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mary in the junkyard – Role Model Hermit

Ancora una volta il vento propiziatorio del Windmill a fecondare, eppure i mary in the junkyard paiono germogliare dalle strade di tutto il mondo, come ciuffi d’erba ribelli che verdeggiano tra le insenature grigiastre dei marciapiedi e scrutano, fotografano i passanti, le creature, i sogni e gli incubi di una città che evolve.

Sarà per questo che “Role Model Hermit” tesse le trame di un roadtrip sconnesso e segmentato: Clari Freeman-Taylor, Saya Barbaglia e David Addison addobbano un debut che indaga realtà muscolare e onirismo fantasioso nei panni di un eremita itinerante che svincola l’anima dal corpo, trascinando quest’ultimo tra i respiri urbani e lasciando andare l’altra parte a pesca tra paesaggi inventati, ansie della nuova generazione e piccoli animali che paiono prendere vita come se fossero il frutto di penna e inchiostro di Murakami – “Peter The Dog”, il «grosso cane nero che mangia le paure», o il piccolo topolino che ci accompagna nello struggente naufragio folk di “Mouse”.

Attorno a questi incontri evocativi si erge il castello d’idee di “Role Model Hermit”: c’è la costruzione atmosferica avant folk dei caroline (“Mantra III”), vibrano accenni di twee pop in mezzo al corpo post-grunge/indie rock di “Seek And Destroy” – eruzioni à la Wednesday, ma decisamente più controllate –, si smuove malinconico il nuvolone liquido di slowcore, basslines funky e dolci rasoiate dream pop di “Crash Landing”.

Freeman-Taylor è una carezzevole narratrice: quando il viaggio si interseca con la psiche, coi propri limiti e le debolezze più nascoste («I don’t have the body or the mind to stay out tonight / I’m already halfway home / I think I fantasise and fantasise about / All that could go wrong»), con la voglia di fare a cazzotti a tinte art folk (“New Muscles”), quando vede Dio tra i cespugli al lato di un’autostrada buia e in background risuonano i The Smile di “Skrting On The Surface” (“Welcome Break”).

Mary In The Junkyard Credit Xander Lewis
Photo: Xander Lewis

Un primo lato più elettrico e compatto – la carnalità art rock di “Blood”, il groove strascinato, figlio illegittimo di Morcheeba, Stereophonics e English Teacher, di “Myrtle” – che dopo “Crash Landing” cede all’enigma, al teletrasporto che fa i capricci e ci trascina prima sotto la pioviggine (quasi goth) folk di “Candelabra” – tra Tapir! e Adrianne Lenker – poi tra gli echi nordeuropei di “Thou Shalt Sprout”, col suo drumming tribale e i suoi violini taglienti che paiono appartenere ad un migliaio di anni fa, come se i Lankum musicassero i vichinghi.

Lavoro impressionante: aldilà di un probabilissimo spaesamento al primo giro sul piatto, i mary in the junkyard sanno manovrare le atmosfere, sanno costruirci sopra col lirismo, sanno colorare e trasportare quella stessa tavolozza in avanti e indietro nel tempo.

“Role Model Hermit” si tuffa a capofitto nel sogno e tra i contatti elettrici delle relazioni, instaura una connessione col bisogno di evasione ma ci mantiene semicoscienti e aggrappati alla realtà con un filo legato in pancia, ci accompagna nella nostra piccola avventura in un periodo storico in cui la paura taglia qualsiasi possibilità di slancio.

E se mai dovessimo affogare in un mare in burrasca, ci rimarrà la bellezza della strada che ci lasciamo alle spalle e della sua colonna sonora.

Tracklist

01. Mantra III
02. Blood
03. Seek And Destroy
04. New Muscles
05. Myrtle
06. Peter The Dog
07. Crash Landing
08. Welcome Break
09. Candelabra
10. Thou Shalt Sprout
11. Mouse