Quasi 15 anni alle spalle, ma i Rival Sons sono in una delle migliori fasi della loro carriera. Lo scorso anno la band statunitense ha pubblicato, a distanza di pochi mesi ben due album, “Darkfighter” e “Lightbringer” e da allora è in tour, dilettandosi tra festival e show da headliner. A pochi giorni dal loro ritorno in Italia, il prossimo 8 luglio al Pordenone Blues Festival, abbiamo avuto occasione di parlare con Scott Holiday. Il chitarrista della band si è intrattenuto con noi in una piacevole discussione, nel quale ha sviscerato le motivazioni dietro ai due nuovi album, parlando anche del suo modo di lavorare in una continua ricerca e sperimentazione sonora.

Ciao Scott, benvenuto su SpazioRock! Come stai?

Bene, grazie! Siamo in tour e stiamo facendo un sacco di show diversi, sta andando alla grande!

Fantastico! L’ultimo paio di anni è stato pazzesco per voi, nel 2023 avete pubblicato due album “Darkfighter” e “Lightbringer”. Prima di tutto, come mai avete scelto di rilasciare due dischi in così poco tempo?

Le sessioni di scrittura e registrazione sono state uniche e quando abbiamo finito ci siamo messi ad ascoltare il risultato. Erano molte canzoni e abbiamo avuto la sensazione che le storie raccontate fossero due e non solo una. Quindi abbiamo pensato inizialmente ad un doppio album, ma una cosa simile è un rischio di questi tempi, l’attenzione di chi ascolta musica è sempre più breve e un doppio album è impegnativo. Quindi abbiamo deciso di pubblicarne due a distanza di poco tempo. Anche perché in questo modo si aveva il tempo di ascoltare e digerire per bene una parte prima di quella successiva.

Parlando dei temi che vengono esplorati in questi due album, come sono collegati tra di loro?

Sicuramente sono collegati a livello tematico. Non posso parlare direttamente per quanto riguarda i testi, che ha scritto Jay [Buchanan, cantante della band, ndr], ma parlando con lui e per quanto riguarda la mia interpretazione dei brani, “Darkfighter” parla di negatività, di conflitti e di mancanze, mentre invece “Lightbringer” è un passo verso la positività, la purezza, il risolvere questi conflitti.

Credo che queste differenze si sentano anche dal punto di vista musicale.

Sì, ed è una conseguenza naturale di come lavoriamo. Se ad esempio Jay parte da qualcosa che manifesta più emozioni oscure vado in una certa direzione, altrimenti in un’altra. È come la pittura, se hai una tavolozza con colori più scuri, dipingerai qualcosa di più cupo, con tanto nero e tanto blu. Insomma, se parto da un testo cupo è difficile utilizzare tanto giallo, ad esempio.

Questo aspetto si vede anche sulle copertine degli album: “Darkfighter” ha colori molto scuri, quella di “Lightbringer” invece è più brillante.

Sì, assolutamente, deriva da quello. E queste tematiche sono venute fuori perché gli ultimi anni non sono stati semplici per nessuno, c’è stata la pandemia, una situazione politica per niente facile in varie parti del mondo. Tutte queste cose si sentono nel nostro cuore e certe volte è molto meglio non tenerle dentro, ma parlarne apertamente nelle canzoni, di modo che il messaggio venga anche recepito più facilmente da chi ascolta.

Parlando invece dei concerti, penso che i vostri live siano davvero fantastici, perché è lì che viene veramente fuori l’essenza dei Rival Sons. Quindi volevo chiederti, quando scrivete una nuova canzone, quanto pensate all’impatto live?

Dipende dal momento. Se siamo in una fase di scrittura è molto difficile che ci pensiamo, almeno io. Poi però quando siamo in studio a registrare e suonare è molto più facile pensare a quello. Anche perché suonando o vedendo gli altri che suonano capisco quello come quel determinato pezzo risuona in me e quindi inevitabilmente penso a come possa essere per i fan che lo sentono dal vivo. E ovviamente scriviamo canzoni per suonarle dal vivo, è il tipo di band che siamo. Diciamo che non siamo nella nostra fase “Sgt. Pepper’s”, ci impegniamo per suonare tutto quello che pubblichiamo [ride, ndr]. Anche pezzi che sono più assurdi, più pesanti, più strutturati, con tante tonalità diverse. Stiamo suonando le tracce di questi album tutte le sere e ci rendiamo sempre conto di come abbiano molta dinamica e richiedano molto impegno. Ce ne sono alcune particolarmente impegnative, come “Darkside” o “Darkfighter”, ma diamo sempre il massimo per avere una grande resa. L’intenzione è di suonare tutto regolarmente. Quindi sì, l’unico momento in cui non ci penso è quando sono proprio nella fase creativa. Mi preoccuperò in futuro poi di come renderlo sul palco.

