Ogni volta che ascoltiamo un disco, ogni volta che il nostro sguardo si posa su un quadro, ogni volta che leggiamo un libro, la nostra mente pone in essere un processo associativo che coinvolge memoria, riconoscimento di pattern ed integrazione concettuale. Questo meccanismo si traduce nella capacità di sovrapporre l’opera di cui stiamo fruendo a quelle custodite nella nostra memoria, individuando somiglianze strutturali profonde; in ambito musicale, questo pensiero associativo, tramite una decodifica stilistica, genera un ascolto ipertestuale, consentendoci di risalire alle influenze più o meno evidenti che possono aver avuto un ruolo nella stesura del brano che stiamo ascoltando. Se un riff di chitarra in un certo pezzo ci ricorda Hendrix, se un determinato sintetizzatore ci riporta immediatamente ai Depeche Mode, significa che il nostro cervello, per utilizzare un’espressione cara ai giuristi, sta “risalendo alle fonti”.
Ma cosa accade quando ci ritroviamo al cospetto di una di queste fonti? Cosa succede quando non è più possibile andare a ritroso?
Trovarsi ad ascoltare “From The Dark“, terza fatica discografica di Tony Iommi, equivale ad assistere ad una lectio magistralis di un padre costituente, di un autore citato in quei testi che servono a preparare un esame universitario. Tuttavia, a differenza di altri generi musicali, ciò che noi conosciamo come heavy metal è indissolubilmente legato al nome di Iommi, ed alla nera fuliggine delle ciminiere di Birmingham che ha permeato ogni sua nota.
In buona sostanza: come ci si approccia ad un disco di colui che, a detta dei massimi esperti, è il padre fondatore del metallo pesante? Cosa ci si può attendere da una “fonte primaria” dell’oscurità in musica? Una nostalgica tradizione o un’innovazione che sa di tradimento?
Le note distorte di “Over The Violent Sun” tracciano le coordinate artistiche dell’album: heavy metal della vecchia scuola, sospeso tra oscurità ed epicità, sorretto da quei riff pachidermici che sono stati il pane quotidiano per intere generazioni di chitarristi. Se la sei corde di Iommi è il cardine attorno a cui ruota tutto il disco, il contributo di Jorn Lande si rivela essere fondamentale, donando enfasi alle parti in cui il pathos sale in cattedra. Se al primo ascolto si ha l’impressione di trovarsi di fronte a del materiale scritto pensando a Ronnie James Dio come frontman, sarebbe un errore ridurre a mera emulazione la performance del cantante norvegese; senza dubbio Lande adotta l’approccio di una delle voci più celebri del metal, ricalcandone la teatralità ma aggiungendo il suo inconfondibile timbro rauco e ruvido.
Se la ritmica di “Black Times” sembra uscire direttamente dal disco di esordio dei Black Sabbath, “World Alone” ci ricorda maggiormente la produzione successiva all’abbandono di Ozzy, con atmosfere epiche su cui la vocalità di Lande può esprimere tutta la sua maestosità, catturando appieno lo spirito anche di momenti più malinconici ed introspettivi, come avviene in “Beyond The Dead”. “Stormwatcher”, con il suo incedere lento ed inesorabile, è forse l’episodio più potente e “pesante” dell’album, portandoci indietro nel tempo fino al lontano 2009, anno in cui fu pubblicato “The Devil You Know”, la cui eredità è chiaramente percepibile ancora oggi. “Return Of The Arbalist” è il momento più veloce e concitato, mentre “Death Wake” e la conclusiva “Legacy” rappresentano la controparte più intima ed umana di “From The Dark”, riuscendo a farci scorgere un tenue barlume di luce in una coltre di tenebre.
Se Tony Iommi rappresenta il prototipo del chitarrista heavy metal e se Jorn Lande riesce a calarsi alla perfezione nel ruolo che il disco richiedeva, dalla sezione ritmica era forse lecito attendersi qualcosa in più. Becky Baldwin al basso e Karl Brazil alla batteria si limitano ad accompagnare le ritmiche rocciose del chitarrista inglese, senza sbavature, ma forse anche senza velleità.
Come ci aspettavamo, una delle “fonti primarie” non è arrivata al paradosso di smentire sé stessa, ma nemmeno ha ceduto alla tentazione di cavalcare l’onda della nostalgia: in quarantadue minuti, distribuiti su otto brani, “From The Dark” riesce a racchiudere le più importanti sfumature artistiche della carriera di Tony Iommi, catturando sia le ombre più cupe e tetre che i momenti più epici ed eterei. Una produzione moderna e senza troppi orpelli riesce a garantire freschezza ad un lavoro che affonda le sue radici nell’heavy metal delle origini, rispettandone lo spirito essenziale, a tratti spartano, ma ancora oggi intatto nel suo carisma oscuro. Nonostante i brani si muovano tutti all’interno di territori già esplorati, il loro fascino risiede anche nella capacità di colui che ha contribuito a tracciarne i confini di attraversarli nuovamente, ad oltre 50 anni di distanza, evocando le stesse, potentissime vibrazioni. Tutti gli episodi della tracklist riescono a conservare la loro autonomia, facendo emergere in un paio di note la mente che li ha creati; quello che forse manca è la forza di una “Mob Rules”, di una “Children of the Sea”: quelle pietre miliari che trasformano un lavoro discografico in un caposaldo del genere.
Se è vero che nulla e nessuno potrà mai restituirci i Black Sabbath o gli Heaven and Hell, è altrettanto vero che questo terzo lavoro discografico di Tony Iommi riesce a porsi in linea di continuità con tutti i principali momenti della sua carriera, senza mai cadere nell’autocelebrazione. Non è dato sapere cosa ci riserverà il futuro, ma una cosa è certa: abbiamo ancora un disperato bisogno di oscurità.
Tracklist
01. Over the Violent Sun
02. Black Times
03. World Alone
04. Beyond The Dead
05. Stormwatcher
06. Death Wake
07. Return Of The Arbalist
08. Legacy

















