Conosciamo i Vaeva nel primo pomeriggio di un torrido giorno di Sziget, in seguito a un’esibizione che ha provocato interesse negli spettatori europei e un ginocchio sbucciato alla frontwoman causa scivolata tra un pogo e l’altro. Nella difficile ricerca dell’angolino giusto per questa intervista – uno lontano da palchi e attrazioni – viene già spontaneo anticiparne i temi: si chiacchiera delle meraviglie dell’Isola della Libertà, si scambiano aneddoti, per contrasto, sui luoghi del profondo hinterland milanese.
È stupore fisiologico per un festival internazionale pieno di italiani, ma i cinque sono determinati a trasformare la lontananza da casa in una consuetudine. Conosciutisi tra i paesini della Brianza, Sara Nobili (voce), Jacopo Renzi (batteria), Michele Basilico (basso), Gabriele Coffanetti (chitarra) ed Edoardo Mereuta (chitarra) sono tutti classe 2005, ma la consapevolezza della giovane età non li ha certo resi meno sicuri di sé, nemmeno sul palco della primissima data estera. Qualcuno definirebbe la loro proposta un indie-rock “frizzante” (e avrebbe ragione); chi scrive ha notato soprattutto idee chiare, date sia dalla consapevolezza del progetto, sia dalla quantità di riferimenti sul piano creativo. Affiancati dalla produzione di nientemeno che Divi dei Ministri e da un comparto visivo curato nei dettagli, con una proposta che fonde nostalgia dei mai vissuti anni Duemila e spaesamento post-pandemico, i Vaeva hanno raccolto in breve tempo un seguito impressionante – rappresentando, per molti, un nuovo ritratto della gen z italiana nella musica alternativa – e puntano ad avventurarsi più spesso oltre i confini del Bel Paese. Quanto andranno lontano? L’abbiamo chiesto a loro.
Immagine di copertina: Fiorellino Magico
Ciao e benvenuti su SpazioRock! Come state?
Sara: benissimo!
Michele: benissimissimo.
Com’è andato questo live al Sziget? Impressioni a caldo?
Michele: allora, il palco sembrava che dovesse venire giù, era tenuto su da dei pallet… tutto assurdo, tutto assurdo.
Sara: non ci aspettavamo niente, ci aspettavamo due persone e invece ce n’erano tipo duecento.
Qua c’è davvero sempre musica, ventiquattro ore su ventiquattro…
Sara: però il nostro era quasi l’unico che c’era a quell’orario, più o meno. Cioè, c’erano pochissimi palchi con la musica alle due. Non c’erano molte opzioni se volevi sentire della musica! [ride, ndr]
Vi assicuro che avreste coinvolto comunque tutti. Dunque, vorrei partire un attimo dall’inizio: siamo conterranei, quindi condividiamo, della Brianza, il nulla che ci circonda…
Sara: [ride, ndr] esatto.
Michele: il non-luogo.
Come avete fatto a incontrarvi, come avete iniziato a suonare assieme?
Sara: allora, abbiamo iniziato più o meno quattro anni fa, eravamo noi quattro con un altro bassista. Poi, un anno dopo, abbiamo cambiato bassista, e adesso la formazione è ufficiale. In realtà è stato Jacopo, il batterista, che aveva iniziato, aveva questa idea di fare la band; dopo un po’ ha trovato l’altro chitarrista, Gab, nella stessa scuola, ma indirizzo diverso. Edoardo, invece, su un sito di incontri per musicisti.
Michele: non sentimentale, però.
Sara: esatto. Io sono arrivata dopo un po’, perché avevo appena fatto Instagram e mettevo lì dei post dove cantavo. Mi ha scoperta Jacopo perché abbiamo fatto l’asilo insieme…
Jacopo: davanti alla chiesa di Zoccorino.
Sara: giusto. Ancora di più un non-luogo. E poi, un anno dopo, abbiamo trovato Michele, amico di amici. Un giro disperato, perché non avevamo più un bassista, ovviamente, ed eravamo impazziti.
Michele: ci siamo beccati in un bar della Brianza prima ancora di conoscerci.
Ah, quindi c’è una storia nella storia.
Jacopo: esatto. Michele ha fatto una comparsata la notte di Halloween del 2023… o 2022? Comunque ci prendeva per il culo tantissimo.
Sara: avevamo un altro nome, in inglese. Era incomprensibile, non lo ripeterò.
Jacopo: metti tipo “T****e”.
