La recente separazione, non priva di polemiche, dal chitarrista e co-fondatore Anders Nyström non ha impedito ai Katatonia di lavorare a “Nightmares As Extensions Of The Waking State”, un disco che, pur proseguendo sulla falsariga dello scorso “Sky Void Of Stars”, sembra scegliere una strada intrisa di crepuscolare rarefazione attraverso l’innesto di tratti di moderno progressive rock . Con Jonas Renske ormai da tempo padrone assoluto del songwriting, gli svedesi riescono a tenere piuttosto stabile l’asticella della qualità, livello mantenuto anche grazie alla prova dietro le pelli di un Daniel Moilanen forse mai così duttile e incisivo. Ed è proprio il batterista scandinavo a raccontare ai nostri microfoni i dettagli del nuovo album, tra contributi personali e curiosità varie.

Daniel, direi di iniziare dall’attualità, ovvero con la separazione di Anders Nyström dai Katatonia e dalle sue dichiarazioni piuttosto polemiche nei confronti del gruppo e di Jonas Renske. Qual è la tua opinione sull’argomento?

Beh, quello che è avvenuto è un fatto, niente di più e niente di meno. Era giunto il momento per noi di separarci ufficialmente. Anders non era più attivo nella band da oltre due anni, quindi aveva senso che le nostre strade si dividessero. E non la definirei una notizia attuale, la notizia più recente è che abbiamo un nuovo album e una nuova formazione.

A proposito della line-up, la band ha visto l’ingresso di due nuovi chitarristi, Nico Elgstrand e Sebastian Svalland. È d’obbligo chiederti come si sono inseriti all’interno di una formazione pressoché stabile da un decennio.

Innanzitutto, abbiamo due nuovi chitarristi nella band e ciò accade per per la prima volta da un paio d’anni. Avere cinque persone nella formazione porta molta energia, ovviamente. Abbiamo già suonato con Nico in passato, ha sostituito Anders durante il tour europeo a supporto di “Sky Void Of Stars” nel 2023, quindi siamo già stati in giro con lui. Sebastian è il nuovo arrivato che non conoscevamo prima. È anche il più giovane della band al momento. Sono ambedue musicisti davvero molto talentuosi ed entrambi hanno portato un diverso tipo di vitalità. Nico è nel settore da decenni e ne ha profonda dimestichezza, ha suonato tanti generi, conosce tutti i nostri amici, ne abbiamo tanti in comune. Insomma, è del mestiere, ha un nome rispettato nell’industria musicale e ha la spina dorsale di un chitarrista heavy metal professionista ed esperto. È un cinquantenne che ormai ha trovato un proprio stile consolidato e ora lo sta convogliando nel sound dei Katatonia. Sebastian, visto che è più giovane, è cresciuto con il tipo di musica che c’è oggi, ha ascoltato molta roba contemporanea e ha appreso il moderno modo di suonare la chitarra progressive. E quindi sta portando proprio questo, che rappresenta qualcosa che prima non avevamo. Dunque abbiamo dei nuovi ragazzi in line-up con due approcci completamente diversi nel suonare la chitarra ed entrambi si adattano perfettamente alla band.

Dopo anni alle Peaceville Records, con “Sky Void Of Stars” i Katatonia si sono accasati in Napalm Records, label per la quale esce anche “Nightmares As Extensions Of The Waking State”. Sentivate l’esigenza di cambiare per pure motivazioni fisiologiche o per assicurarvi una visibilità superiore a livello “mainstream”?

Direi entrambe le cose. Con i Katatonia eravamo arrivati ​​a un punto in cui sentivamo di poter fare di più come band se avessimo usufruito di un maggiore supporto tecnico e promozionale. Non ci siamo limitati soltanto a rimanere nell’ambito commerciale della nostra etichetta precedente, ma siamo cresciuti oltre. Quindi Napalm Records, essendo un’etichetta molto più grande, è stata un’ottima scelta per noi. La loro esperienza e il loro ruolo nell’industria musicale hanno ovviamente aiutato molto i Katatonia. Hanno più forza, sono un’entità finanziaria e professionale diversa nel music business. Siamo un gruppo che aveva bisogno di una macchina più grande alle spalle, quindi passare alla scuderia tedesca è stato un ottimo passo per noi. Poi sono stati davvero gentili con noi  e siamo felici di pubblicare un altro album con loro.

Un album che dal titolo, tra l’altro il più lungo della discografia dei Katatonia, sembra orientato a tradurre in musica visioni oniriche provenienti dal nostro Io più profondo.

