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L’angolo oscuro #46

La bella stagione è alle porte, ma l’oscurità non passa mai di moda.

Aara – Triade: Hemera II (Debemur Morti Productions)

Formatisi nel 2018, gli Aara sono un trio composto dal polistrumentista Berg, che amministra chitarra, basso e sample, dal singer Fluss e dal drummer J., la cui natura enigmatica si riflette nella scarsità di notizie che, a parte quelle elencate, si riducono al minimo indispensabile. Di certo, alla band svizzera non difetta la prolificità, visto che il presente “Triade: Hemera II” rappresenta il quarto platter sulla lunga distanza in poco meno di un quadriennio di attività, addirittura il quinto se contiamo l’EP del 2019 “Anthropozän (I & II)”. Mentre la nostra mente vacilla sforzandosi di comprendere come gli elvetici riescano a trovare tempo ed energia per lavori così ravvicinati, bisogna sottolineare la bontà del loro nuovo album, seconda parte della trilogia “Melmoth”, ispirata all’omonimo romanzo gotico dell’irlandese Charles Robert Maturin. Un black metal atmosferico cattivo e claustrofobico, al medesimo istante intriso di pennate acustiche e melodie entusiasmanti che, insieme all’utilizzo di campionamenti esotici di marca levantina, donano una relativa quiete a un clima così pregno di oscurità premonitrice da far tremare i polsi. La produzione volutamente ruvida conferisce il giusto tocco trve a una diamante grezzo dai riflessi accecanti, che angoscia e addolora anche quando sembra scegliere la carta della mite cogitazione. Pollice in alto.

Tracce consigliate: “Phantasmagorie”, “Sonne Der Nacht”, “Strepitus Mundi”

Cosmic Putrefaction – Crepuscular Dirge For The Blessed Ones (Profound Lore Records)

Dopo un “The Horizon Towards The Which Splendour Withers” (2020) di pregevole fattura, al netto di qualche momento meno convincente, il come back discografico dei Cosmic Putrefaction va a limare i pochi difetti del predecessore grazie a una scrittura ugualmente rigogliosa, ma ancora più attenta a quei minimi dettagli capace di far quadrare i conti generali. In “Crepuscular Dirge For The Blessed Ones”, il cantante e polistrumentista Gabriele Gramaglia, attivo in numerose e significative incarnazioni collaterali (The Clearing Path, Turris Eburnea, Vertebra Atlantis), trascina il solo superstite del disastro apocalittico narrato all’intero dello scorso album attraverso le spire di un death metal estremamente personale, liquido, dissonante, visionario, che avvolge e stritola con la medesimae terribile efficacia. Supportato da un batterista di vaglia come Giulio Galati (Hideous Divinity, Nero Di Marte), in grado di regalare ulteriore dinamicità alla fisionomia del progetto e supportato da una label, la Profound Lore Records, che certo non lesina in termini di vettovaglie tecniche e sostegno complessivo, il musicista lombardo riesce a mettere a frutto tutto il proprio talento, coniugando al meglio l’allure lovecraftiana dei Morbid Angel alle atmosfere siderali dei Blood Incantation. Maestoso.

Tracce consigliate: “From Resounding Silence To The Obsidian Womb”, “Amniotic Bewilderment”, “Crepuscular Dirge For The Blessed Ones”

Demonical – Mass Destroyer (Agonia Records)

Con lo scoppio della pandemia, gruppi che di solito basavano la propria esistenza sull’alternanza ciclica di dischi e tour, sono stati costretti giocoforza a investire tutte le energie nella creazione di materiale nuovo di zecca, consegnando così all’uditorio globale una quantità mai vista di album ed EP. Appartengono a tale genia di band i Demonical, che tornano a seminare caos e devastazione in virtù dell’uscita di “Mass Destroyer”, seguito dell’ottimo “World Domination”, risalente al famigerato 2020. Il death metal del combo svedese fondato da Martin Schulman dei conterranei Centinex viene erogato attraverso la consueta mistura di grinta e sporcizia e una spiccata e mai sopita vena melodica. Privo di troppi arzigogoli tecnici, ma non per questo ordinario, il sound degli scandinavi possiede quelle caratteristiche tipiche di album modello come “Left Hand Path” degli Entombed e “Slaugther Of The Soul” degli At The Gates, entrambi latori primevi, benché diversi, di una brutalità orecchiabile che ha fatto scuola. Dei trentatré minuti della scaletta, non appare sprecato neanche un secondo, per un full-length che riesce a polverizzare ogni minima presenza vitale, conducendo nella fossa sorridenti appassionati contenti di scendervi al ritmo annichilente del quintetto di Avesta.

