Più di trent’anni di carriera e non sentirli. L’ingresso nella Canadian Music Hall of Fame, il successo globale del documentario “Hate to Love” su Netflix e i record di presenze dell’ultimo tour sono solo alcuni tra i principali traguardi ottenuti dai Nickelback dalla pubblicazione di “Get Rollin‘”.

A distanza di quattro anni, la band canadese si prepara per l’uscita di “Everything Under The Sun“, prevista il 30 ottobre. Per il nuovo lavoro è stato seguito volutamente un processo di scrittura più rilassato e privo di pressioni, dando vita ad un risultato estremamente variegato che racchiude tutte le diverse sfaccettature del loro sound, proprio come anticipa il titolo stesso. Ed è proprio alla vigilia del lancio che abbiamo avuto l’occasione di fare una piacevole chiacchierata con Mike Kroeger, fondatore e bassista della band, che ci ha accompagnato dietro le quinte del nuovo progetto, della collaborazione con John 5 nel primo singolo estratto “Rattle The Cage” e della sensazione speciale di vedere la propria musica superare la prova del tempo per conquistare continuamente nuove generazioni di fan, dimostrando una straordinaria capacità di connettersi con un pubblico multigenerazionale.

Ciao Mike, è davvero un piacere incontrarti di persona e intervistarti.

Grazie a voi, sono felice di poter rispondere alle vostre domande.

Iniziamo dal nuovo album. “Everything Under The Sun“ arriva quattro anni dopo “Get Rollin’“. Questa volta avete deliberatamente rallentato il processo, lasciandovi più tempo e meno pressione. In che modo smettere di correre, almeno per un momento, ha inciso sul risultato finale?

Penso che siamo arrivati allo stesso punto a cui saremmo arrivati comunque, ma sicuramente un po’ più felici e con meno attriti. Per noi, pubblicare un album significa che non uscirà finché non è davvero pronto e finché non siamo soddisfatti di dove si trova. Quindi non è stato così diverso dagli altri sotto questo aspetto, tranne per il fatto che eravamo più felici, c’era un ritmo più agevole e quando non avevamo voglia di lavorare non lavoravamo, per poi ritornarci più tardi. È stato un ritmo rilassato.

“Everything Under The Sun“, come dice il titolo stesso, riassume a tutti gli effetti tutte le diverse sfaccettature dell’universo Nickelback: da brani più heavy fino ai pezzi più melodici e introspettivi. Era proprio questa l’intenzione, ossia raccogliere tutte le vostre diverse identità nello stesso disco, oppure il titolo è arrivato dopo?

Il titolo è arrivato dopo. Come per qualsiasi altro disco dei Nickelback, non partiamo mai con un vero piano: vediamo semplicemente cosa viene fuori brano dopo brano. Quando abbiamo guardato l’insieme ci siamo detti che dovevamo intitolarlo “Everything Under the Sun” perché proprio perché estremamente variegato e ampio.

E c’è in particolare una di queste sfaccettature che ti piacerebbe che il pubblico scoprisse meglio nei prossimi mesi?

Ci sono un paio di canzoni un po’ diverse dal solito. Ad esempio “Bottled Dreams” oppure “Technicolor Steamboat”, che è molto strana e particolare, e siamo felici di diventare un po’ strani. Le hai ascoltate?

Sì e ricordo quella canzone perché è esattamente come la descrivi: è strana e particolare per voi.

Molto diversa per noi, non avevamo mai fatto niente del genere prima ed è stato davvero divertente.

Credo che quella sia la cosa più importante. Parlando di altri brani, “Rattle The Cage” ha una storia particolare: l’idea esisteva da anni ma avete continuato a rimandarla da un album all’altro senza riuscire a trasformarla in una canzone finché, questa volta, non è arrivato il suo momento. Cosa vi ha fatto capire che questa versione era finalmente quella giusta?

È una domanda difficile a cui rispondere perché a volte hai riff o frammenti di canzoni che non sono ancora pronti per diventare brani completi. Credo che il riff di “Rattle the Cage” sia nato dalle sessioni di scrittura di “Feed the Machine“, due album fa. Ci abbiamo provato su “Feed the Machine”, ma non si è concretizzato. Su “Get Rollin'” stessa cosa: non avevamo ancora un testo o un titolo, era solo una parte di chitarra, e non ha funzionato. Poi ci abbiamo riprovato per questo album, e questa volta ha funzionato ed è diventato una canzone.

Quindi mi pare di capire sia una questione di tempo, sensazioni e dell’identità dell’album.

Non so spiegare perché, semplicemente prima non funzionava e poi ha funzionato.

Ho sentito da altre interviste che questo brano (“Rattle The Cage”, ndr) nasce anche dall’energia che avete ricevuto dal pubblico durante i concerti. Dopo migliaia di show, il pubblico può ancora cambiare il modo in cui scrivete una canzone?

Beh, sì: quella canzone parla molto dell’esperienza di stare in un mosh pit a uno show. Quando guardiamo il pubblico dal palco e vediamo la loro esperienza, ti dà qualcosa di cui scrivere. E ci siamo passati tutti: quando ero più giovane andavo nei mosh pit e mi divertivo, quindi sappiamo cosa si prova. Il nostro pubblico è il migliore.