Non so quanti asterischi devo mettere, ma andrò a sentimento. Comunque bello: sembra un po’ la classica genesi tra banchi di scuola, ma più complicata…
Sara: sì, abbastanza, perché eravamo al liceo. Poi abbiamo finito il liceo e siamo andati avanti a suonare.
Se doveste riassumere la vostra band con una scena, tipo quella di un film, quale sarebbe?
Michele: allora, io te la butto lì. Quella de “La casa di Jack”, in cui c’è il cadavere del bambino, vuole tipo tassidermare il bambino per farci… no, non è vero.
Jacopo: no, tipo la scena dove Gwen Stacy cade dal Big Ben in “The Amazing Spider-Man”.
Michele: quello in cui muore?
Jacopo: quello in cui muore, sì.
Sara: quella è la nascita dei Vaeva.
Jacopo: “Morbius”. Una scena che ci rappresenta perché…
Michele: perché stai sparando cazzate.
Jacopo: è difficile, questa domanda, troppo introspettiva.
Michele: dobbiamo trovare qualcosa che ci rappresenti, come…
Ma in realtà io pensavo più alle vibes.
Jacopo: ah, le vibes! Allora cambia tutto. “Daisy Jones & the Six”, è una serie su Prime Video sulla genesi di una band. È una band fake anni ’70, hanno ricostruito la storia: molto carina, forse un po’ ci somiglia.

Ha una vibe, direi, anche l’aspetto visivo della vostra band, a cui vi dedicate molto tra videoclip e vlog. Come li pensate, qual è il “processo creativo”?
Jacopo: da questo punto di vista siamo molto “School of Rock” o “Diario di una schiappa”.
Michele: praticamente tutti i posti in cui andiamo sono pieni di vlog cameras che riprendono ogni singolo momento della nostra vita.
Jacopo: guarda lì, una!
Aspetta che la guardo come Jim di “The Office”…
Sara: no comunque, dei video che si vedono sui social – Instagram, YouTube eccetera – ce ne occupiamo io e il batterista. In realtà il batterista edita e fa tutto. Poi ci mettiamo a pensare per ore e ore a cosa scrivere, le frasi… sono cose molto reali. Cioè, se noi diciamo che abbiamo fatto il video con zero budget, è perché è davvero così. Non avevamo neanche un euro per farlo.
Quindi quel lato è un po’ DYI, anche per quanto riguarda i concept.
Sara: abbiamo tantissime reference. Io passo il giorno, parzialmente, a scrollare su Instagram, però a mandare reel che hanno un senso per noi, quindi a studiare gli hashtag, a studiare l’algoritmo, l’orario in cui postare… è uno sbattimento a volte. Soprattutto quando alcuni video non vanno bene, che magari dici “ma cazzo, era fighissimo!”, e poi vai in paranoia e dici “ecco, non ha più senso niente”. Poi il giorno dopo al concerto dici “sticazzi dei video, è così bello suonare”! [ride, ndr]
Non sei l’unica che mi ha dato una risposta simile, sai?
Sara: nel senso, io non smetterei di farli perché mi piace un sacco farli, stare lì, pensarci, postare. Però a lungo andare, se ti ci fissi troppo sopra, diventa una para e basta…
Michele: secondo me devono essere più un mezzo che un fine.
Sara: esatto, esatto.
Parlando di reference: vorrei sapere un artista particolarmente influente per ciascuno di voi, e perché.
Sara: io non voglio dire lo stesso di Jacopo, quindi lo dirò per prima: i Paramore, ma in realtà soprattutto Hayley Williams. Cioè, me la studio, ho studiato i suoi concerti. Mi piace tantissimo come si muove sul palco, e poi anche per questo concerto in cui ho dovuto parlare in inglese mi sono studiata un po’ di cose che diceva per capire l’attitudine.
Michele: probabilmente Niccolò Contessa de I Cani. Amo tutti i suoi lavori, ogni sua canzone è bellissima. Fai più concerti, Niccolò, ti prego!
Gabriele: a livello della nostra musica non c’entra nulla, però quelli che mi hanno fatto venire veramente la passione per il suonare sono stati i System Of A Down. Passavo i pomeriggi a suonare le loro canzoni in camera, con il volume al massimo e il papà che bestemmiava…
C’eri al concerto di Milano?
Gabriele: sì. Appunto per questo, dicevo, uscito dagli I-Days, venire qua… è tutta un’altra cosa rispetto a quello che sta succedendo in Italia.
Edoardo: io Bob Marley, il primo è stato lui.
Trovo bello il fatto che diate risposte totalmente diverse tra loro. Jacopo, ti è stata rubata la prima risposta, dovrai darmene un’altra…
Jacopo: ti dico Fontaines D.C.
