Il 2013 è stato un anno impegnativo: partecipazione a Sanremo, con conseguente successo di pubblico e critica, un tour per tutta Italia… Vi aspettavate questo successo o è stata una sorpresa?
In realtà, successo è un termine molto esagerato e poco calzante. Devo dire che Sanremo ci ha dato l'opportunità di fare al meglio quello che ci piace fare. Speravamo che fosse l'opportunità di uscire dal circolo vizioso dove ormai eravamo intrappolati, e ci ha dato questa opportunità. Per il resto la strada è ancora in salita. L'anno prossimo, con l'uscita del nuovo disco, forse vedremo affiorare i frutti alla luce.
Quindi avete già un nuovo disco in cantiere?
Abbiamo già un nuovo disco in cantiere. Penso che lo registreremo, se tutto procede come da programma (e di questi tempi non è certo facile) tra febbraio e marzo, prevedendo un'uscita ad Aprile.
Cosa cambierà rispetto a “Lo Stato In Cui Sono Stato”?
Come al solito è un disco che prenderà le distanze dal precedente, perché evidentemente non ci piace ripeterci, non vogliamo trovare la “formulina”. Noi pensiamo che la musica abbia la possibilità di poter essere inventata e reinventata, usata e usurpata: se ti fermi lì dove sei arrivato, il divertimento lì finisce. Invece bisogna esplorare delle zone nuove, dove non si è mai stati, con sonorità diverse e un modo di lavorare diverso. Secondo me è quello che ti tiene vivo, facendo in modo che questo diventi un mestiere interessante.
In effetti, la prima cosa che si percepisce ascoltandovi, è un gran casino. Ovviamente in senso buono. Mi spiego meglio: si sente che ci sono molte influenze, diversi stili musicali che cercano tutti trovare un proprio spazio e un nuovo equilibrio. Ci sono degli artisti che vi influenzano in modo particolare?
Diciamo che adesso ispirarsi è faticoso, ce ne siamo dimenticati. C'è stato un momento invece in cui eravamo molto condizionati da alcune espressioni musicali, che hanno contribuito a formare in noi questo fervore. Quando siamo partiti ci piaceva molto il grunge, sia quello più mainstream, con gruppi come Nirvana, Pearl Jam, Alice In Chains, sia quello più “sottobanco”, come ad esempio gli Screaming Trees e molti altri. Poi nel corso del tempo ci sono stati altri innamoramenti, come ad esempio Jeff Buckley e i Radiohead, un amore che mi porto dietro da tanto. Adesso invece non c'è più un genere di riferimento. Quando ci chiedono che genere suoniamo, se facciamo rock o come sia essere una rock band, ormai prendiamo le distanze. Noi usiamo degli strumenti e con quelli facciamo musica, per il resto non c'è più niente. Se io adesso ascolto un disco di Jake Blake, che dovrebbe essere assolutamente distante dalla mia versione dei fatti, lo trovo un album straordinario, così come se trovo qualcosa di potente, di calzante, che suoni rock, lo trovo ugualmente un disco ben fatto. Ormai l'apertura è totale.
Del resto essere abbastanza aperti secondo me è essenziale per un gruppo.
Certo, perché poi in Italia fanno di tutto per chiuderti nella formuletta, perché rassicura il discografico, rassicuro il pubblico che compra il disco. Però che senso ha farlo? (momento di pausa, poi ride, ndr) Fa diventare miliardari!
Senza dubbio!
Ci sono persone che hanno trovato la formula, l'hanno ripetuta e hanno creato un impero. Si sono creati un personaggio.
Però forse sono un po' morti artisticamente. A questo proposito, cosa ne pensi del panorama musicale italiano allo stato attuale? Che consigli daresti ad altre band con meno esperienza?
Noi pensiamo che la musica sia fatta di quelli che suonano tanto e bene, con dei contenuti importanti o semplicemente interessanti da un punto di vista formale. Ti faccio un esempio: un gruppo che ci piace molto sono i “Management del Dolore Post Operatorio”, che sono un po' più giovani di noi ma non per questo hanno bisogno di consigli, perché sanno dove andare, cosa vogliono fare e sanno qual è la loro forma musicale più adatta. Ci sono molte band interessanti sotto questo punto di vista. Detto questo, l'anno scorso la musica indipendente è uscita un po' dal buio in cui era piombata negli anni precedenti. C'è stato insomma un periodo in cui la musica indipendente era tornata un po' indietro, mentre adesso la scena è cambiata. Penso ai Marta Sui Tubi, agli Zen Circus, o ai Marlene Kuntz, che ormai quando fanno un disco è come se lo facesse la PFM: qualcosa è accaduto.