Passiamo a “Leave Me Behind“. È quasi l’opposto emotivo di “Rattle the Cage“: c’è vulnerabilità, il desiderio di sostenere qualcuno, ma anche la paura di essere lasciati indietro. Più passano gli anni, più è facile scrivere in maniera personale oppure diventa più difficile decidere quanto di sé mettere in una canzone?

Penso che se ne hai la capacità, sia facile scrivere canzoni sulla tua vita, perché è la tua storia. Il concetto di essere lasciati indietro è qualcosa in cui chiunque può immedesimarsi. Chad è un fantastico esempio di qualcuno che sa scrivere storie autobiografiche in cui le persone si immedesimano. “Leave Me Behind” ne è un esempio, così come “If I Don’t Go”, che è molto dal cuore ed è basata su sensazioni che ha provato crescendo.

Parliamo adesso del featuring con John 5. Avete parlato della volontà di spingere i limiti dal punto di vista chitarristico. C’è qualcosa in particolare che avete scoperto lavorando con lui che non ci sarebbe mai stato in una normale sessione dei Nickelback?

Tutto per quanto riguarda ciò che ha fatto e come ha cambiato il suono generale della canzone: è stato drastico e nessun altro avrebbe potuto farlo, perché è un musicista davvero unico. Avevamo già finito la canzone e cercavamo qualcuno che le desse un nuovo sapore. Ha cambiato tutto e la canzone non sarebbe la stessa senza di lui.

Abbiamo intervistato di recente anche i Don Broco. Non posso pertanto non chiederti della collaborazione nel brano “Nightmare Tripping“: com’è nata e com’è stato lavorare con loro?

Sfortunatamente non ho potuto lavorare direttamente con loro perché avevano già un bassista, quindi non avevano bisogno di me (ride, ndr)! Ma Chad e Ryan hanno potuto farne parte e cantare le loro parti. I Don Broco ci hanno contattato tramite i nostri manager chiedendo se fossimo interessati a partecipare a un loro brano. Ryan ha ascoltato la canzone, voleva davvero lavorare con loro e gli piaceva molto “Nightmare Tripping”. Quello che hanno fatto Ryan e Chad è fantastico e sono davvero felice che l’abbiamo fatto. Magari potrò essere coinvolto nella prossima!

Glielo chiederemo nella prossima intervista che faremo ai Don Broco.

Dì loro che la prossima volta voglio davvero il posto!

Te lo farò sapere! Rimanendo sul tema delle collaborazioni, c’è qualcuno con cui oggi vi piacerebbe fare qualcosa, magari qualcuno musicalmente lontanissimo dai Nickelback?

È una buona domanda. Sembra che queste cose siano più fighe quando nascono spontaneamente, come con i Don Broco. Non ho nessuno in particolare in mente in questo momento, ma se venissi contattato valuterei la cosa e darei una possibilità a chiunque. Ad esempio prima che ci contattassero, nessuno di noi conosceva i Don Broco né la loro musica. Poi ho ascoltato “Nightmare Tripping” e ho pensato che fossero fantastici. È difficile conoscere tutto al giorno d’oggi perché la musica che circola è davvero tanta e non so come facciano i giovani a stare al passo. Milioni di brani vengono caricati continuamente ogni giorno ed è come cercare di raccogliere un bicchiere d’acqua nell’oceano: è davvero troppo. Questo rende inoltre l’ambiente estremamente competitivo ed è difficile conquistare i fan e tenerseli stretti.

Tutto va veloce e la musica va più veloce che mai.

Sì, sono completamente d’accordo.

Parliamo degli eventi degli ultimi anni: oltre al nuovo album sono successe tante cose tra cui l’ingresso nella Canadian Music Hall of Fame, il documentario “Hate to love”. Come vi sentite oggi? Percepite di essere in una fase diversa della vostra carriera, in cui non dovete più dimostrare chi sono i Nickelback?

Non credo che abbiamo dovuto davvero dimostrare chi siamo da molto tempo, ma penso che le persone, soprattutto grazie al documentario, ci conoscano meglio ora. Non avevamo mai raccontato davvero la nostra storia né preso il controllo della narrazione, e penso che questo abbia risposto a molte domande.

E vi capita mai di soffermarvi sul pensiero che, dopo più di trent’anni di carriera, avete letteralmente accompagnato la crescita di millennial che oggi da adulti vanno ancora ai vostri concerti e magari erano bambini quando uscivano “Silver Side Up“ o “All the Right Reasons“?

È una cosa straordinaria vedere il pubblico cambiare ma, più di tutto, adesso queste stesse persone tornano ai nostri concerti anche con i propri figli. Quando guardiamo dal palco vediamo persone sempre più giovani, mentre noi diventiamo sempre più vecchi.

Voi avete la stessa energia ed è fantastico che continuino a venire ai concerti e a creare nuovi fan.

Esatto, ci stanno creando nuovi fan, il che è bello.

E quindi, al contrario, quando vedete una generazione più giovane cantare le vostre canzoni cambia la vostra percezione di quello che avete costruito?

Quando pubblichi musica contemporanea e la gente del momento la recepisce, è molto bello. Ma quando vai avanti di 10, 15 o 20 anni e le nuove generazioni continuano ad apprezzarla, è ancora più bello perché dimostra che il fascino va oltre il momento dello zeitgeist e trascende l’epoca in cui è uscita. È abbastanza forte da competere ed essere riconosciuta ancora oggi, il che è davvero speciale.

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