Beh, come da tradizione Katationa, “Nightmares As Extensions Of The Waking State” è un disco volutamente contorto e pretenzioso. Ma è anche abbastanza auto-esplicativo. I testi, la musica, il titolo e la copertina vanno tutti di pari passo. C’è un concetto alla base ed è quello degli incubi e dei sogni che si insinuano nella nostra realtà. Insomma, suona molto presuntuoso e credo che lo sia davvero. Ma è arte, capisci? Deve essere superba, in qualche modo anche tortuosa e misteriosa. In questo album, a livello tematico, ci occupiamo molto del subconscio e di tutto ciò che attiene alle visioni oniriche e al rapporto di esse con il quotidiano. Credo che ci vorrebbe una spiegazione dettagliata, in effetti ce ne sarebbe bisogno, ma non voglio parlarne troppo. Sarà una sorpresa.

Rispetto ai colori cupi delle cover dei dischi anteriori, l’artwork del nuovo lavoro, complice la presenza dei corvi neri soltanto sullo sfondo, presenta sfumature cromatiche più calde, un processo di ammorbidimento estetico che accompagna un sound sempre meno depressivo. Siete diventati degli individui quasi in pace con voi stessi?

Direi che iniziamo a invecchiare e dunque non possiamo andare in giro sempre cupi, lunatici e depressi, capisci? Siamo persone piuttosto positive e felici. Ma non è un artwork amichevole e non lo è l’album, non si tratta di un ascolto facile. I Katatonia continuano a fare quello che hanno sempre fatto. Affrontiamo quegli aspetti oscuri che forse non siamo in grado di combattere nella nostra vita quotidiana e che si riflettono nei nostri sogni e incubi. Malgrado siamo degli esseri razionali, non è qualcosa che si può risolvere con la logica.

Gli ultimi full-length sono stati scritti interamente da Jonas Renske e credo che questo valga anche per l’album di prossimo rilascio. C’è stato comunque un tuo contributo creativo?

Sì, esattamente, l’album è stato scritto nuovamente da Jonas, tranne per una canzone che è stata composta a quattro mani da Jonas e da Joakim Karlsson della black metal band svedese Craft. Il mio contributo personale è, come sempre, quello di far suonare il mio strumento musicale nel contesto delle canzoni che Jonas ha scritto. Perché lui scrive tutte le canzoni, scrive la musica, scrive le parti di batteria. Ma sta a me farle suonare vive. E sta a me farle suonare come vogliamo che suonino nei Katatonia di oggi. Quindi il mio contributo personale consiste semplicemente nel suonarli e interpretare le sue idee attraverso la mia mente, i miei pensieri e il mio approccio alla batteria. Se qualcun altro suonasse la stessa roba, suonerebbe molto diverso, credo.

Dal punto di vista musicale, in “Nightmares As Exstensions Of Waking State” continuano a far capolino quei tratti progressive già riscontrabili nei lavori più recenti e che ora rappresentano le rifiniture di uno stile complessivo che oggi potremmo definire dark/gothic rock. Impressione giusta?

Capisco cosa intendi e capisco l’idea dei Katatonia come un gruppo progressive. Ma non credo che lo siamo necessariamente. Penso che siamo, come hai detto tu, un gruppo dark rock dalle atmosfere gotiche. Molto atmosferica e molto, molto malinconica. E ovviamente abbiamo anche un po’ di roba tecnica, un po’ di prog, abbiamo anche elementi che forse ci renderebbero una band definibile come metal. Abbiamo doppie casse, assoli di chitarra e riff. Eppure, non siamo neanche un act metal in senso stretto. Siamo soltanto una band dark rock con un tocco progressive, benché non segua molto la scena progressive rock e metal odierna. Quindi non so che paragoni fare, davvero. Per me, il nuovo album rispecchia di più il sound moderno dei Katatonia.

Tra i brani maggiormente significativi della tracklist, emergono, per motivi diversi, “Winds Of No Change”, allo stesso tempo orecchiabile e cerimoniale, e una “The Light Which I Bleed” che personalmente considero un po’ il manifesto sonoro del disco. Penso sia stato stato duro non farli uscire come singoli…

Beh, credo che “Wind Of No Change”, che nel titolo gioca con la nota canzone degli Scorpions, sia il pezzo rock di questo album, come “Colossal Shade” in “Sky Void Of Stars”. È un brano lineare, semplice, in poche parole rock, ma con momenti doom e pieno di riferimenti satanici che, ovviamente, piacciono a tutti noi, soprattutto a Jonas che è un grande appassionato dell’immaginario diabolico di Deicide, Morbid Angel e Mercyful Fate. A proposito di “The Light Which I Bleed”, è stata una delle ultime canzoni inserite nell’album. Ed è diventata senza dubbio una delle mie preferite della tracklist. E come dici tu, è un manifesto , un inno. Credo che entrambe queste canzoni rappresentino due lati diversi del disco. Prese singolarmente, non suonano affatto come l’album e questo vale anche per “Lilac”. Però messe insieme suonano come un album dei Katatonia. E niente è fuori posto. Ma è stato anche molto difficile per noi scegliere i singoli per “Nightmare As Extensions Of The Waking State”, abbiamo avuto molte discussioni su quali sarebbero potuti essere i più adatti. Ti confesso che mi sarebbe piaciuto avere proprio “The Light Which I Bleed” come singolo, perché, in un certo senso, sento che rappresenta l’album.