Tornando a voi, “Lo Stato in cui sono Stato” è stato abbastanza apprezzato dalla critica e dal pubblico. Siete soddisfatti del risultato o potendo tornare indietro c'è qualcosa che cambiereste?
Ma guarda, una volta che il disco raggiunge la forma puoi sempre remixarlo, magari tra trent'anni, ma per ora va bene così. È chiaro che ci siano degli errori e delle cose che, sulla lunga distanza, avresti fatto in modo diverso, ma in realtà è giusto così, è giusto che abbia tutti i difetti che ha, perché è stato scritto, registrato, suonato e prodotto in quel momento lì, con quelle convinzioni. Detto questo, sinceramente ci è sempre importato veramente poco di quello che pensa la critica, anche perché molto spesso è fatta da cani, scritta male e da persone incompetenti. Per cui, di sapere se il mio prodotto è apprezzato o meno da una persona che magari non possiede la stessa chiave di lettura che ho io, non mi interessa. È come se prendesse una mia fotografia e da quella giudicasse tutta la mia vita. Sinceramente cerchiamo sempre di essere sopra le parti. È chiaro che se una persona apprezza il tuo disco ti fa piacere, ma non è mai così importante.
Come funziona il processo creativo dei Blastema? È un lavoro collettivo, c'è una figura che si occupa di tutto o vi suddividete i compiti?
Ci sono delle persone che sono posizionate in modo strategico all'interno del nostro modulo produttivo. Ad esempio, il responsabile tecnico, l'uomo che mette le mani sul banco e organizza le registrazioni e gli arrangiamenti è sicuramente Alberto (chitarra e cori, ndr), perché ha una voce in capitolo maggiore rispetto alle nostre. Invece per quel che riguarda i testi e la parte melodica il riferimento sono io, però tutti i pezzi dell'album in lavorazione e del precedente non nascono solo da me e da Alberto, ma da un'unione di intenti. Ad esempio, nel nuovo album tre pezzi sono stati scritti da Luca, il nostro nuovo bassista che è con noi da un paio d'anni, e sta scrivendo dei pezzi anche Jack, il batterista. Dopo di che, quando una persona porta una bozza, ci si lavora tutti insieme e si trova, suonando, la formula migliore. Chiaramente, questo processo è molto più lungo rispetto a quando hai un produttore artistico o un cantante singolo che ti dice esattamente cosa devi fare e come lo devi fare, perché il nostro è un incontro d'intenti, anzi, molto spesso uno scontro d'intenti, perché alla fine il prodotto è qualcosa di talmente alieno da ognuno di noi che non sappiamo più chi l'ha fatto o chi l'ha scritto, perché in realtà non rappresenta mai il pensiero unico di nessuno. Questo in un certo senso pensiamo anche che sia la forza, perché, per quanto più faticoso, garantisce un certo pluralismo di idee.
Avete aperto agli Skunk Anansie: è stata un'esperienza interessante?
Molto interessante, perché abbiamo avuto la possibilità di metterci a confronto con palchi, sistemi, mezzi e metodi di un tour mondiale, eravamo perfettamente integrati nel meccanismo, e soprattutto perché ci siamo rivelati all'altezza, il pubblico ha risposto molto bene. Il valore aggiunto di tutto questo è stata l'amicizia che è nata con gli Skunk, cosa che all'inizio non ci aspettavamo e che invece è diventata un dato concreto. Queste sette date sono state un po' come un festival, ci incontravamo prima e dopo lo show, un'esperienza molto positiva, molto energica, di cui conservo molti ricordi anche fuori dal palco, anche se poi abbiamo la capacità di dimenticare tutto subito: siamo talmente impegnati in quello che vorremmo fare che quello che abbiamo fatto ci interessa relativamente (ride).
Ottimo. Bene Matteo, direi che la possiamo chiudere qui se sei d'accordo. Una dedica ai lettori di SpazioRock?
Ma guarda…ma questa è una registrata? (perplesso)
(Io, sovrappensiero) Sì, sì, vai!
Ah bene! (assumendo un tono molto più radiofonico) Un saluto agli amici di SpazioRock, continuate a rockeggiare, anche se dicono che il rock è morto. Forse hanno ragione, forse no: lo scopriremo solo vivendo.
Dopo questa finta conclusione in pieno stile Radio Italia, rimaniamo ancora per alcuni minuti al telefono. Dopo averlo ringraziato per la disponibilità, mi chiede“Voi di dove siete? Siete liguri immagino! Dalla parlata…”. Belin, anche stavolta m'han sgamato!