A proposito di “Darkfighter”, la canzone, volevo parlartene perché credo che sia uno dei vostri migliori pezzi e che dal vivo guadagni anche di più.

Grazie mille, ne siamo davvero orgogliosi. Abbiamo iniziato a lavorarci molto tempo fa, è stata la prima traccia a cui abbiamo lavorato quando abbiamo iniziato a scrivere per “Feral Roots”, ma in quel momento eravamo particolarmente creativi e abbiamo scritto un sacco di altre cose in poco tempo. Alla fine ci siamo resi conto che l’album era già fatto e che questa traccia di 9 minuti non ci sarebbe stata bene, quindi l’abbiamo messa da parte. Quando poi ci siamo rimessi a scrivere l’abbiamo ripresa e abbiamo immediatamente detto che bisognava partire da lì, era l’introduzione perfetta al nuovo capitolo.

RivalSonsPordenone

Tornando invece al tour, tra pochi giorni suonerete a Pordenone. Non è passato molto dall’ultima volta che siete venuti in Italia ed è fantastico che possiate farci visita così spesso, ma cosa dovremo aspettarci questa volta?

L’anno scorso a Milano è stato un concerto fantastico, il pubblico era davvero carico! E si notano le differenze da un Paese all’altro. Io cerco sempre di guardare più le somiglianze, il fatto che comunque siamo tutti lì perché ci piace la stessa cosa, vogliamo cantare, vogliamo ballare, ma è bello vedere anche come il pubblico si comporta in modo diverso nei vari posti e in Italia siete sempre incredibili. Amiamo suonare lì, le persone sono fantastiche, il cibo è fantastico, siamo sempre felici di venire in Italia! L’anno scorso a Milano stavamo supportando i due nuovi album, quindi abbiamo suonato diversi pezzi da quei due e la setlist era incentrata su quelli, ma questa volta sarà diverso, suoneremo pezzi da tutta la nostra carriera e ci sarà qualcosa che probabilmente non avete mai sentito prima dal vivo. Oltre a ciò abbiamo appena pubblicato una nuova edizione di “Head Down” e quindi ci sarà anche qualche traccia extra da lì.

Come hai detto all’inizio durante questo tour state facendo un sacco di show diversi, tante date sono da headliner, altre in festival enormi, tipo Hellfest. Che tipo di show preferisci?

Ho sempre detto che mi piacciono entrambi in ugual modo, ma forse se parliamo nello specifico di questo tour devo protendere un po’ versi quelli da headliner. Suonare in un festival è fantastico, innanzitutto perché hai la possibilità di suonare davanti a folle oceaniche, se consideriamo festival come Hellfest credo che suoniamo davanti a 60mila persone. Però poi ci sono diversi fattori che entrano in gioco. Innanzitutto, ovviamente non tutte quelle 60mila persone sono attente a quello che fai sul palco. Poi è tutto più frenetico, c’è meno tempo per soundcheck e così via, il set dura meno tempo ed essendo all’aperto possono esserci diverse problematiche. In questo tour abbiamo suonato live durante delle tempeste e altri in cui si moriva dal caldo [ride, ndr]. Gli show da headliner sono più tranquilli da questi punti di vista, tutte le persone sono lì per noi e possiamo suonare come e quanto vogliamo. Quindi, ovviamente adoro suonare ai festival e sono sempre contento di averne la possibilità, ma credo che per la prima volta dirò che preferisco gli show da headliner [ride, ndr].

Credo anche che in quei casi si raggiunga un livello di connessione e di intimità con il pubblico che è difficile raggiungere ad un festival.

Sì, è vero. Ci sono band molto grosse e anche più abituate a suonare davanti a decine di migliaia di persone che intrattengono anche grazie ad una grossa produzione, scenografie incredibili e così via, ma noi non siamo quel tipo di band. Se suonassimo davanti a così tante persone avremmo sì una produzione più grande, ma niente di incredibile. Siamo old school da quel punto di vista, quello che ci interessa è la crudezza dell’esibizione in sé.