E invece cosa puoi dirmi di “Efter Solen”? Se non erro, si tratta del primo brano in svedese dei Katatonia.

È la prima canzone in svedese inserita nel lotto ufficiale, ma è la seconda canzone svedese che abbiamo mai realizzato. In “The Fall of Hearts” avevamo una bonus track in svedese chiamata “Vakadan”, composta anch’essa con Joakim Karlsson dei Craft. Per me, “Efter Solen” è una canzone meravigliosa. E sono molto felice che siamo riusciti a includerla nell’album e non a renderla soltanto una bonus track. È un brano davvero molto speciale, è la prima canzone su cui Jonas e Joakim hanno lavorato insieme molto tempo fa. Quindi ha un significato speciale per questo. Risale a circa un decennio or sono. Dal punto di vista dei testi, è difficile per me spiegare delle liriche scritte in svedese, perché dovrei tradurne il significato. Personalmente, lo collego alla letteratura della mia nazione che mi piace e all’estate svedese. Diciamo che ha un’atmosfera molto svedese, è davvero difficile da spiegare. Spero che abbia lo stesso effetto che ha su di me anche per chi non parla la mia lingua. È fantastica e sono molto contento che ora possiamo averla.

Daniel, tu sei entrato nei Katatonia nel 2015, sostituendo un batterista come Daniel Liljekvist. All’epoca, ti sentivi schiacciato dalla pressione di dover prendere il posto di un musicista così amato dai fan?

Sì, certo che c’era pressione. Sono un fan dei Katatonia dal 1994, quando acquistai il loro primo album, “Dance Of December Souls”. Quindi è una band che mi accompagna da tutta la vita. E l’ho seguita attraverso i suoi diversi cambiamenti di formazione e di suono, dal black/doom al progressive metal. Quando mi sono unito a loro, speravo di portare tutto ciò che sentivo e che avevo imparato adattando i Katatonia al mio modo di suonare. Il mio obiettivo non è mai stato replicare lo stile di Daniel, perché ha uno stile davvero unico. È molto amato dai fan, ovviamente. Quindi il mio compito era fondamentalmente quello di entrare e riprendere da dove aveva lasciato. Non sostituirlo, ma semplicemente prenderne il testimone. C’era pressione, ripeto. Era una band più grande di quelle in cui ero stato in precedenza, con una discografia molto più lunga. Ma ero anche molto libero di fare quello che facevo e di mettere la mia anima e la mia identità nel mio modo di suonare. A questo proposito, non ho mai ricevuto alcuna pressione da Jonas o Anders sul fatto che dovessi conformarmi a un sound prestabilito. Penso che anche il loro modo di scrivere le canzoni sia cambiato da quando mi sono unito al gruppo. Quindi è semplicemente diventata una nuova era per la band e non di un mio ingresso in una vecchia era, il che è naturale come il resto della progressione dei Katatonia. Alla fine, è stato molto naturale entrare in questo mondo.

Hai suonato da protagonista in “The Fall Of Hearts”, “Dead End Kings”, “City Burials”, “Sky Void Of Stars” e ora in “Nightmares As Extensions Of The Waking State”. Ritieni che ci sia stata una vera evoluzione dall’uno all’altro album? O ciascun disco è un capitolo a sé stante?

Considero ciascuno un’evoluzione del precedente. “The Fall Of Hearts” è ovviamente il disco più progressive dei Catatonia, ma è il seguito di “Dead End Kings”, che è stato anche l’album più progressive che avessi mai suonato sino ad allora. Con “City Burials” abbiamo ribaltato un po’le cose, è un album più chirurgico, più freddo, più metallico, più elettronico. Ma anche in questo caso c’è stata una sorta di progressione, siamo passati dall’avere un po’ di elettronica a utilizzarla in misura maggiore. “Sky Void Of Stars” è stata una reazione a tutto questo, è un album rock dall’atmosfera live, leggermente più prog, ma anche più sobrio. Tutte le canzoni sono state scritte per essere suonate dal vivo. “Nightmares As Extensions Of The Waking State” ne è il seguito. Credo che sia ancora più misurato del precedente, eppure sembra più vitale che mai perché abbiamo una nuova formazione, nuovi musicisti che suonano nel disco. Dal punto di vista del sound, penso che sia più rock che metal e ciò mi sembra un ulteriore passo verso il prossimo regno dei Katatonia. Allo stesso tempo, pare anche che stiamo guardandoci indietro, tanto che il nuovo album quasi lo reputo un mix di “Sky Void Of Stars” e “Discouraged Ones”. Insomma, c’è sia quello che stiamo facendo ora che uno sguardo al passato.

