Dove un tempo combattevano i gladiatori e si tenevano monumentali ludi circensi, il 27 luglio va in scena uno degli show più significativi del 2026, capace di originare un’attesa tale – d’altronde testimoniata dal grande successo del concerto all’Alcatraz di Milano lo scorso anno – che la coda per biglietti e merch dinanzi all’ingresso della venue sembra davvero definibile con l’aggettivo chilometrica. Spetta dunque all’Anfiteatro romano degli Scavi di Pompei, suggestiva location divenuta celebre per l’album dal vivo dei Pink Floyd ivi inciso nel 1972, ospitare una delle due tappe nostrane del Prelude To Madness Tour dei Savatage, leggendaria formazione a stelle e strisce che, a onor del vero, pare godere di maggior eco e favore oggi che nelle fasi apicali della carriera, quantomeno in Italia.
Un fenomeno che continua a sorprendere la band stessa, visto il calore e il coinvolgimento viscerale di un pubblico pure in questo caso del tutto rapito da una prestazione carica di energia, enfasi e trasporto, e durante la quale il cantare in simultanea e alzarsi dalle sedie, magari sventolando bandiere tricolori o deponendole sul palco, rimangono le uniche norme da osservare. Un’atmosfera da brividi sulla pelle e nell’anima, che la presenza del giovane e fresco golfo mistico di ventisette strumentisti classici, guidato dal direttore d’orchestra Vincenzo Sorrentino, contribuisce a espandere attraverso e dentro l’aere, trasformandosi, un po’ come accade per i cugini della Trans-Siberian Orchestra, nell’epica e sentimentale cornice del sound del gruppo, il cui heavy metal infuso di power, spesso e volentieri barocco, operistico e progressivo, aderisce adeguatamente al sinfonismo acustico di cordofoni, fiati e percussioni. Magari alcuni arrangiamenti non sempre convincono e il mix complessivo mostra delle sbavature, eppure si tratta di peccati veniali di fronte a uno spettacolo madido di lirismo e pathos, sensazioni che scenografici giochi di luce ampliano a dismisura.

Verso le 21.10, dopo l’entrée della filarmonica sulle note di “Overture”, i nordamericani salgono sul palco, richiamati da un’audience ansiosa di acclamarne le gesta: prima compare Jeff Plate dietro l’enorme batteria, poi i chitarristi Chris Caffery e Al Pitrelli, a seguire il bassista Johnny Lee Middleton e i tastieristi Paulo Cuevas e Shawn McNair, entrambi, insieme comunque al resto del combo, tesi a dare una mano per mezzo dei cori all’osannatissimo singer Zak Stevens. Certo, la mancanza di Jon Oliva, ormai troppo malato per riprendere l’attività on stage, rende un filo malinconico l’appuntamento, e pezzi in scaletta del calibro e della storia di “Jesus Saves”, “Sirens”, “Power Of The Night”, “Hall Of The Mountain King”, comunque interpretati con intelligenza dal frontman di Tampa, acuiscono quell’impressione di un vuoto che neanche il ritorno dalle ombre di Criss Oliva e Paul O’Neill potrebbe forse colmare.
La setlist, a eccezione del guazzabuglio hair/pop “Fight For The Rock” (1986), occupa l’intera discografia degli statunitensi, riuscendo a soddisfare i numerosi spettatori accorsi nella città campana da varie parti del mondo, malgrado la pesca lasci un pizzico di amaro in bocca per le briciole riservate a full-length della grandezza di “Hall Of The Mountain King” (987) e “Gutter Ballet” (1989). Da “Dead Winter Dead” a “The Wake Of Magellan”, da “Chance” a “Handful Of Rain”, da “Gutter Ballet” a “Edge Of Thorn”, le canzoni si adagiano cinematografiche sul cuore meglio dell’acqua sorgiva nella gola arsa, con il vocalist protagonista di una prova davvero carismatica e partecipe, tra qualche acuto piazzato strategicamente qui e là e un paio di fisiologici break che i solo degli altri membri, pressoché perfetti a livello di tecnica e feeling, riempiono a dovere. E se l’ugola registrata di The Mountain King che intona la prima strofa di “Believe” emoziona e commuove l’uditorio, mentre l’asta del microfono avvolta dalle rose rappresenta il suo simulacro, la proposizione di “Christmas Eve (Sarajevo 12/24)” e “Now What You See”, assenti in sede live rispettivamente dal 2015 e dal 1999, costituisce l’ulteriore gemma di una serata da tramandare alle successive generazioni, perpetrando il ricordo di centoventi minuti memorabili, persino in grado di far dimenticare la temperatura torrida del luogo.
Allorché i Savatage si accomiatano da una folla in delirio che gradirebbe infiniti encore, la luna piena compagna della performance ammicca agli dei, suggerendo loro di accogliere nell’Olimpo dei nuovi numi. Frattanto ave noctem, il pellegrinaggio è – per ora – giunto al termine.
Setlist
Overture
Morphine Child (intro)
Dead Winter Dead
Jesus Save
The Wake Of Magellan
Miles Away
Sirens
Another Way
This Is The Time (1990)
Unusual
Chance
Adagio In G Minor
The Storm
Christmas Eve (Sarajevo 12/24)
Not What You See
Handful Of Rain
Lights Out
Tonight He Grins Again
The Hourglass
Believe
Gutter Ballet
Edge Of Thorns
Temptation Revelation
Power Of The Night
Hall Of The Mountain King