Hai un album preferito?
Jacopo: “Skinty Fia”: c’è la versione con edizione limitata. Vinile rosso, trovato a Firenze. Wow.

Parlando di testi: chi li scrive?
Sara: io. Mi danno degli aiuti ogni tanto, quando mi mancano le parole.
Hanno anche loro un filo conduttore, in questo caso un costante senso di spaesamento, un “vorrei fare, ma non riesco”… sarà strano, ma a me ricordano il covid.
Sara: sì, sì, assolutamente. Cioè, è stato da lì. In realtà ho iniziato a suonare con loro quando ero chiusa in casa perché mio padre aveva il covid: loro mi hanno scritto, ma io non potevo uscire di casa, quindi ho aspettato di riuscire a farlo per fare le prove. Da lì abbiamo iniziato a scrivere tantissimo. In realtà io scrivo dalle elementari – veramente robe terribili –, però mi sono resa conto involontariamente, negli ultimi anni, che il tema era quello. È una sensazione generale che percepisco non solo su me stessa, ma anche tanto di persone che mi raccontano, e dicono “che palle, perché bisogna essere così?”. Però è bello, perché almeno quando lo scrivi molte persone si rivedono e ti senti meno solo.
Jacopo: ma anche le canzoni che stai scrivendo adesso…
Sara: be’, quelle dopo saranno ancora meglio.
Spoiler!
Jacopo: ci concentreremo di più su questo tema.
Volevo giusto chiedervi: come immaginate la vostra musica evolvere nei prossimi anni?
Sara: da parte mia, testuale, sarebbe interessante collaborare con altre persone, perché io non so niente di songwriting, ho sempre fatto tutto totalmente a caso. Cioè, mai guardato neanche video, come mi viene, mi viene. Però sarebbe bello parlare magari con qualcuno che lavora proprio in quell’ambito, e magari potrebbe nascere qualcosa di totalmente diverso, o magari mi aiuta semplicemente a dire con parole migliori quello che voglio dire.
Con chi vi piacerebbe collaborare, se doveste scegliere un nome?
Jacopo: le Pacifica.
Sara: le Pacifica, sì. Un duo argentino con cui abbiamo suonato, tra l’altro. Abbiamo aperto il loro concerto, sono veramente carinissime, sono davvero brave. Quindi un bel feat argentino-italiano sarebbe molto interessante.
Jacopo: anche le Florence Road. Altri, non so… tu, Gab?
Gabriele: per gli italiani in realtà abbiamo un po’ di idee, però non so se posso dirle…
Sara: allora, se alcune delle idee che abbiamo si avverano, le vedrete nel nostro primo album. Lasciamo il dubbio!
Gabriele: per gli internazionali… boh?
Edoardo: per gli internazionali va bene tutto!
Jacopo: tipo Bbno$?
Michele: i Dov’è Liana sono considerabili internazionali? Sono francesi…
Gabriele: per come ci vediamo nel futuro… sicuramente più internazionali anche noi.
Quindi innanzitutto fare più date all’estero. Questa è la prima, o sbaglio?
Jacopo: la prima in assoluto.
Gabriele: quindi dopo lo Sziget essere più internazionali, soprattutto.
Mi servite su un piatto d’argento la mia solita ultima domanda: avete una venue dei sogni, un posto dove vorreste suonare assolutamente?
Michele: Mi Ami come Main Stage sarebbe molto figo.
Sara: io vorrei, almeno una volta nella vita, suonare a uno dei duecentomila festival americani dove ci sono degli artisti della madonna, e quattrocento altri artisti. Suonare lì, anche come artisti scritti in piccolo, però poi stare lì tipo quattro giorni e vedersi tutti i concerti, sapendo di suonare insieme a quegli artisti.
Che comunque, a parte il Mi Ami, vi vedo molto orientati sull’internazionale…
Sara: le reference dei video musicali, ad esempio, sono tutte di band americane, perché in America sta andando tantissimo. Il nostro concetto di band sta funzionando.
È un po’ un’estetica Y2K, da un certo punto di vista.
Sara: sì, sì, esatto. È anche il tipo di reference che mandiamo agli stilisti.
Il paragone con la situazione italiana, in effetti, non sussiste…
Jacopo: però sta nascendo qualcosa.
Verissimo, ed è molto interessante.
Jacopo: ci arriveremo, prima o poi.
Sara: speriamo bene!
Speriamo davvero. Grazie mille per la chiacchierata, ragazzi!
Sara: grazie mille!