Tracce consigliate: “We Conquer The Throne”, “Sun Blackened”, “Wrathspawn”)

Ibaraki – Rashomon (Nuclear Blast)

Nelle antiche leggende giapponesi che ne raccontano la storia, il demone Ibaraki, sconfitto da un samurai che gli aveva tagliato un braccio, ingannò quest’ultimo presentandosi in casa del guerriero nelle vesti della zia per recuperare l’arto mancante. Indossare un aspetto insolito e giocare con identità o ruoli precostituiti sembrano anche essere le parole d’ordine del monicker Ibaraki, band dietro cui si nasconde il nome di Matt Heafy, cantante e chitarrista dei Trivium, desideroso di dare sfogo sia al proprio cotè black metal sia all’interesse per la cultura orientale, stimolata dalle sue origini nipponiche. Annunciato in verità eoni fa e rimasto nei cassetti per ben dieci anni, il progetto finalmente vede la luce, avvalendosi, oltre che di ospiti del calibro di Nergal (Behemoth) e Gerard Way (My Chemical Romance), della decisiva collaborazione di Ihsahn. “Rashomon”, esordio munito di un titolo che ricorda l’omonimo film diretto da Akira Kurosawa, risente parecchio dello stile esperito negli ultimi lustri dal compositore norvegese, tanto che le rasoiate della seconda ondata vengono incatenate in un progressive metal policromo, con lacerti thrash e metalcore a coronare il tutto. Un lavoro ibrido, resistente a ogni facile categorizzazione, che dalla lunga gestazione ha tratto una versatilità al tempo stesso audace e traballante, nella quale i talenti coinvolti riescono ad armonizzarsi pur in una tenzone di aperta conflittualità. Intenso.

Tracce consigliate: “Kagutsuchi”, “Jigoku Dayu”, “Akumu”, “Rōnin”

Tómarúm – Ash In Realms Of Stone Icons (Prosthetic Records)

Gli artwork a firma Mariusz Lewandowski non dovrebbero risultare del tutto sconosciuti agli amanti della scena metal, visto che le illustrazioni del polacco adornano copertine di entità come Atlantean Codex, Bell Witch e Humanity’s Last Breath. Di pugno dello stesso artista è anche la suggestiva cover dell’esordio sulla lunga distanza degli statunitensi Tómarúm, “Ash In Realms Of Stone Icons”, successore di un EP, “Wounds Ever Expanding” (2020), accolto molto positivamente dagli addetti ai lavori. Aspettative dunque alte per una band il cui nome deriva dalla lingua islandese e che può essere tradotto più o meno con il sintagma “spazio vuoto”: eppure, il monicker non corrisponde appieno allo stile adottato. Se soffiano qui e là nell’etere del disco freddi venti norreni e le tonalità in minore delle melodie, spesso accompagnate dal suono del violoncello o del pianoforte, conferiscono un leggero carattere depressive all’insieme, in realtà la spina dorsale del songwriting appare di tutt’altra pasta. I compositori principali dell’act, i chitarristi Kyle Walburn e Brandon Iacovella, plasmano un black metal a elevato tasso di aggressività, arricchito da spigolature technical death che conducono il sound verso atmosferici territori progressive senza, però, privarlo della sua natura originaria diretta e viscerale. Promesse mantenute per una formazione da tenere sott’occhio.

Tracce consigliate: “Condemned To A Life Of Grief”, “In This Empty Space”, “Where No Warmth Is Found”

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