Kitsch Mentre Tutto Collassa
RECENSIONI

Kitsch – Mentre Tutto Collassa

Scrive Milan Kundera, nel suo famoso romanzo “L’insostenibile Leggerezza Dell’Essere”: “Un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch. […] Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile. […] Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore. I sentimenti suscitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria”. Tale esauriente concetto è stato assimilato dalla band comasco–milanese sotto esame, che ha scelto di chiamarsi proprio come il suo principale nemico, Kitsch.

Non amano dilungarsi in inutili metafore o in testi ambigui i Nostri, detestano le rime scontate e le solite lagne inneggianti a fantomatici amori perfetti. “Mentre Tutto Collassa”, prima fatica discografica prodotta con la collaborazione dell’ex Timoria Diego Galeri, è diretto, crudo. Le parole pugnalano con ferocia la società italiana attuale in tutte le sue (fatiscenti) sfaccettature, sono un ariete che cerca di sfondare l’insulsa barriera del kitsch che protegge/soggioga i nostri tempi. La maggior preoccupazione dei Kitsch è quella di destare e canalizzare l’attenzione, il pensiero, la coscienza dell’ascoltatore sui testi, sul loro significato, sul tema verso il quale si scagliano cercando di far aprire gli occhi al sopito soggetto; i versi scritti da Luca Gatti vengono cantati da Attilio Kitsch in maniera chiara, scanditi in modo tale che il significato essenziale venga appreso sin dal primo ascolto. E così la sezione ritmica, con vaghi echi di Afterhours, si mette al servizio della parola, non soffocandola ma accompagnandola, enfatizzandola solo quando serve, senza mai sovrastrala: il messaggio prima di tutto.

La rabbia e lo sdegno per il music business, ormai votato alla creazione di effimeri tormentoni e finti idoli, all'uccisione della meritocrazia espressa in “Poetimprenditori”, la precarietà e lo smarrimento della generazione attuale descritta in “La Mia Generazione” (negli arrangiamenti, tra l’altro, vi è un vago richiamo a “Glicerine” dei Bush), la rivoltante, apatica spettacolarizzazione delle tragedie in “Cluedo”, l’individualismo e l’ossessione di diventar qualcuno in “Cazzo!” e “L’Era Dell’Immagine” inquadrano perfettamente quello che siamo, la vita di ogni giorno, quello verso il quale ribellarsi, dalla quale quale allontanarsi onde evitare il triste destino di “Eugenio” (“Specchio, specchio delle mie brame, svegliami come pensare! / urla il Teledipendente… / Eugenio ha le bolle al cervello. Ma se non ci arrenderemo, / chissà se si arrenderanno?”). Il quartetto pare tuttavia non aver molte speranze per il futuro di questa generazione quando in “Mani In Tasca” canta “E ci si perde in chiacchiere, anche se fondamentalmente mai nessuno ascolta… tanto qui non si cambia”. Si auspica un risveglio della coscienza di ognuno dal torpore diffuso dall’impero mediatico, risveglio tuttavia difficile da attuare se impegno e caparbietà non vengono profusi, se non si riesce a coalizzarsi per fronteggiare il kitsch imperante e soffocante.

L’ensemble nel suo piccolo tenta di fare la propria parte, pubblicando questo buon debut album in cui l’imperativo categorico è quello di svegliare le menti, un disco in cui la musica diventa il mezzo attraverso il quale iniettare nell’ascoltatore parole che, quantomeno, inducano ad un briciolo di riflessione.

Tracklist

01. Poetimprenditori
02. La Mia Generazione
03. Cluedo
04. Le Illusioni
05. Cazzo!
06. L’Era Dell’Immagine
07. Eugenio
08. L’Attimo
09. Alibi Di Vetro
10. Mani In Tasca