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NUOVE USCITERECENSIONI

Loathe – A Stranger To You

Di quel funesto 2020 solo la musica conserva qualche bel fotogramma. Specie il metalcore che, come rinvigorito dalla forzatura, dall’angoscia e dal tormento del tempo, pare sia riuscito a trarne un inusuale giovamento: in quell’anno nascono due dei più grandi album (del genere) dell’ultimo decennio, ovvero “Underneath” dei Code Orange e “I Let It in and It Took Everything” dei Loathe. Ricordatevi quest’accoppiata, poiché le band in questione paiono legate indissolubilmente anche oggi, a sei anni dalle pubblicazioni.

Ripartiamo proprio da questa distanza: più di un quinquennio per tornare in studio, con il solo “The Things They Believe” a prolungare la scia vittoriosa del sophomore della band di Liverpool.

Ci trasciniamo ancora dietro le melodie sospese, le sassate spaccaossa, le vibes orrorifiche da backrooms che si tramutano rapidamente in fluttuazioni nell’etere: “I Let It in and It Took Everything” ci stregava coi suoi voli pindarici tra paradiso e oblio, tra metalcore luciferino e dream pop fresco, tra nichilismo industrial e polmoni ambient. Il tutto come un flusso continuo, su di un mezzo che non sentiva gli scossoni, ma li assecondava.

Ed è forse questo che ci manca di più in “A Stranger To You”, ovvero una perfetta eterogeneità, andata a snaturarsi oggi in una sconfortante disomogeneità che pesa il triplo, considerando la lunga attesa.

I Loathe si rinnovano: il terzo LP non è un voler ricalcare il capolavoro precedente, e per questo va dato grosso merito a Kadeem France e compagine. I problemi nascono quando, appunto, si prova a entrare in connessione con queste nuove frequenze, poiché ciò che prima era piacevole ossimoro ora diventa un pastiche (a tratti) indigesto: “Entrance” coccola l’ingresso come carezze soul/conscious hip hop, “Block Of Flats” le annienta con questo bouncing sfrenato che prova ad incollare djent, il groove (quasi electronicore) degli Electric Callboy e chitarrine pop negli intermezzi. È, forse, il pezzo più irritante del plot, complice anche un mixing delle sei corde in distorsione che pasticcia troppo coi bassi. “Fortress Down” prova a farci dimenticare il tutto tra arpeggi arrembanti ed un buon ibrido di melodic alt-metal.

Loathe 2026 Credit Steve Gullick
Foto: Steve Gullick

Si torna subito a scapocciare – questa volta bene – con la furiosa “Gemini”, djent greve che si sublima in un beat techno plumbeo; poi veniamo sedati improvvisamente dal blando blend – perdonate il gioco di parole – di pop rock e “pop-gaze” di “Harder To Pretend”.

A darci conforto c’è un troncone centrale ottimo: l’apertura strumentale di “اثينا (Athena)” coltiva cerchi nell’acqua su di un altro pianeta, fa da tappeto liquido per gli spasmi elettronici sci-fi che destano la violenza brutale di “Revenant” – pesta quanto “Gored”, forse anche di più – il cui bollore viene sedato tra i bacini placidi del dream pop gentile di “The Way It Breaks”.

“Meet My Maker” prova a tastare certe strascinate sonorità deftonesiane, masticate e manovrate (dieci volte meglio) in “Screaming”, “Fangs” si addentra in certi territori alt-rock semi-futuristici, tra inserti r&b rivedibili, pomposità elettronica – prendi i Royal Blood di “Typhoons” – e smielate pop che appiccicano i ritornelli come gli ultimi (non di certo entusiasmanti) Beartooth.

“The Ladder” è una ballatona soft-rock dimenticabilissima e messa lì un po’ a caso, “Gifted Every Strength” prova a cancellarcela dalla testa con la solita formula, manate senza remore e cambi di atmosfera repentini; ma anch’essa, guardando tutta la cartucciera di proiettili di grande calibro, risulta la meno impattante, un po’ per l’eccessiva lunghezza, un po’ perchè gli stessi switch di passo non pungono come al solito. Per fortuna la conclusiva “No Stranger To You…”, le sue splendide aperture elettriche e i suoi zampilli dream-gaze ci congedano addolcendoci di parecchio la pillola.

Saremmo stolti a non comunicarvi, però, la parziale delusione che ci permea anche dopo diversi ascolti. In apertura parlavamo di una congiunzione con i Code Orange: non solo perchè in “Revenant” troviamo il featuring con i NOWHERE2RUN, ossia Jami Morgan e Eric Balderose della band di Pittsburgh, ma perché anche quest’ultima, tre anni fa, partoriva un “The Above” che, almeno nelle intenzioni, si presentava come un disco di consacrazione, gravido di influenze e fortemente ambizioso. Ciò che ne è venuto fuori, invece, era un lavoro con grosse lacune di songwriting, privo di mordente in molti punti e decisamente spezzettato. Un po’ come “A Stranger To You”, opera tirata su con calma e dedizione, ma senza lo stesso feeling, la stessa forza compositiva, lo stesso flow che benedivano il fratello maggiore in discografia.

Tracklist

01. Entrance
02. Block Of Flats (feat. Static Dress)
03. Fortress Down
04. Gemini
05. Nothing Like The Knife
06. Harder To Pretend
07. اثينا (Athena)
08. Revenant (feat. NOWHERE2RUN)
09. The Way It Breaks
10. Meet My Maker
11. Fangs
12. The Ladder (feat. Jordan Rakei)
13. Gifted Every Strength
14. No Stranger To You…