CONCERTILIVE REPORT

Living Colour – Vivid 25th Anniversary Tour

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E poi saltano fuori le serate che non ti aspetti. O meglio: non ti aspetti che il Factory di Milano sia un posto dove suonare grazioso e soprattutto, di buona qualità (in una città sempre più povera di luoghi decenti dove suonare, eccezion fatta per i posti grossi); non ti aspetti – ma ci hai sperato, giustamente – che il locale sia decisamente pieno e non ti aspetti di essere tra i partecipanti più giovani. Ti aspetti una gran serata all'insegna di quel "funky vibe", di quel crossover che in pochi sanno fare veramente bene, tra cui i Living Colour. Non ti aspetti però che un simpatico signore di colore, attorno alla cinquantina, vestito con un buffo maglione a rombi azzurri e gialli, e con in testa un basco, possa ancora tirare fuori una voce da far spavento. Bene, questo signore non è altri che Corey Glover, il cantante dei Living Colour, in tour per festeggiare i venticinque anni dell'album che ha segnato una pagina di storia del crossover: "Vivid".

E' opportuno spendere qualche parola per la band di supporto, gli italiani What A Funk, energici e trascinanti come pochi opening act hanno saputo fare, nella mia personale lista di concerti a cui ho presenziato. E fortunatamente, la band reggiana ha goduto anche di suoni molto buoni (sempre per ripensare alle sventure dell'essere una band di supporto quando i suoni sono curati male), rendendo così piacevole l'attesa per i Living Colour, in virtù anche della bella presenza scenica dei musicisti, che avevano una sorta di face painting e body painting fluorescente, esaltato dalle luci violacee sul palco. Un aspetto un po' negativo da sottolineare, ma non è un fatto da imputare alla band sul palco, è stata la scelta di farli iniziare a suonare quando la gente era ancora fuori in fila, in attesa di entrare o di recuperare il proprio biglietto alle casse.

Con puntualità salgono sul palco i newyorkesi Living Colour, anche per rispettare i rigidi coprifuoco imposti a Milano, e gli occhi sono tutti per il succitato vocalist, vestito con quel buffo maglione a rombi, che ammutolisce tutti dall'inizio con "Preachin' Blues". E poi, via con l'esecuzione di "Vivid" nella sua interezza, per la gioia degli accorsi, che cantano con trasporto "Cult Of Personality", "Memories Can't Wait", "Glamour Boys" e "What's Your Favourite Color?". Strumentalmente parlando, non che si avessero molti dubbi circa le qualità di Doug Wimbish, Vernon Reid e Will Calhoun, ma è proprio la voce di Corey che affascina e strega, per tutta la durata del concerto, con picchi emozionanti come in "Desperate People" o "Open Letter To A Landlord". Questa è stata un'esibizione tremendamente bella da ascoltare, perché non ci sono voluti molti movimenti sul palco o chissà quali gesti per coinvolgere il pubblico. Sono bastati gli strumenti – un assolo di basso e di batteria nel corso del concerto – e una voce estremamente versatile e potente come quella di Glover e poco altro. L'unico dispiacere è stato di vedere tagliate fuori dalla scaletta, per motivi di coprifuoco, "Leave It Alone" e uno dei due encore "Time's Up", lasciando a "Love Rears Its Ugly Head" il compito di chiudere una serata unica.

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