Una delle cose migliori delle vostre canzoni è il fatto che suonate musica principalmente influenzata dagli anni ’70, ma in qualche modo riuscite sempre a mantenere il vostro sound moderno e dinamico. Non è troppo vintage o vecchio. Come lavorate da questo punto di vista?

Credo che il punto sia nel fatto che in realtà abbiamo tantissime influenze diverse, anche se alcune vengono fuori poco alla volta e si notano meno. Però ci rifacciamo tantissimo anche agli anni ’50 e ’60, non solo ai ’70. Poi parlando per me, ho fatto il liceo quando c’è stata l’esplosione del grunge all’inizio degli anni ’90 e anche quello mi ha segnato tantissimo. Mi piace anche prendere spunto dalla musica elettronica, anche se magari si nota meno. Il punto è che non ho mai smesso di ascoltare musica e quando scrivo viene fuori tutto. Può essere qualcosa uscito settimana scorsa, come qualcosa di 70 anni fa, ma alla fine il mix di tutto quello che mi piace a livello di scrittura e suoni è un qualcosa di estremamente personale e di moderno. Credo che da questo punto di vista sia importante reinventarsi sempre.

ScottHoliday

La cosa importante è non creare copie di qualcosa che già esiste.

Esatto. Poi ci sono magari casi in cui le influenze sono evidenti, ma va benissimo, è giusto così. L’importante è rielaborare, il problema non è mettere una citazione o un omaggio, quello è un qualcosa che fai appunto per rendere omaggio ad una band. Ad esempio non verrò mai a dirti che non so chi siano i Pink Floyd, parlando di questo se prendi la nostra canzone “Destination On Course” da “Great Western Valkyrie”, nel finale c’è una chiara citazione a “Echoes”. Ma questo non significa che la canzone è copiata in qualche modo, la canzone ha una sua precisa identità e quello che ho voluto fare è inserire questo omaggio per ringraziare una band che per me è stata importantissima. È una cosa che si fa in qualsiasi tipologia di arte, nella scrittura, nella pittura, nella filosofia, ovunque.

Invece parlando di te come chitarrista, hai uno stile a suo modo iconico, quasi quanto i tuoi outfit sul palco. Quanto lavori sul suono della tua chitarra e in futuro cosa ti piacerebbe fare di diverso?

Ci lavoro continuamente, tutti i giorni. Forse dire tutti i giorni è esagerato, ma comunque in generale è una cosa a cui sto molto attento e ogni volta che lavoriamo su un album nuovo cerco sempre di cambiare tante cose, faccio esperimenti e così via. Provo nuove chitarre, nuovi pedali, nuovi amplificatori, nuovi pick up. Una cosa che mi piace tantissimo fare è creare diversi setup e cercare di suonare nello stesso modo, per vedere quale setup mi piace di più e si adatta meglio a determinate cose. Spendo tantissimo tempo a fare questi esperimenti, mi piace molto. E come ho detto, mi piace cambiare spesso le chitarre. Ad esempio ora in tour ho una Gibson ES-345, che probabilmente non mi ero mai portato dietro prima, oltre a molte altre chitarre che magari ultimamente ho usato meno. Quindi sì, mi piace molto sperimentare e fare cose nuove e diverse. L’altro giorno stavo parlando con Dave [Beste, bassista della band, ndr] e gli dicevo che mi piacerebbe fare un album che non c’entra nulla con il genere che facciamo noi, qualcosa che sia più industrial, synth pop e così via. Probabilmente ai nostri fan una cosa del genere non piacerebbe per niente [ride, ndr]. Non è che non mi piaccia più il rock n’ roll, anzi, lo adoro e lo suono sempre molto volentieri, ma appunto ho sempre questa voglia di spingermi più in là. Questo deriva anche dal fatto che mi piace ascoltare davvero un sacco di musica diversa. Quindi sì, mi piacerebbe fare qualcosa di diverso, ma si vedrà.

Come ultima cosa, vuoi lasciare un messaggio ai fan italiani?

Assolutamente, ho sempre solo parole bellissime per voi. Venire a suonare lì è ogni volta stupendo, siete meravigliosi. Se ci sarete, verremo ogni volta che ci sarà possibile. Ci piace così tanto stare lì che due persone nella band vorrebbero trasferirsi in Italia, quindi rendetevi conto [ride, ndr].

Grazie mille Scott per questa intervista, è stato un piacere!

Grazie a te, è stata una bella chiacchierata!

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