non ci sono mai stato, dovevamo venirci prima che Alice partisse come solista. Però amo l’Italia e tanti suoi aspetti.
Allora speriamo di vedervi qui! Dennis, grazie per il tuo tempo. Vuoi lasciare un messaggio ai vostri fan che leggono Spaziorock?
We’re back, baby!