E se ti volti indietro, a quale LP dei Katatonia pre-“Fall Of Hearts” daresti la palma del migliore?

I miei preferiti sono, e saranno sempre, il primo e l’ultimo disco. Con “Dance Of December Souls”, è stata la prima volta che ho sentito suonare il doom e il black metal in quel modo, quindi quell’album avrà sempre un posto speciale nel mio cuore. Lo ha anche il nuovo disco, ovviamente, perché è la cosa più avanzata che abbiamo mai fatto, il massimo che abbiamo mai raggiunto, il massimo in cui ci siamo impegnati.

Daniel, tu sei anche dietro le pelli dei Runemagick, band death dalle venature doom che, un paio di anni fa, con “Beyond The Cenotaph Of Mankind”, hanno mostrato di possedere un’aura maligna da far invidia ai più sulfurei act del genere. Immagino che la tecnica passi in secondo piano quando suoni con loro.

A differenza che nei Katatonia, le cui canzoni hanno strati così diversi tra loro, suonare con i Runemagick non è affatto una questione di tecnica, si tratta soltanto di suonare musica pesante. È quello che presumo provi Chris Reifert quando suona con gli Autopsy. Suonare pesante, suonare lento, suonare con groove, suonare musica aggressiva, è pura energia. E lasciare che sia questo a parlare. Non c’è bisogno di pensare. Non ci sono parti tecniche. C’è solo un death metal devastante, che è fantastico da suonare.

Per un periodo hai militato nelle fila dei Lord Belial, registrando, una ventina d’anni fa, il platter “The Seal Of Belial”. Esperienze black metal breve, ma intensa.

Conoscevo i ragazzi già da prima. Non ricordo esattamente, visto che si tratta di una ventina d’anni fa, ma Micke Backelin, il batterista, credo avesse problemi alle orecchie o alla schiena, e non poteva continuare a suonare nell’album successivo ad “Angelgrinder”. Così Thomas Backelin mi chiamò e mi chiese se volessi unirmi a loro. Non avevo altro da fare e quindi sì, ci andai. Iniziammo a provare, ma poi siamo andati subito in studio e abbiamo registrato “The Seal Of Belial”. In seguito, abbiamo avuto dei conflitti di impegni, per cui non potevo essere nella band quanto loro avrebbero voluto o pensavano che potessi. Non siamo più in contatto, in realtà, ma, se mai ci dovessimo vedere, i rapporti sarebbero ancora amichevoli. Mi mancano moltissimo i ragazzi, ho passato un periodo breve, ma divertente, e sono contento dell’album inciso con i Lord Belial.

Ti piacerebbe, in futuro, tornare a suonare con i Lord Belial o in altri progetti estremi?

Spero di sì. Mi piace suonare black metal e qualsiasi altra forma di musica estrema, quindi mi auguro che ci sia spazio per questo.

Tanto i Katatonia quanto tu personalmente siete in giro da molti anni. Hai notato dei cambiamenti significativi all’interno della scena underground svedese?

Onestamente, non saprei. Sono pessimo nel seguire quello che succede “nella scena”. Da quello che ho visto emergere, sembra che non sia cambiato davvero nulla. Ora che la spinta dei gruppi death HM-2 sembra essersi un po’ esaurita, aspetto soltanto che la scena melodic black metal di metà anni ’90 torni a farsi sentire. Forse l’ha già fatto, ma ci sono pochissime band o artisti, soprattutto nella scena metal, che propongono qualcosa di nuovo o di interessante al giorno d’oggi. Le mie “nuove” band preferite non sono nemmeno più nuove e non stanno nemmeno reinventando la ruota, capisci? Di recente, mi piacciono i Century, sono di Stoccolma e suonano heavy metal.

Nel 2025 suonerete in Italia due volte, al Wondergate Festival di Marina Di Altidona il 22 agosto e il 27 novembre all’Alcatraz di Milano, tappa nostrana del tour europeo a supporto di “Nightmares As Extensions Of The Waking State”. Insomma, non ci lascerete a bocca asciutta.

Dieri proprio di no. E poi adoriamo suonare in Italia, il pubblico è sempre fantastico. Non vedo l’ora di portare dal vivo il nuovo album e il nuovo tour per vedere se le reazioni saranno ancora migliori del solito.

Daniel, grazie mille per la tua disponibilità. Quale messaggio vorresti lanciare ai fan italiani dei Katatonia e ai nostri lettori?

Supportate la scena, comprate i nostri album, venite ai nostri concerti. A presto.

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