Che i Ministry sarebbero tornati con un album che ricalca le origini della loro carriera, io, di certo, non me l’aspettavo. Conosciuti come i ragazzacci che suonano roba pesante e piena di rabbia, con un buon livello di intolleranza metallica sputata contro il governo, la politica di ogni genere, il capitalismo e chi più ne ha più metta, i cinque americani mettono momentaneamente in pausa il sound duro che li accompagna dal 1988 per tornare all’era del synth pop.
E mentre tutti i loro fan, gli irriducibili dell’industrial metal e i cultori della musica arrabbiata si aspettano un upgrade di “Hopiumforthemasses”, ecco che lo scorso 28 marzo compare sugli scaffali dei negozi di dischi fisici e virtuali “The Squirrely Years Revisited”, che raccoglie brani tratti da “With Sympathy” e “Twitch”, roba di quando i Ministry erano qualcosa di diverso.
Raccontare quest’album è difficile tanto quanto rimanere entro il perimetro segnato dai nuovi valori di alcolemia a Natale. L’ostacolo principale l’ha posto proprio Jourgensen, che ha sempre rinnegato il proprio passato, bullizzando quanto fatto nei primi anni ’80, quasi come se a fare quella musica fosse stato qualcun’altro. Viene automatico pensare che, se il creatore stesso ha schifato per anni quelle canzoni, perché noi dovremmo accettarle e magari farcele piacere?
La regola fondamentale è sempre una, lasciare da parte i pregiudizi e ascoltare. Lasciamoci avvolgere dal ritmo e se le onde sonore che colpiscono il nostro orecchio arrivano a stuzzicare il cervello e darci anche solo un brivido di piacere, allora possiamo parlare di un buon lavoro. E diamine, “The Squirrely Years Revisited” è un gran lavoro!
Le musiche, pur mantenendo vibrazioni elettroniche dell’epoca, sono state arricchite da riff, assoli di chitarra e altri strati sonori. I sintetizzatori ben si bilanciano con il cantato di Al, che da sfogo alla sua creatività, senza limitarsi a infuriate grida acide, ma mostrando la sua estensione sussurrando, urlando, alzando e abbassando la voce. Nessun cambiamento radicale, ma una densità palpabile nell’esecuzione che ne accentuano il fascino originario. Ci sono diverse tonalità, tempi e persino le lunghezze sono state modificate rispetto ai brani iniziali. Nessuna forzatura all’attuale genere suonato dalla band, ma un miglioramento un po’ più dark, a tratti inquietante.
E così “Work For Love” e “Here We Go” sono spiccatamente funky e soul, “All Day” regala voci più coinvolgenti e ricche. “I’m Not an Effigy” rallentata, risuona come una versione più malinconica di una profonda ballata gotica. Qui, il primo piccolo cambiamento del testo, non più “a room with me mum and me dad”, ma “my mom and my dad”. Anche in “Same Old Madness” è stata apportata qualche modifica, ma solo per renderla più attuale, andando ad eliminare i riferimenti al nucleare e sostituendoli con spunti legati alla disinformazione e allo sfruttamento aziendale. Con “We Believe” torna l’aggressività della distorsione della voce, senza però sacrificare il ritmo fluido e trascinante, come per “Over the Shoulder”, che resta un pezzo dal cantato quasi surreale.
Ora immaginate di essere un polistrumentista e frontman di un gruppo che ha contribuito alla standardizzazione di un genere musicale e di dover cantare testi che avete scritto a 20 anni. Quanto avreste cambiato? Il nostro cubano d’origini, nonostante tutto, è rimasto fedele al sé di allora.
Qualunque sia stato il motivo che abbia spinto Jourgensen e i suoi compari ad avviare questo progetto, è evidente che il disprezzo per la sua produzione ha lasciato spazio ad una piena accettazione. Con la giusta rielaborazione del passato è riuscito a ridare vita a qualcosa di interessante e piacevole, evitando di cadere nel tranello di riproporre la solita solfa che sa di stantio.
Tracklist
01. Work for Love
02. Here We Go
03. All Day
04. Everyday Is Halloween
05. Revenge
06. I’m Not an Effigy
07. I’m Falling
08. Same Old Madness
09. I’ll Do Anything for You
10. Just Like You
11. We Believe
12. Over The Shoulder

















