Mai come in quest'evento il modo di dire "cosa vi siete persi" è quantomai adatto e consono alla portata della serata che la sottoscritta ha potuto assistere: quattro nomi di tutto rispetto del mondo del rock e dell'hard rock hanno dato una lezione di stile inimitabile. Sul grande palco dell'Arena Fiera di Rho si sono susseguiti Thin Lizzy, Night Ranger, Foreigner e Journey, per un concerto di altissimo livello e qualità.
Nell'arroventata platea della location c'è da dire che purtroppo non c'era la quantità di gente auspicata: forse il luogo, praticamente fatto di solo cemento senza possibilità di ombra con il sole rovente, o la data, immediatamente precedente al Gods Of Metal, non hanno incoraggiato gli appassionati a partecipare; o molto più semplicemente, la concentrazione di eventi ha messo il pubblico di fronte ad una scelta, trattandosi comunque di due occasioni importanti in giorni lavorativi. Ad ogni modo, l'Arena non è decisamente il luogo più vivibile, data la calura e l'impossibilità di trovare riparo all'ombra, ma di questo ne parleremo approfonditamente in un'altra sede. Ad ogni modo, durante la serata si riesce a trovare sollievo e riposo nelle sedie predisposte per gli accorsi.
Finalmente i giochi si fanno seri e salgono sul palco per soli quarantacinque minuti i Thin Lizzy, che con uno spettacolo vivace e convincente scaldano a dovere gli animi e aprono le danze con una verve ammirevole. La band è complessivamente in buona forma, con una performance da parte del cantante Ricky Warwick piuttosto omogenea. Il gruppo incita continuamente il pubblico a divertirsi, a cantare, ad urlare con energia, intanto che vengono proposti brani come "Jailbreak", "Whiskey In The Jar", la bella "Emerald", "The Boys Are Back In Town", "Rosalie". E con un "Ladies and gentleman, scream for Mr. Phil Lynott and for Mr. Gary Moore" viene introdotta la spettacolare e toccante "Róisín Dubh (Black Rose)", uno dei brani tra i più rappresentanti dei Thin Lizzy, con Lynott e Moore nella line-up. Con questo omaggio, si chiude il loro spettacolo.
Una performance altrettanto stringata per motivi di tempo è quella dei californiani Night Ranger, tuttavia, nemmeno qui è mancato il divertimento e il rock di qualità. Jack Blades, alla voce e al basso, si rivela un mattatore e un intrattenitore simpatico e loquace, e durante l'esibizione badava a coinvolgere anche i suoi compagni di gruppo, avvicinandoli e scherzando con loro. Praticamente imprescindibili "Sister Christian" e "(You Can Still) Rock In America". In tre quarti d'ora non ci sono stati momenti morti e pure il batterista della band, Kelly Keagy, si è esibito in una performance vocale di tutto rispetto, pur avendo difficoltà con un microfono un po' capriccioso; il nuovo membro arrivato, il chitarrista Joel Hoekstra, si trova a suo agio con i compagni di palco, regalando anche grandi sorrisi calorosi al pubblico che lo acclama.
Conclusi questi due gruppi, l'attesa cresce in maniera abbastanza spasmodica per i Foreigner. All'inizio non si capisce il perché di tanta attesa, ma solo dopo l'esibizione capisci il perché di così tanto calore ed agitazione. Qualitativamente e complessivamente, i Foreigner sono stati il gruppo della serata, sia per scelta della scaletta, forse più vivace e diretta rispetto ai Journey, che talvolta si perdevano un po' nei meandri più melodici e meno consistenti dei loro brani, ma sia per la qualità dell'esibizione del cantante Kelly Hansen: formalmente perfetto, coinvolgente, senza una sbavatura o calo fisiologico, ha stupito la platea con delle interpretazioni da brivido di "Urgent", "Dirty White Boy", "Cold As Ice", ma soprattutto dell'indimenticabile "I Want To Know What Love Is", cantata dall'intero pubblico a piena voce. Tanto per non farsi mancare nulla, il Nostro si è pure arrampicato per l'impalcatura del palco, ed ad un certo punto si è introdotto per il pubblico, correndo e cantando in giro, con buona pace della security. L'inossidabile fondatore del gruppo, il chitarrista e tastierista della band newyorkese, Mick Jones (che è comunque britannico di origini), è impressionante nella sua compostezza e carisma, esibendosi pure in una toccante ed emozionante "Starrider", cantata da lui con l'aiuto di Kelly. Una prova niente male per un musicista che si avvicina ai settant'anni. Insomma, se tanti gruppi rock vogliono prendere ispirazione, i Foreigner sono un'ottimo modello da seguire.
Cala il buio ed i led sugli schermi iniziano a farsi più luminosi. Viene preparata una scenografia sontuosa ed elegante: un pianoforte a coda, una batteria di notevoli dimensioni – suonata dal bravissimo Deen Castronovo, schermi ovunque. Insomma, arriva il momento dei Journey. Non fraintendetemi, sono stati complessivamente molto bravi ed impressionanti, tuttavia, all'inizio il cantante filippino Arnel Pineda non ha convinto appieno, deludendo in parte le aspettative che come sempre si creano sentendo una bella voce in un album in studio. Per fortuna, superando i primi brani un po' più difficoltosi, Pineda riesce a mantenersi su standard elevati, regalando anche una bella "City Of Hope" od una toccante "Open Arms"; rimane un po' la mancanza di grinta iniziale nella scaletta, con dei brani che a volte si dilungano un po' (forse per dare respiro a Pineda?), ma la qualità è comunque impressionante. Deen Castronovo si esibisce anche lui in una travolgente "Keep On Runnin'" ed è forse quello uno dei brani chiave che è riuscito a dare una spinta decisa alla serata, che rimane comunque di altissimo livello. Sicuramente, per la gioia dei più giovani che hanno conosciuto questa canzone attraverso il popolare "Glee", "Don't Stop Believin'" rimane un momento attesissimo nella serata.
Insomma, chi scrive si rende conto che questa serata da riassumere in un report non è affatto facile, data la caratura delle band in questione. Rimane il fatto che questo è stato uno dei concerti rock dell'anno che non era da perdere in nessun modo.











